INFORM - N. 175 - 21 settembre 2007


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Da “La Gente d’Italia”, Miami

Alfredo Mantica (An): “Sull’Iran la fermezza  favorisce il negoziato”

 

Il complesso problema riguardante l’Iran e la sua corsa verso la bomba atomica non è un problema di tecnologia, e quindi limitato alle competenze dell’AIEA, l’Agenzia Internazionale dell’Energia Nucleare, ma è un problema squisitamente politico,  scrive il senatore Alfredo Mantica (An), vice presidente della commissione esteri del senato, sulle colonne di Gente d’Italia, quotidiano delle Americhe diretto da Mimmo Porpiglia.

E’ giusto notare che il programma nucleare Iraniano ebbe origine ai tempi dello Scià e nacque con l’appoggio degli USA.

Non è un ricordo pleonastico, ma è solo per ricordare che in realtà è in discussione il ruolo geopolitico dell’Iran come potenza regionale nel vicino Medio-Oriente.

Nel 2003, con l’Italia presidente di turno dell’Unione Europea, Inghilterra, Francia e Germania si proposero come mediatori nel contenzioso con l’Iran .

Era la Francia di Chirac e la Germania Shroeder, era il momento delle tensioni tra USA ed Europa per le vicende irachene: la mediazione nacque in un contesto politico profondamente diverso, suscitò reazioni all’interno dell’UE, ma l’iniziativa prese comunque corpo  e iniziarono le trattative, gli incontri a quattro in un balletto con l’AIEA, che controllava lo sviluppo del processo di arricchimento dell’uranio iraniano.

L’Italia più volte, sia con Frattini che con Fini ministri degli Esteri, propose di passare all’U.E., in quanto tale, la responsabilità del processo negoziale e, come spesso accade in Europa, ne uscì una soluzione ambigua che vide Solana, responsabile della politica estera europea, assumere il ruolo di negoziatore in nome e per conto di Inghilterra, Francia e Germania. 

Con le sue esitazioni nel condurre il negoziato l’Europa ha in realtà aggravato la crisi e non ha bloccato nessun processo di sviluppo dell’energia atomica in Iran, nascondendosi anche con l’accordo, rivelatosi inutile, firmato dalla AIEA con l’Iran,e rendendo sterile la risoluzione del Consiglio di Sicurezza in materia .

Dopo quattro anni, in un quadro politico europeo profondamente mutato, e con un ruolo dell’Iran sempre più invasivo in Afghanistan, Iraq, Libano e Palestina, come dimostrano anche recenti vicende terroristiche in quei Paesi, il problema Iran torna prioritario nell’agenda internazionale.

E non è più un problema per anime nobili multilaterali, ma è una vicenda delicatissima che si svolge su più piani: dagli incontri semi ufficiali sull’Iraq tra USA e Iran, al confronto tra sunniti e sciiti nello scacchiere medio orientale, al confronto storico, che ha ripreso una nuova prospettiva, tra arabi e persiani, al confronto con la Russia, storico partner dell’Iran, in Consiglio di Sicurezza ONU su una eventuale nuova risoluzione con sanzioni economico finanziarie più stringenti, nel tentativo di rompere il sistema politico iraniano, isolando i radicali di Ahmadinejad.

La cautela italiana e spagnola dei Governi Prodi e Zapatero non regge più di fronte all’ arroganza iraniana, al non rispetto degli accordi con l’AIEA, ai missili iraniani puntati su Israele, al continuo sviluppo dell’arricchimento dell’uranio che potrebbe portare entro qualche anno, forse nel 2010, l’Iran a dotarsi di una bomba atomica.

Francia e Germania, la nuova Francia di Sarkozy e la Germania della Merkel hanno cambiato strategia e ripropongono con forza il tema Iran fino alle dichiarazioni del Ministro degli esteri francese Kouchner sull’ eventualità di un attacco all’Iran.

Che qualcuno possa pensare alla soluzione militare come “alla” soluzione non solo non è auspicabile, ma nello scenario mediorientale appare come un azzardo, sulle cui conseguenze è difficile oggi fare previsioni.

Ma la radicalità dell’ipotesi militare deve essere assunta come la necessità di affrontare il problema Iran con metodi ed obbiettivi diversi da quelli fin qui condotti dall’U.E.  ed è un messaggio chiaro e preciso a Italia e Spagna soprattutto affinché abbandonino le cautele e gli alibi multilaterali per affiancare gli Stati Uniti, certamente da alleati e non da allineati, nel  confronto con l’Iran .

Riproponendo una nuova strategia complessiva nel quadro mediorientale a cominciare dall’Iraq la cui stabilizzazione non è un problema dell’America di Bush, ma è un problema di tutti coloro che conducono la lotta al terrorismo internazionale.

