STAMPA
ITALIANA ALL’ESTERO
Su
“Tribuna Italiana”
Colonia, Collettività, Comunità... sempre noi italiani d’Argentina
BUENOS AIRES - Nella
FINESTRA del 15 agosto e in quella
successiva del 22, ricordavo brevemente la fondazione e i primi anni dell’Ospedale Italiano di Buenos
Aires nella prima metà dell’Ottocento e la sua esemplare attività, che ne fece
fin dall’inizio una grande opera di solidarietà, non soltanto per gli immigrati
italiani, ma per tutta la popolazione di Buenos Aires, tanto che il primo Ospedale,
apparso subito insufficiente per le generali necessità (c’era allora soltanto
un ospedale argentino a Buenos Aires) ne seguì presto un secondo, più grande,
più rispondente alle necessità generali, quello che ancora adesso è centro di
assistenza, di formazione, di studio, in calle Gascón. La storia di quella gara
di solidarietà umana e cristiana che fu alla base dell’Ospedale é raccontata
nel libro di Emilio Zuccarini, (“Il Lavoro
degli Italiani nella Repubblica Argentina” del 1910) giornalista del giornale
“
Tu sai, caro Lettore, che quella iniziativa generosa
non fu l’unica realizzazione degli italiani qui emigrati che, allo stesso modo,
privandosi di qualche soldo e lavorando gratuitamente il sabato e la domenica,
costruirono - ogni gruppo nel proprio quartiere - le Associazioni che definivano ed erano patriottiche, assistenziali
e culturali. Tante “Case d’Italia” ove riunirsi con compatrioti,corregionali,
concittadini, paesani, perché pur integrandosi alla società argentina, sentivano
il bisogno di fare quattro chiacchiere in italiano o in dialetto con i vicini.
Ne sorsero a centinaia di queste Case d’Italia (pur se il nome non era quello,
ma l’attributo “italiano” era immancabile) non soltanto nei quartieri di Buenos
Aires, anche in tante altre città grandi e piccole di tutta l’Argentina.
Case d’Italia, ma aperte a tutti, testimonianze di una
presenza italiana operosa e feconda di progresso sia per la terra natia, per
l’Italia sempre amata, sia per l’Argentina che li aveva accolti con ospitalità
fraterna e gli aveva dato la possibilità di lavoro e di progresso economico.
Molte di quelle associazioni sono scomparse, ma ugualmente
ne rimasero centinaia ed altre centinaia si aggiunsero ad esse, perchè continuavano
a giungere da Genova e da Napoli bastimenti carichi di lavoratori italiani
che qui venivano a cercar fortuna.
Tanti che, già prima che finisse l’Ottocento, gli immigrati
dell’Italia superavano a Buenos Aires e in altre città gli immigrati provenienti
dagli altri Paesi, anche quelli della Spagna e in certe località superavano
anche gli argentini. Non esageravano quando cantavano: “Abbiamo fondato paesi
e città”. Non esageravano; se ne rendevano conto gli argentini che fraternizzavano
con essi e ne riconoscevano il prezioso contributo al progresso.
Allora, alla fine dell’Ottocento e nei primi anni del
Novecento già non si parlava qui di colonia italiana; ma di COLLETTIVITA’ italiana.
E fu così nei primi decenni del Novecento, con una parentesi imposta dalla Grande
Guerra e poi con le leggi del fascismo che dagli Anni Trenta impedirono l’emigrazione.
Una parentesi di quasi un ventennio, perché l’emigrazione riprese subito dopo
la seconda guerra mondiale. E’ stata la nostra emigrazione, l’emigrazione dei
500mila, durata circa un decennio, perché ad essa pose fine il “miracolo italiano”,
la prodigiosa ricostruzione e il grande sviluppo.
Ma tu sai che, malgrado la sua breve durata, anche quest’ultima
immigrazione in Argentina, per certi aspetti diversa dalle precedenti, - la
nostra - ha dato un contributo rilevante allo sviluppo del Paese, non soltanto
economico. Non credo che sia esagerato dire che anche qui c’è stato un “miracolo
italiano” realizzato con esemplare impegno, dedizione e in tanti casi sacrifici
e in tante forme della collettività italiana negli ultimi anni chiamata COMUNITA’
ITALIANA.
Una storia organica di essa, dei suoi meriti, del contributo
rilevante che ha dato allo sviluppo del
Paese non c’è ancora. Ma, comunque, per ora è documentata nelle pagine dei giornali
italiani di qui - Corriere degli Italiani, Tribuna Italiana ed altri -, dove
si trovano fra l’altro le cronache di centinaia di vecchie e nuove associazioni
italiane, cronache che testimoniano una innegabile vitalità, anche se purtroppo
l’Italia, come prima, sembra non rendersene conto, sembra non immaginare che
nonostante la grande distanza e i decenni trascorsi, può essere ancora viva
una presenza italiana che non è soltanto vago ricordo e sterile nostalgia, ma
realtà operante che si concreta in tante migliaia di iniziative di oltre tre
milioni di cittadini italiani, che tali continuano a sentirsi e vorrebbero che
in Italia se ne accorgessero.
Come lo vorrebbe certamente quel giovane figlio di italiani,
Armeno José, la cui lettera, che esprime tanta amarezza, hai potuto leggere
mercoledì scorso nella pag. 8 della TRIBUNA ITALIANA, intitolata “En Italia
no nos conocen y no les interesa conocernos”.
Se non l’hai letta, caro Lettore, ti consiglio di leggerla,
perché nonostante l’amarezza che la ispira, penso che con figli di italiani
così, si possa sperare che non è ancora giunta - e tarderà - l’ora di scrivere
la parola fine alla presenza italiana in Argentina. (Mario Basti-Tribuna Italiana/
finestra@tribunaitaliana.com.ar