INFORM - N. 172 - 18 settembre 2007


ITALIANI ALL’ESTERO

Ites,Area e Redel: tre progetti dell’agenzia del Ministero Lavoro:

Missione in Brasile, Argentina ed Uruguay per Natale Forlani, amministratore delegato di Italia Lavoro

 

ROMA – Non c’è nessun dubbio che quando si parla del vasto universo degli italiani all’estero è impossibile rimanere indifferenti. Si può pensare al tema della pensione, al diritto al voto o alla cittadinanza.  Si possono ricordare nomi illustri, terre lontane, le note di una canzone o le immagini di un  bel film. Ma, ed evidente, che man mano che si approfondisce il tema e si conosce meglio questa realtà, più nascono altre riflessioni, altre interrogativi ed altre iniziative intorno alla comunità degli italiani che vive al di là delle nostre frontiere geografiche.

Questo è il caso specifico della esperienza  vissuta in questo ultimo anno dai team del progetto “Occupazione e sviluppo per la comunità degli italiani all’estero”(Ites), iniziativa attuata da Italia Lavoro – agenzia tecnica del Ministero del Lavoro -  che in questo ultimo anno grazie a un intenso rapporto tanto con le autorità locali, quanto con tutti i rappresentati della comunità italiana guarda agli italiani all’estero non solo come una sfida ed un universo dove sviluppare e incentivare le migliori condizioni di relazioni per prevenire la disoccupazione e migliorare l'occupabilità , ma anche come un patrimonio di persone importanti per affrontare l’elevato  fabbisogno di mano d’opera che ogni anno affronta l’Italia.

Natale Forlani, amministratore delegato di Italia Lavoro ed ex segretario confederale della Cisl nazionale dal 1991 al 1998, a pochi giorni della partenza per una importante missione in Sud America  riguardante  le tre iniziative progettuali di Italia Lavoro: progetto Ites, programma Area e progetto Redel , parla di questa importante sfida sudamericana, delle attività realizzate e da quelle ancora da realizzare e di come gli italiani all’estero potrebbero rappresentare per la Italia una risorsa straordinaria grazie al forte legame culturale con il nostro paese.

Il mercato del lavoro all’estero è oggi una sfida per Italia Lavoro?

Si, perché gli elementi strutturali del mercato del lavoro italiano rendono evidente che ogni anno abbiamo un fabbisogno di importazione di mano d’opera, di risorse umane, tra le 200 e le 300 mila unità . Esiste un patrimonio di persone che hanno un legame con il nostro paese costituito soprattutto da giovani italiani a volte  di terza o quarta generazione, che potrebbero costituire una risorsa straordinaria: sia per il nostro paese che disporrebbe di risorse umane professionalmente preparate, che conoscono la lingua e che hanno un forte legame culturale con l’Italia, sia per i paesi in cui risiedono, che vedono accresciuto il know how professionali dei propri cittadini.

Una specie di mobilità di ritorno?

Una mobilità formativa, di lavoro e di ritorno, che possa nel contempo costituire una opportunità soprattutto per le persone direttamente interessate ma anche per l’Italia, per quelli che sono i nostri fabbisogni del mercato del lavoro, ed anche per i paesi di provenienza, in alcuni casi paesi con problemi di sviluppo economico, per disporre di quadri professionalizzati  da utilizzare anche nel sistema locale.

Quali sono le strategie che in questo momento Italia Lavoro sta adottando per rafforzare questa rete di relazioni essenziale per consentire il suo inserimento all’interno di altri paesi?

Il primo problema su cui vorrei porre l’accento è proprio quello di affermare l’idea di una rete. Gli interventi in favore degli italiani all’estero sono stati per lungo tempo caratterizzati da  una storia di frammentazione e  scarsa incisività di tipo sistemico. Quindi,  l’idea di cominciare a lavorare per obbiettivi di sistema, organizzando rapporti con le associazioni, con le istituzioni formative, con i patronati, con tutto quello che costituisce la rete che ha creato l’identita´dei rapporti con l’Italia, ritengo debba  considerarsi un passaggio fondamentale.  E’  indispensabile che si affermi l’idea di lavorare in rete tra più soggetti per conseguire questo obbiettivo.

Il secondo problema è avviare  interventi pilota di buona qualità affinche’ intorno alla cooperazione formativa, all’incontro dei diversi mercati del lavoro, ai programmi di inserimento dei giovani di origine italiana nel mercato del lavoro del nostro paese - quindi superando il mero concetto di formazione fine a se stessa - si possa dar vita ad esempi importanti.

Non è sempre facile però mettere d’accordo tutti gli attori di questa rete e la distanza geografica qualche volta può generare timori e perplessità.

