INFORM - N. 166 - 10 settembre 2007


MEMORIA

Gli annegati del Laconia

Nel settembre 1942, 1800 prigionieri di guerra italiani furono incatenati nella stiva di una nave silurata. Ne morirono 1400. Una delle tante tragedie non chiarite della nostra storia

 

Nella notte tra il 12 e il 13 settembre 1942 la nave inglese „Laconia“, un transatlantico di 20.000 tonnellate adibito a mercantile ed armato per il trasporto truppe, navigava al largo della costa africana. La nave aveva a bordo un equipaggio di 463 uomini oltre a 103 guardie polacche agli ordini degli ufficiali inglesi. C’erano poi familiari dei militari ed altri ospiti, per un totale di circa 900 persone. Quindi la nave trasportava, stivati, 1.800 prigionieri di guerra italiani: si trattava di soldati superstiti della prima battaglia di El Alamein del luglio 1942. Destinazione del viaggio era un campo di prigionia in Gran Bretagna. Improvvisamente però il Laconia finì nel periscopio del capitano Werner Hartenstein, che comandava  il sommergibile tedesco U-Boot 156. La nave si presentava come un obiettivo militare, batteva bandiera inglese, zigzagava a luci spente, era armata con due cannoni da sette pollici  e sei antiaeree. Hartenstein diede quindi l’ordine di fuoco e la nave, colpita, rollò su sé stessa e, dopo un’ora e mezza, si inabissò. I primi a impossessarsi delle scialuppe di salvataggio furono i militari inglesi, le loro famiglie e gli ospiti. A partire da qui, tuttavia, la vicenda comincia a farsi piuttosto oscura. Lo storico americano Clay Blair jr., che descrisse l’avvenimento nel suo libro „Hitler’s U-Boot War“, dice esplicitamente che il Laconia aveva a bordo sufficienti scialuppe di salvataggio per tutte le 2700 persone imbarcate, prigionieri compresi. Ciò nonostante, le guardie polacche ricevettero l’ordine dagli ufficiali di sbarrare i cancelli delle stive, quindi, mentre militari ed ospiti si imbarcavano, la guardia si schierò con i fucili puntati davanti alle cancellate chiuse. La scena fu descritta da alcuni sopravvissuti, le cui testimonianze sono raccolte nel libro di Antonio Trizzino, „Sopra di noi l’oceano“.

Appena ebbero compreso che erano stati condannati all’annegamento, i  prigionieri si lanciarono contro i cancelli, mentre le guardie li respingevano a colpi di baionette o sparando a bruciapelo. A coloro che riuscirono ad arrivare alle scialuppe e ad aggrapparvisi  venivano tagliate le mani.

Il capitano Hartenstein caricò a bordo quanti naufraghi poteva e, soprattutto quando si accorse che sul Laconia c’erano prigionieri italiani, allora alleati,  chiese aiuto al comando. L’allora viceammiraglio Karl Dönitz, che guidava la guerra sottomarina tedesca, dispose quindi che altri due sommergibili in zona, l’U-506 e l’U-507, si dirigessero sul luogo, e in più fece avvisare il comando italiano. Il quale inviò a sua volta il sommergibile Cappellini, al comando del tenente di vascello Marco Revedin.

Questa, che si presenta come una delle tante tragedie taciute della seconda guerra mondiale, manca ancora oggi di prese di posizione ufficiali. Le autorità inglesi non l’hanno mai citata. In un documentario del Dipartimento Storico della Bbc, dedicato all’affondamento del Laconia e trasmesso  il 21 luglio 2002, non si fa cenno dei prigionieri italiani, se si esclude la seguente frase. „La nave Laconia si era allontanata da Cape Town con 2700 persone a bordo, di cui 1800 erano italiani“. E, più avanti, a proposito dei naufraghi. „Centinaia di uomini, in gran parte italiani, erano sparsi nel mare alla ricerca disperata di un posto nelle scialuppe“.

Il documentario della Bbc non fa alcun riferimento all’ordine di chiudere i prigionieri nelle stive. Clay Blair jr., invece, nel volume citato, descrive così la scena: „I polacchi cui era assegnata la guardia dei prigionieri di guerra rifiutarono di aprire i cancelli e di conseguenza centinaia di italiani che erano sopravvissuti ai siluri colarono a picco con la nave. Diverse centinaia sfondarono uno dei cancelli e si riversarono sul ponte, ma ad essi vennero negati i posti sulle scialuppe a colpi di fucile e di baionetta“.

