INFORM - N. 165 - 7 settembre 2007


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Su “Tribuna Italiana” La Finestra di Mario Basti

Colonia, Collettività, Comunità...  sempre noi italiani d’Argentina

 

BUENOS AIRES - Nella  FINESTRA  del 15 agosto e in quella successiva del 22, ricordavo brevemente la fondazione  e i primi anni dell’Ospedale Italiano di Buenos Aires nella prima metà dell’Ottocento e la sua esemplare attività, che ne fece fin dall’inizio una grande opera di solidarietà, non soltanto per gli immigrati italiani, ma per tutta la popolazione di Buenos Aires, tanto che il primo Ospedale, apparso subito insufficiente per le generali necessità (c’era allora soltanto un ospedale argentino a Buenos Aires) ne seguì presto un secondo, più grande, più rispondente alle necessità generali, quello che ancora adesso è centro di assistenza, di formazione, di studio, in calle Gascón. La storia di quella gara di solidarietà umana e cristiana che fu alla base dell’Ospedale é raccontata nel libro di  Emilio Zuccarini, (“Il Lavoro degli Italiani nella Repubblica Argentina” del 1910) giornalista del giornale “La Patria degli Italiani” e commuove leggere che in essa erano impegnati con generoso altruismo emigrati italiani che andavano a bussare alle case di tutti gli italiani a chiedere a ciascuno un’offerta per i lavori e le attrezzature dell’Ospedale.  E dovunque la risposta era positiva, nelle case dei milionari e in quelle dei modesti lavoratori, tutti emigrati che costituivano quella che allora si chiamava COLONIA ITALIANA, gente semplice, molti analfabeti, ma tutti di generoso cuore.

Tu sai, caro Lettore, che quella iniziativa generosa non fu l’unica realizzazione degli italiani qui emigrati che, allo stesso modo, privandosi di qualche soldo e lavorando gratuitamente il sabato e la domenica, costruirono - ogni gruppo nel proprio quartiere - le Associazioni che  definivano ed erano patriottiche, assistenziali e culturali. Tante “Case d’Italia” ove riunirsi con compatrioti,corregionali, concittadini, paesani, perché pur integrandosi alla società argentina, sentivano il bisogno di fare quattro chiacchiere in italiano o in dialetto con i vicini. Ne sorsero a centinaia di queste Case d’Italia (pur se il nome non era quello, ma l’attributo “italiano” era immancabile) non soltanto nei quartieri di Buenos Aires, anche in tante altre città grandi e piccole di tutta l’Argentina.

Case d’Italia, ma aperte a tutti, testimonianze di una presenza italiana operosa e feconda di progresso sia per la terra natia, per l’Italia sempre amata, sia per l’Argentina che li aveva accolti con ospitalità fraterna e gli aveva dato la possibilità di lavoro e di progresso economico.

Molte di quelle associazioni sono scomparse, ma ugualmente ne rimasero centinaia ed altre centinaia si aggiunsero ad esse, perchè continuavano a giungere da Genova e da Napoli bastimenti carichi di lavoratori italiani  che qui venivano a cercar fortuna.

Tanti che, già prima che finisse l’Ottocento, gli immigrati dell’Italia superavano a Buenos Aires e in altre città gli immigrati provenienti dagli altri Paesi, anche quelli della Spagna e in certe località superavano anche gli argentini. Non esageravano quando cantavano: “Abbiamo fondato paesi e città”. Non esageravano; se ne rendevano conto gli argentini che fraternizzavano con essi e ne riconoscevano il prezioso contributo al progresso.

Allora, alla fine dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento già non si parlava qui di colonia italiana; ma di COLLETTIVITA’ italiana. E fu così nei primi decenni del Novecento, con una parentesi imposta dalla Grande Guerra e poi con le leggi del fascismo che dagli Anni Trenta impedirono l’emigrazione. Una parentesi di quasi un ventennio, perché l’emigrazione riprese subito dopo la seconda guerra mondiale. E’ stata la nostra emigrazione, l’emigrazione dei 500mila, durata circa un decennio, perché ad essa pose fine il “miracolo italiano”, la prodigiosa ricostruzione e il grande sviluppo.

Ma tu sai che, malgrado la sua breve durata, anche quest’ultima immigrazione in Argentina, per certi aspetti diversa dalle precedenti, - la nostra - ha dato un contributo rilevante allo sviluppo del Paese, non soltanto economico. Non credo che sia esagerato dire che anche qui c’è stato un “miracolo italiano” realizzato con esemplare impegno, dedizione e in tanti casi sacrifici e in tante forme della collettività italiana negli ultimi anni chiamata COMUNITA’ ITALIANA.

Una storia organica di essa, dei suoi meriti, del contributo rilevante che ha dato allo sviluppo  del Paese non c’è ancora. Ma, comunque, per ora è documentata nelle pagine dei giornali italiani di qui - Corriere degli Italiani, Tribuna Italiana ed altri -, dove si trovano fra l’altro le cronache di centinaia di vecchie e nuove associazioni italiane, cronache che testimoniano una innegabile vitalità, anche se purtroppo l’Italia, come prima, sembra non rendersene conto, sembra non immaginare che nonostante la grande distanza e i decenni trascorsi, può essere ancora viva una presenza italiana che non è soltanto vago ricordo e sterile nostalgia, ma realtà operante che si concreta in tante migliaia di iniziative di oltre tre milioni di cittadini italiani, che tali continuano a sentirsi e vorrebbero che in Italia se ne accorgessero.

Come lo vorrebbe certamente quel giovane figlio di italiani, Armeno José, la cui lettera, che esprime tanta amarezza, hai potuto leggere mercoledì scorso nella pag. 8 della TRIBUNA ITALIANA, intitolata “En Italia no nos conocen y no les interesa conocernos”.

Se non l’hai letta, caro Lettore, ti consiglio di leggerla, perché nonostante l’amarezza che la ispira, penso che con figli di italiani così, si possa sperare che non è ancora giunta - e tarderà - l’ora di scrivere la parola fine alla presenza italiana in Argentina. (Mario Basti-Tribuna Italiana/Inform)

finestra@tribunaitaliana.com.ar

 


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