COMMENTI
Commissione
Paesi Anglofoni del CGIE a Miami
Ciro Paglia: “Un diffuso malessere”
Se si vuole davvero comprendere il significato più profondo
della prima giornata di lavoro della Commissione Continentale Paesi Anglofoni
del CGIE a Miami, se si vuole cogliere il senso vero della mozione di sfiducia
presentata contro il vice segretario Giovanni Rapanà, occorre sfrondare il documento
da ogni sovrastruttura di tipo personalistico o partitico e cogliere il clima
di lacerante tensione che fa da sfondo al Consiglio Generale degli Italiani
all’Estero.
Certo a Rapanà hanno contestato la sua gestione, forse
anche alcuni aspetti caratteriali, il fatto di essere molto vicino alle posizioni
del vice ministro Danieli, di aver conquistato la vice direzione per questioni
di equilibri politici (essendo andato ai DS la segreteria del Consiglio le vice
segreterie toccavano alla Margherita).
Ma l’insieme di questi fatti sono solo una spiegazione
apparente della mozione di sfiducia. Essa invece è un sintomo più preoccupante
di un malessere generale: la mozione contro Rapanà è stata una occasione, solo
una occasione più prossima, per esprimere questo malessere. Uno stato inquietudine
pervade il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero sin da quando sono stati
eletti in Parlamento, per la prima volta nella storia del nostro Paese, deputati
e senatori votati dagli italiani che vivono oltre i confini.
Fino all’anno scorso, prima che fosse applicata la legge
Tremaglia con la quale è stato riconosciuto il diritto di voto ai nostri connazionali
nel mondo, è spettato per quasi trent’anni al CGIE l’onore e l’onere di rappresentare
le esigenze, le attese, le speranze degli italiani oltre i confini. Ma dall’anno
scorso è tutto cambiato: spetta ai rappresentanti eletti in Parlamento farsi
carico di una realtà che il Paese da sempre aveva rimosso.
Oggi insomma è in gioco il ruolo del CGIE. Oggi ci si
domanda in che misura esso può e deve rappresentare gli italiani all’estero,
in che misura e fino a che punto sono in grado di farlo, lo vogliono fare, lo
possono fare i deputati ed i senatori eletti fuori dall’Italia. E non è, come
potrebbe apparire, una brutta questione di potere o una sciocca questione di
competenze. E’ qualcosa di più complesso e di più articolato. Si tratta di trovare
un punto di convergenza tra l’azione del CGIE e quella dei parlamentari, si
tratta forse di sperimentare e istituzionalizzare una convergenza di nuovo tipo,
si tratta di amalgamare meglio i ruoli e le prospettive.
Siamo di fronte ad un processo storico per il quale manca
ogni tipo di esperienza, un processo storico complesso e che avrà anche le sue
fastidiose contraddizioni. Ma sarà un processo storico inarrestabile al di là
delle polemiche sollevate intorno alla regolarità del sistema di voto. Un processo
storico che vedrà in prospettiva deputati e senatori eletti dagli italiani all’estero,
chiamati ogni giorno di più a rispondere del loro operato ai loro elettori,
prima ancora che ai loro rispettivi schieramenti politici. E deputati e senatori
eletti all’estero avranno sempre più un ruolo difficile dovendo mediare tra
la logica della appartenenza e la realtà concreta rappresentata dai bisogni,
dalle attese, dalle volontà di coloro che li hanno mandati in Parlamento.
In questo contesto va dunque iscritto il malessere attuale
che travaglia il CGIE, un malessere che troverà superamento man mano che avanzerà
il processo storico di compenetrazione dei ruoli. Ed in questo processo storico
saranno chiamati a far la loro parte, rinnovati e ristrutturati, anche i nostri
uffici di rappresentanza diplomatica. Le strade nuove, si sa, presentano difficoltà
ed incognite. Ma val la pena di percorrerle. E questa buona volontà mi è parsa
di coglierla trasversalmente. (Ciro Paglia-La Gente d’Italia/