MEMORIA
Gli annegati del Laconia
Nel settembre 1942, 1800 prigionieri di
guerra italiani furono incatenati nella stiva di una nave silurata. Ne morirono
1400. Una delle tante tragedie non chiarite della nostra storia
Nella notte tra il
Appena ebbero compreso che erano stati condannati all’annegamento,
i prigionieri si lanciarono contro i
cancelli, mentre le guardie li respingevano a colpi di baionette o sparando
a bruciapelo. A coloro che riuscirono ad arrivare alle scialuppe e ad aggrapparvisi
venivano tagliate le mani.
Il capitano Hartenstein caricò a bordo quanti naufraghi
poteva e, soprattutto quando si accorse che sul Laconia c’erano prigionieri
italiani, allora alleati, chiese aiuto
al comando. L’allora viceammiraglio Karl Dönitz, che guidava la guerra sottomarina
tedesca, dispose quindi che altri due sommergibili in zona, l’U-506 e l’U-507,
si dirigessero sul luogo, e in più fece avvisare il comando italiano. Il quale
inviò a sua volta il sommergibile Cappellini, al comando del tenente di vascello
Marco Revedin.
Questa, che si presenta come una delle tante tragedie
taciute della seconda guerra mondiale, manca ancora oggi di prese di posizione
ufficiali. Le autorità inglesi non l’hanno mai citata. In un documentario del
Dipartimento Storico della Bbc, dedicato all’affondamento del Laconia e trasmesso il 21 luglio 2002, non si fa cenno dei prigionieri
italiani, se si esclude la seguente frase. „La nave Laconia si era allontanata
da Cape Town con 2700 persone a bordo, di cui 1800 erano italiani“. E, più avanti,
a proposito dei naufraghi. „Centinaia di uomini, in gran parte italiani, erano
sparsi nel mare alla ricerca disperata di un posto nelle scialuppe“.
Il documentario della Bbc non fa alcun riferimento all’ordine
di chiudere i prigionieri nelle stive. Clay Blair jr., invece, nel volume citato,
descrive così la scena: „I polacchi cui era assegnata la guardia dei prigionieri
di guerra rifiutarono di aprire i cancelli e di conseguenza centinaia di italiani
che erano sopravvissuti ai siluri colarono a picco con la nave. Diverse centinaia
sfondarono uno dei cancelli e si riversarono sul ponte, ma ad essi vennero negati
i posti sulle scialuppe a colpi di fucile e di baionetta“.
Nel frattempo, visto il grande numero di naufraghi, il
viceammiraglio Dönitz aveva sottoposto la questione del „che fare“ personalmente
ad Hitler, il quale „consigliò“ (non ordinò) di lasciare i superstiti al loro
destino e di ritirare i sommergibili. Il fatto che quello di Hitler non fosse
un ordine esplicito, consentì al comandante Hartenstein di salvare sul suo U-Boot
193 uomini, di cui 21 inglesi. Altrettanti ne caricarono gli altri sommergibili.
La tragedia sembrava giunta così alla fine, in realtà le sorprese non erano
finite.
I quattro sommergibili si trovavano carichi di prigionieri,
sia all’interno che sul ponte di coperta; in più trainavano molte scialuppe
di salvataggio. Erano quindi nella impossibilità di immergersi. In quelle condizioni,
il 16 settembre, alle ore 11,25, fu avvistato un bombardiere americano del modello
B-24 Liberator. A bordo c’erano il tenente pilota James D. Harden, il tenente
Edgar W. Keller, l’ufficiale di rotta Jerome Perimar. Costoro osservarono i
sommergibili con visibili a coperta, come da convenzione internazionale, i teli
bianchi con la croce rossa, indicanti prigionieri a bordo. Di più: Hartenstein
chiese ad uno degli ufficiali inglesi che si trovavano sul suo U-Boot di trasmettere
- in inglese - all’aereo il seguente messaggio: „Qui ufficiale Raf a bordo del
sommergibile tedesco. Ci sono i naufraghi del Laconia, soldati, civili, donne
e bambini“. Il Liberator non rispose e si allontanò. Il tenente pilota Harden
telegrafò però al punto di appoggio che si trovava sull’isola di Asuncion, da
dove il comandante in capo, il colonnello Robert C. Richardson III, impartì
l’ordine chiaro „Sink sub“. Quindi il Liberator tornò alle
Dönitz diventò ammiraglio alla fine di quell’estate e
dispose che i sommergibili non avrebbero più raccolto naufraghi delle navi affondate.
Questo fu uno dei capi di imputazione sulla sua testa al processo di Norimberga,
avvenuto il 9 maggio 1946. Dönitz, che fu poi condannato a 10 anni di prigione,
si difese proprio citando il bombardamento dei sommergibili dopo l’affondamento
del Laconia.
Dei 1800 italiani, circa 1400 morirono annegati, in gran
parte intrappolati nella stiva della nave. Di loro, ufficialmente, non si è
mai occupato nessuno. Nessuna indagine della nostra Amministrazione, nessuna
richiesta di informazioni, nessuna denuncia. Non un discorso ufficiale di un’autorità,
non una via intitolata, non uno straccio di targa da qualche parte, non un minuto
di silenzio in una classe scolastica, non una citazione in un sussidiario di
storia, Niente! Per gli annegati del Laconia solo il dolore privato delle famiglie.
Noi, per quanto possiamo, abbiamo cercato di ricordarli a 65 anni dalla loro
morte.
^^^^
Urlavano come bestie sgozzate. La testimonianza
di chi era sul Laconia
“Quelli
che erano più vicini alla grata, appena i morti e i feriti stramazzavano a terra,
ne prendevano subito il posto. La grata si torceva, si piegava sotto la loro
pressione. Alla fine i nostri sforzi, centuplicati dal terrore, dall’esasperazione,
dalla follia collettiva ebbero ragione della grata. Calpestando i caduti ci
lanciammo verso le scale”. L’orrore proseguì sul ponte ella nave, dove venne
fatto fuoco sugli italiani che cercavano trovare posto nelle scialuppe. Nell’oceano
vennero trovati cadaveri di italiani senza le mani. La spiegazione è ancora
nelle testimonianze: “Quando si aggrappavano alle scialuppe quei maledetti gli
recidevano i polsi perché non potessero più arrampicarsi. Urlavano come bestie
sgozzate mentre scivolavano in acqua senza più le mani”
Testimonianza di Dino Monti da “Sopra di
noi l’oceano”, di Antonio Trizzino, Longanesi, Milano 1968. (Mauro Montanari-Corriere d’Italia/