L’uscita francese è un fatto nuovo e rilevante che indica nuovi e diversi equilibri nei rapporti in Europa e nei rapporti tra Europa e Stati Uniti ed è imbarazzante ascoltare le dichiarazioni del ministro D’Alema che ripropone le sue vecchie tesi e manifesta un allineamento alle decisioni ONU da soggetto passivo, pronto a subire le decisioni multilaterali di altri, come se l’Italia non avesse un seggio nel Consiglio di Sicurezza e non fosse direttamente interessata alla vicenda Iraniana . Se non altro per difendere, e quindi trattare, una presenza economica importante dell’Italia visto che siamo il primo partner commerciale europeo in Iran.

La  storia insegna, dal Sud Africa a Cuba, che le sanzioni non hanno mai piegato la volontà di resistenza di un  paese che le deve subire. E l'Iran dispone di robuste capacità economiche, nonostante le molte vulnerabilità, per far fronte ad un accentuarsi della pressione internazionale.

D'Alema, che già si era espresso contro un inasprimento delle sanzioni, ora polemizza con Kouchner, puntando su un'interpretazione strumentale delle dichiarazioni del ministro francese. Il quale, va ricordato, vanta una storia personale di impegno umanitario e  per la pace, che non ha eguali nel panorama politico italiano. Il responsabile della Farnesina ha facile gioco ad evocare le conseguenze di una nuova guerra in Medio Oriente. Ma lo fa in maniera strumentale e questo non giova ad una condotta responsabile della nostra politica internazionale. Proprio sull'Iran, l'Italia,  quando pretende di svolgere un ruolo di mediazione con l'Iran , è velleitaria ed ha come conseguenza di indebolire quel fronte europeo che invece Sarkozy e Kouchner intendono rafforzare. Anche la pretesa, in nome del multilateralismo, di lasciare all'ONU la condotta strategica della crisi, si scontra con il rifiuto di D'Alema, di varare nuove sanzioni al Palazzo di vetro. In contraddizione con quanto Prodi a luglio aveva dichiarato in occasione del suo viaggio in Israele.

E' evidente che è in atto un complesso gioco di pressioni su Teheran. Non è certo occasionale il fatto che la stampa internazionale riveli, nel dettaglio, la lista degli obiettivi  che gli americani  avrebbero già stilata per piegare militarmente l'Iran.     Sono rivelazioni sospette che  rientrano più nella guerra psicologica che in quella reale.

Anche lo strano raid aereo israeliano sulla Siria, con obiettivo, sembra, attrezzature nucleari provenienti dalla Corea del Nord, forse via Iran, rientra in questo quadro obiettivamente complesso. Con un dato certo: Israele considera il possesso della bomba atomica da parte dell'Iran la più grave, e senza precedenti, minaccia alla sua stessa esistenza. Del resto le ripetute dichiarazioni di  Ahmadinejad sulla distruzione di Israele  ed, implicitamente, su un nuovo Olocausto,  comprensibilmente giustificano l'allarme di Gerusalemme.

Essere in Libano con UNIFIL 2 ai confini di Israele con un ruolo militare da protagonisti impone al Governo italiano un diverso e non equidistante rapporto con Israele. Lo ha rimarcato con lucidità l’on.le Fini nel dibattito svoltosi mercoledì, organizzato dalla Fondazione Liberal.

Parlare con Hamas ed Hezbollah o proporsi come mediatori indebolisce la posizione italiana, divide l’Unione Europea ed allontana il processo di pace. Un processo non facile che deve essere legato con grande realismo alle finestre di opportunità che si aprono in quel drammatico scenario.

Occorre lavorare affianco di Olmert e Abu Mazen per dimostrare al popolo palestinese che esiste un premio della pace, che esiste un’alternativa al terrorismo, alla morte, alla disperazione, al non futuro verso cui i palestinesi sono stati avviati dalla Intifada, dallo scontro frontale con gli israeliani. Un allarme che su un versante completamente diverso,  è condiviso dai  più importanti paesi arabi, (sunniti) della regione, dall'Arabia Saudita all'Egitto, che vedono con estrema preoccupazione il possesso della bomba da parte degli sciiti dell'Iran.

La posizione di D’Alema dice che l’Italia che pare pronta a smarcarsi dalla posizione europea se nel Consiglio di Sicurezza non si troverà una posizione condivisa o peggio ancora se la Russia dovesse esercitare il suo diritto di veto. Smarcamenti in materia di Iran e di proliferazione nucleare, in materia di lotta al terrorismo non sono ammissibili per un Paese come  il nostro che, a dispetto di Prodi e D’Alema, ha un ruolo da protagonista nelle vicende internazionali specie quando riguardano aree geopolitiche che gravitano nel nostro spazio vitale, il Mediterraneo.

Occorre osservare con grande realismo i fatti, anticipare i tempi, farsi carico di una crisi, quella Iraniana, che non ha soluzioni diplomatiche ma politiche e dove i rapporti di forza diventano un’arma nel confronto politico.

Si deve operare perché non si rendano prioritarie soluzioni di forza, ma ciò è possibile, e ha ragione Kouchner , se non si lanciano messaggi di debolezza o di divisione e soprattutto se non si fa per principio opposizione a soluzioni di forza. (Alfredo Mantica-La Gente d’Italia/Inform)

* Vice Presidente della Commissione Esteri del Senato

 


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