Non credo si tratti di un problema di vicinanza o lontananza in quanto noi ci proponiamo di costruire una rete con tutti gli attori locali. Certamente occorre tenere in considerazione coloro che tradizionalmente hanno assicurato i contatti reali con le collettivita´italiane all’estero, come per esempio i patronati; ma occorre anche porsi come obiettivo comune la valorizzazione degli attori locali attraverso azioni che massimizzino ed ottimizzino l’uso delle risorse investite dallo Stato italiano. Quindi, comprendo la diffidenza ma attenzione, non è possibile continuare,  come talvolta si faceva nel passato, a disperdere risorse economiche, anche notevoli, su obiettivi che poi non avevano ritorni visibili per il paese.

Negli ultimi mesi si parla molto del ruolo e del futuro dei patronati italiani all’estero. Si parla anche di incrocio tra domanda/offerta di lavoro. Pensa che sia una strada percorribile?

Penso di si, occorre comunque tener presente che il sistema domanda/offerta si qualifica sui profili professionali e non  solo sui rapporti associativi. I patronati hanno una storia importante nel settore previdenziale. E’ perciò possibile coinvolgere tutti i punti della rete delle associazioni degli italiani all’estero, i patronati,  i consolati, nonché i servizi offerti dalle autorità locali per migliorare il sistema domanda/offerta.

Lei prossimamente si recherà in missione in Brasile, Argentina ed Uruguay. Quali sono gli obiettivi di questo viaggio?

Questo viaggio ha due obiettivi. Per quanto riguarda l’Argentina e l’Uruguay, il tema è lo sviluppo dei servizi locali, soprattutto legati ai due programmi di cooperazione internazionale (Area e Redel) che Italia Lavoro sta attualmente realizzando in partenariato con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Ma in parallelo anche la qualificazione dei servizi in favore degli italiani, dei quali parlavo prima, che sono un complemento d’intervento nel senso che sviluppando i servizi locali si possono fare servizi anche per gli italiani e viceversa.

Per il Brasile, l’obiettivo è puntare a creare nell’area di San Paolo un servizio finalizzato a dar vita ad un flusso migratorio qualificato verso l’Italia  con processi di ritorno per italiani e per brasiliani.

Italia Lavoro è oggi presente con tre iniziative in Sud America. Potrebbe indicarmi le ragioni di questa presenza?

Siamo di fronte a paesi molto diversi tra di loro. Paesi che hanno avuto processi di sviluppo con crisi molto forti, come il caso Argentino e paesi emergenti come il Brasile. Sono realtà che vanno analizzate nella loro specificità. E certo che oggi l’America Latina vive una straordinaria congiuntura. Fino agli anni 90 quest’area era considerata  a rischio ma negli ultimi anni  ha recuperato una relativa stabilità economica ed ha tassi di sviluppo economico molto importanti. Essa costituisce un’area fondamentale per la cooperazione italiana ed  ha acquisito una nuova centralità. Ciò, ovviamente, attribuisce all’intervento di Italia Lavoro, nello specifico settore del mercato del lavoro, un valore molto diverso rispetto al passato.

In una recente intervista, il Ministro del Lavoro Argentino,  Carlos Tomada, ha sottolineato l’importanza delle azioni svolte da Italia Lavoro nella lotta alla disoccupazione e dichiarato che la formazione professionale dovrebbe costituire una delle future priorità per assicurare migliori condizioni per i lavoratori argentini. Che contributo può offrire Italia Lavoro in quest’area?

Noi non distinguiamo servizi e formazione. Non essendo attori di formazione, cerchiamo di fare in modo che la formazione fornita dagli attori che la fanno, sia finalizzata a obiettivi efficaci di occupazione. Questo in via generale, come modello operativo;  a maggior ragione per gli interventi verso gli italiani. Vale a dire, noi  privilegeremo programmi di formazione che sono finalizzati all’inserimento occupazionale. Precisamente,  presenteremo uno di questi interventi in occasione della mia prossima missione a Buenos Aires.

Quale è il segnale concreto che con questi interventi per gli italiani all’estero vuole trasmettere Italia Lavoro?

Credo che il segnale concreto sia finalizzare l’uso delle risorse all’occupazione. In molti casi, le risorse del passato erano destinate principalmente alla promozione dell’associazionismo; ciò non era di per se negativo in quanto la base da cui partiamo è la rete delle associazioni. I progetti apparivano quindi  più finalizzati a risaltare l’immagine delle comunità locali che alla creazione di occupazione. Ritengo che questo sia il segnale forte  ed innovativo di questa iniziativa: rafforzare l’efficacia della nostra azione rispetto al passato ponendo l’accento su azioni concrete destinate a incentivare la creazione di occupazione reale.(Olga de los Santos Morales/Inform)

 

 


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