STAMPA
ITALIANA ALL’ESTERO
Su
“Gente d’Italia”, Miami, la rubrica A
Modo Mio di Silvana Mangione
Le promesse non mantenute di RAI International
NEW YORK - Quanto meno dalla Conferenza sull’emigrazione
del 1975, gli italiani all’estero – che allora si chiamavano ancora emigranti
– chiedono a gran voce le stesse, pochissime, cose. Il voto. L’abbiamo avuto,
abbiamo esercitato il diritto. I risultati non sono piaciuti a nessuno. Né alla
destra che pensava di stravincere e ha perso (anche per colpa sua). Né alla
sinistra che pensava di perdere e ha vinto, anzi, ha potuto aggiudicarsi la
vittoria, di misura, al Senato, proprio per merito degli italiani all’estero
e non sa perdonarci questo regalo. E’ ovvio che nelle abitudini verticistiche
di tutti – senza distinzione alcuna – i partiti, i movimenti, i girotondi e
i grillismi italiani, la capacità (mi si passi una parola grossa) di «autodeterminazione»
degli italiani all’estero fa una paura fottuta. Ergo, ragionano loro, bisogna
intervenire introducendo tutti i meccanismi che possono addomesticare questo
voto fino a renderlo un puro esercizio sul nulla: candidati italiani residenti
in Italia, liste bloccate senza preferenze, quote rosa scelte dal centro secondo
criteri non sempre ispirati alla meritocrazia, registrazione al voto gestita
dai poteri che sono, seggi elettorali, con conseguente diminuzione percentuale
dei partecipanti, al fine della futura – non troppo lontana – cancellazione
tout court della possibilità di esercitare il diritto primario dei cittadini
di qualsiasi democrazia, vale a dire votare e scegliere i propri diretti rappresentanti.
Per questo diritto fondamentale di libertà, proprio in questi giorni, i monaci
buddisti si stanno facendo arrestare e uccidere nell’antica Birmania, che la
giunta militare si ostina ad appellare Myanmar.
Affrontiamo ora il secondo punto su cui ci battiamo da
sempre: l’informazione, in particolare l’informazione di ritorno, perché abbiamo
sempre pensato che il malcelato fastidio dell’immaginario collettivo italiano
verso gli italiani all’estero avrebbe potuto trasformarsi non dico in ammirazione,
ma almeno in dialogo paritario, se solo avessero potuto conoscerci. Quando il
CGIE era ancora un organismo concretamente e validamente dedito all’esame delle
istanze degli italiani all’estero ed alla definizione di reali e approfondite
proposte da presentare negli ambienti competenti, facemmo una serie di Conferenze
sull’informazione per gli italiani fuori d’Italia. La prima fu quella «per le
Comunità italiane nei Paesi Anglofoni» a New York, nel lontano 1994, con il
sottotitolo «Il fattore informazione». In un collegamento televisivo l’appena
nominato Ministro degli Affari Esteri del primo governo Berlusconi, Antonio
Martino, dichiarò: «Noi vogliamo un’informazione quanto più completa, corretta
e qualificata, in modo che le attività italiane possano servire a un’evoluzione
politica, economica e sociale del nostro paese e vogliamo altresì che ci sia
un flusso di pari qualità dall’estero verso il nostro paese. Credo che l’informazione
sia il momento essenziale di questa consapevolezza reciproca e per questo rivolgo
un saluto agli organizzatori che sono lì». Come Coordinatrice del Comitato Organizzatore
lo ringraziai per tutti. Nel documento finale deploravamo: «la scarsità e la
frequente deformazione dell’informazione diffusa in Italia sulle attuali realtà
delle comunità», chiedendo «che il Governo e il Parlamento si impegnino a definire
una politica quadro dell’informazione per gli italiani all’estero che risponda
ad una precisa strategia della conoscenza reciproca» e qui mi fermo, perché
degli altri concetti antesignani, lanciati in quell’occasione, parleremo dopo.
Da allora sono passati quattro parlamenti e sette o otto
governi, se si contano i vari rimpasti a sinistra come a destra. Pochi mesi
dopo la fine della tornata di Conferenze sull’informazione, siglata per tutto
il mondo a Milano, nel dicembre 1996, con la combinata Piero Fassino, sottosegretario
agli esteri con delega all’emigrazione, e Roberto Morrione, direttore di RAI
International, avevamo ottenuto il primo programma di informazione sulle comunità:
ZOOM, nato nel 1997. ZOOM era un momento di informazione di ritorno, forse troppo
nordamericano, forse un po’ ghettizzato – d’accordo – perché raggiungeva principalmente
l’audience estera, mentre l’Italia poteva vederne soltanto qualche spezzone
in piena notte. Tant’è, esisteva. C’era. Era un punto di partenza su cui costruire,
a passi successivi, un vero piano di informazione di ritorno.
Avrete notato che parlo al passato. ZOOM c’era e non
c’è più. «È stato interrotto per l’estate», ci hanno detto a New York i vertici
di RAI International, «per rilanciarlo a settembre, potenziato e migliorato».
Abbiamo aspettato con fede, speranza e carità – le tre virtù teologali delle
quali noi italiani all’estero abbiamo assoluto bisogno ad ogni piè sospinto
della lunga e triste historia delle mistificazioni che ci riguardano. Settembre
è finito. ZOOM non c’è. Non c’è ancora? O non c’è più? Vogliamo saperlo. Certamente
andava potenziato e migliorato. Ogni opera creata dagli esseri umani è per ciò
stesso passibile di perfezionamento. Volevamo che si inserisse nel progetto,
che avevamo delineato nel documento finale del 1994, di un’informazione «per
gli» e «degli» italiani all’estero, in cui convivessero cinque tipologie di
prodotti: 1. programmi fatti in Italia e già diffusi sul mercato italiano (Italia
per l’Italia); 2. programmi fatti in Italia e dedicati alle comunità all’estero
(Italia per l’estero); 3. programmi realizzati dai mass media locali operanti
all’estero(estero per l’estero); 4. notizie provenienti dalle comunità (estero
per l’Italia); 5. comunicazioni delle business communities (globalizzazione).
In questo tracciato virtuoso si disegnava il flusso d’andata
e ritorno di un’informazione davvero circolare, non soltanto dal punto di vista
– passivo – degli utenti, ma anche da quello – attivo – dei produttori dei programmi.
ZOOM costituiva il primo momento di questo percorso. Non avevo voluto credere
alla «cronaca della sua morte annunciata», perché arrendersi anticipatamente
alle realtà negative impedisce qualsiasi iniziativa tesa al raggiungimento di
obiettivi positivi. Non voglio ancora crederci. Attendo che RAI International
mantenga fede a quanto ha promesso all’inizio di giugno a New York, ma la pazienza
di tutti noi non è illimitata. (Silvana Mangione-La Gente d’Italia/