INFORM - N. 166 - 10 settembre 2007


COMMENTI

Commissione Paesi Anglofoni del CGIE a Miami

Ciro Paglia: “Un diffuso malessere”

 

Se si vuole davvero comprendere il significato più profondo della prima giornata di lavoro della Commissione Continentale Paesi Anglofoni del CGIE a Miami, se si vuole cogliere il senso vero della mozione di sfiducia presentata contro il vice segretario Giovanni Rapanà, occorre sfrondare il documento da ogni sovrastruttura di tipo personalistico o partitico e cogliere il clima di lacerante tensione che fa da sfondo al Consiglio Generale degli Italiani all’Estero.

Certo a Rapanà hanno contestato la sua gestione, forse anche alcuni aspetti caratteriali, il fatto di essere molto vicino alle posizioni del vice ministro Danieli, di aver conquistato la vice direzione per questioni di equilibri politici (essendo andato ai DS la segreteria del Consiglio le vice segreterie toccavano alla Margherita).

Ma l’insieme di questi fatti sono solo una spiegazione apparente della mozione di sfiducia. Essa invece è un sintomo più preoccupante di un malessere generale: la mozione contro Rapanà è stata una occasione, solo una occasione più prossima, per esprimere questo malessere. Uno stato inquietudine pervade il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero sin da quando sono stati eletti in Parlamento, per la prima volta nella storia del nostro Paese, deputati e senatori votati dagli italiani che vivono oltre i confini.

Fino all’anno scorso, prima che fosse applicata la legge Tremaglia con la quale è stato riconosciuto il diritto di voto ai nostri connazionali nel mondo, è spettato per quasi trent’anni al CGIE l’onore e l’onere di rappresentare le esigenze, le attese, le speranze degli italiani oltre i confini. Ma dall’anno scorso è tutto cambiato: spetta ai rappresentanti eletti in Parlamento farsi carico di una realtà che il Paese da sempre aveva rimosso.

Oggi insomma è in gioco il ruolo del CGIE. Oggi ci si domanda in che misura esso può e deve rappresentare gli italiani all’estero, in che misura e fino a che punto sono in grado di farlo, lo vogliono fare, lo possono fare i deputati ed i senatori eletti fuori dall’Italia. E non è, come potrebbe apparire, una brutta questione di potere o una sciocca questione di competenze. E’ qualcosa di più complesso e di più articolato. Si tratta di trovare un punto di convergenza tra l’azione del CGIE e quella dei parlamentari, si tratta forse di sperimentare e istituzionalizzare una convergenza di nuovo tipo, si tratta di amalgamare meglio i ruoli e le prospettive.

Siamo di fronte ad un processo storico per il quale manca ogni tipo di esperienza, un processo storico complesso e che avrà anche le sue fastidiose contraddizioni. Ma sarà un processo storico inarrestabile al di là delle polemiche sollevate intorno alla regolarità del sistema di voto. Un processo storico che vedrà in prospettiva deputati e senatori eletti dagli italiani all’estero, chiamati ogni giorno di più a rispondere del loro operato ai loro elettori, prima ancora che ai loro rispettivi schieramenti politici. E deputati e senatori eletti all’estero avranno sempre più un ruolo difficile dovendo mediare tra la logica della appartenenza e la realtà concreta rappresentata dai bisogni, dalle attese, dalle volontà di coloro che li hanno mandati in Parlamento.

In questo contesto va dunque iscritto il malessere attuale che travaglia il CGIE, un malessere che troverà superamento man mano che avanzerà il processo storico di compenetrazione dei ruoli. Ed in questo processo storico saranno chiamati a far la loro parte, rinnovati e ristrutturati, anche i nostri uffici di rappresentanza diplomatica. Le strade nuove, si sa, presentano difficoltà ed incognite. Ma val la pena di percorrerle. E questa buona volontà mi è parsa di coglierla trasversalmente. (Ciro Paglia-La Gente d’Italia/Inform)

 


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