Nel frattempo, visto il grande numero di naufraghi, il viceammiraglio Dönitz aveva sottoposto la questione del „che fare“ personalmente ad Hitler, il quale „consigliò“ (non ordinò) di lasciare i superstiti al loro destino e di ritirare i sommergibili. Il fatto che quello di Hitler non fosse un ordine esplicito, consentì al comandante Hartenstein di salvare sul suo U-Boot 193 uomini, di cui 21 inglesi. Altrettanti ne caricarono gli altri sommergibili. La tragedia sembrava giunta così alla fine, in realtà le sorprese non erano finite.

I quattro sommergibili si trovavano carichi di prigionieri, sia all’interno che sul ponte di coperta; in più trainavano molte scialuppe di salvataggio. Erano quindi nella impossibilità di immergersi. In quelle condizioni, il 16 settembre, alle ore 11,25, fu avvistato un bombardiere americano del modello B-24 Liberator. A bordo c’erano il tenente pilota James D. Harden, il tenente Edgar W. Keller, l’ufficiale di rotta Jerome Perimar. Costoro osservarono i sommergibili con visibili a coperta, come da convenzione internazionale, i teli bianchi con la croce rossa, indicanti prigionieri a bordo. Di più: Hartenstein chiese ad uno degli ufficiali inglesi che si trovavano sul suo U-Boot di trasmettere - in inglese - all’aereo il seguente messaggio: „Qui ufficiale Raf a bordo del sommergibile tedesco. Ci sono i naufraghi del Laconia, soldati, civili, donne e bambini“. Il Liberator non rispose e si allontanò. Il tenente pilota Harden telegrafò però al punto di appoggio che si trovava sull’isola di Asuncion, da dove il comandante in capo, il colonnello Robert C. Richardson III, impartì l’ordine chiaro „Sink sub“.  Quindi il Liberator tornò alle 12, 32 per bombardare i sommergibili. Hartestein a quel punto fece tagliare le cime con le scialuppe e si immerse.

Dönitz diventò ammiraglio alla fine di quell’estate e dispose che i sommergibili non avrebbero più raccolto naufraghi delle navi affondate. Questo fu uno dei capi di imputazione sulla sua testa al processo di Norimberga, avvenuto il 9 maggio 1946. Dönitz, che fu poi condannato a 10 anni di prigione, si difese proprio citando il bombardamento dei sommergibili dopo l’affondamento del Laconia.

Dei 1800 italiani, circa 1400 morirono annegati, in gran parte intrappolati nella stiva della nave. Di loro, ufficialmente, non si è mai occupato nessuno. Nessuna indagine della nostra Amministrazione, nessuna richiesta di informazioni, nessuna denuncia. Non un discorso ufficiale di un’autorità, non una via intitolata, non uno straccio di targa da qualche parte, non un minuto di silenzio in una classe scolastica, non una citazione in un sussidiario di storia, Niente! Per gli annegati del Laconia solo il dolore privato delle famiglie. Noi, per quanto possiamo, abbiamo cercato di ricordarli a 65 anni dalla loro morte.

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Urlavano come bestie sgozzate. La testimonianza di chi era sul Laconia

“Quelli che erano più vicini alla grata, appena i morti e i feriti stramazzavano a terra, ne prendevano subito il posto. La grata si torceva, si piegava sotto la loro pressione. Alla fine i nostri sforzi, centuplicati dal terrore, dall’esasperazione, dalla follia collettiva ebbero ragione della grata. Calpestando i caduti ci lanciammo verso le scale”. L’orrore proseguì sul ponte ella nave, dove venne fatto fuoco sugli italiani che cercavano trovare posto nelle scialuppe. Nell’oceano vennero trovati cadaveri di italiani senza le mani. La spiegazione è ancora nelle testimonianze: “Quando si aggrappavano alle scialuppe quei maledetti gli recidevano i polsi perché non potessero più arrampicarsi. Urlavano come bestie sgozzate mentre scivolavano in acqua senza più le mani”

Testimonianza di Dino Monti da “Sopra di noi l’oceano”, di Antonio Trizzino, Longanesi, Milano 1968. (Mauro Montanari-Corriere d’Italia/Inform)

 

 


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