STAMPA
ITALIANA ALL’ESTERO
Su “
Attacchi ai sindacati in Italia e Australia
e mancato rispetto dei diritti umani, non solo in Cina
SYDNEY - Occorre riflettere con attenzione sulla concentrazione,
nei cosiddetti Paesi altamente industrializzati, degli attacchi nei confronti
del mondo sindacale. Non occorre riandare indietro nel tempo e richiamarsi a
Ronald Reagan e Margaret Thatcher quando quasi mandarono in "tilt"
le loro rispettive nazioni - Stati Uniti e Gran Bretagna - pur di far scomparire
al di là dell'Atlantico il blocco sindacale nel settore aereo e oltre
Nelle due vetrine sulle quali butto quotidianamente gli
occhi, Italia e Australia, non passa giorno che la collaudata strategia antisindacale
faccia la sua apparizione. La settimana scorsa a finire sotto la ghigliottina
del settimanale l'"Espresso" sono stati CGIL, CISL e UIL, le tre grandi
confederazioni italiane colpevoli, secondo la rivista, di "una eccessiva
ricchezza che verrebbe scorrettamente alimentata con il denaro pubblico".
Niente di più inesatto, in realtà, di quanto scritto dall'Espresso. Le confederazioni
non ricevono denaro pubblico e hanno come uno introito le quote degli iscritti
sia che facciano ancora parte del mondo del lavoro che in quello dei pensionati.
Il finanziamento pubblico, da parte di due ministeri, quello del Lavoro e quello
delle Finanze, lo ricevono invece per i servizi erogati i Patronati previdenziali
e i CAF, Centri di assistenza fiscale. Chissà se gli autori dell'inchiesta
sono andati a valutare la valenza di questi fornitori di servizi. Per l'assistenza
fiscale, certamente, quei lavoratori che vanno agli sportelli dei CAF risparmiano
notevolmente in termini monetari che se andassero da un commercialista. Non
parliamo poi dei Patronati che suppliscono, soprattutto all'estero, alle carenza
dell'INPS e dell'INPDAP, per quanto concerne gli enti previdenziali e degli
uffici consolari sempre a corto di personale e salvo casi rari della necessaria
competenza professionale della materia. Ma come si dice: buttala lì e poi anche
se viene smentita la notizia qualche danno lo ha già fatto.
In Australia la questione è un pochino più complessa.
L'azione antisindacale da parte dei partiti conservatori e dalle Associazioni
imprenditoriali è ormai in atto da oltre da quasi 50 anni. Basti pensare che
nel 1961 gli iscritti ai sindacati di categoria in Australia erano il 60 per
cento della forza lavoro. Per 25 anni, fino al 1986, quando ancora si registrava
una buona percentuale di lavoratori sindacalizzati (46%) è cominciato un processo
di deterioramento soprattutto della coscienza sindacale da parte dei cosiddetti
"blue collar" (operai) che hanno cominciato ad ambire di effettuare
un salto di qualità (solo apparente) invidiando la "middle class"
e/o "white collar" calando progressivamente fino a registrare nel
2006 il 20% della forza-lavoro australiana iscritta ai sindacati.
Comunque fino a poco più di due anni fa, il governo della
coalizione conservatrice che ha come leader John Howard non aveva potuto mettere
mano ad una vera e propria riforma legislativa delle relazioni industriali consapevole
che non sarebbe mai stata approvata dal Senato dove il governo era privo della
necessaria maggioranza. La svolta è avvenuta nelle ultime elezioni federali
quando, grazie anche alle faide interne tra le fazioni laburiste fomentate in
parte anche dal settore sindacale e alla successione di leaders dell'opposizione
Simon Crean, Mark Latham e Kim Beazley, privi del carisma necessario per ridare
credibilità alle loro strategie politiche, il governo conservatore conquistava
la maggioranza anche al Senato e poteva, quindi, presentare la riforma delle
relazioni industriali che in pratica rimettevano in discussione tutte le leggi
di difesa dei lavoratori lasciando al libero arbitrio della contrattazione individuale
che in definitiva ha penalizzato tanti dipendenti del settore privato che non
possono più godere della giusta causa di licenziamento e delle garanzie delle
ferie, del pagamento degli straordinari, dei supplementi di paga per i turnisti
e via di seguito.
Adesso, il nuovo leader dell'opposizione Kevin Rudd che
ha sinora goduto del favore di tutti i sondaggi di opinione si è mosso con cautela
sul problema che sarà sicuramente al centro dell'ormai imminente campagna elettorale
(si dovrebbe votare a novembre). Ha preferito non alzare il polverone per timore
di provocare reazioni negative dai piccoli imprenditori (negozianti, artigiani
etc.) che prima della riforma lamentavano la legge che imponeva un arbitrato
per i licenziamenti non giustificati. Un problema questo che afflisse anche
i due ultimi primi ministri laburisti, Bob Hawke e Paul Keating, che dando per
scontato di avere sempre l'appoggio del mondo sindacalizzato avevano cominciato
a fare l'occhiolino a quel grosso bacino di voti della piccola imprenditoria.
Ma il problema resta. E anche il leader laburista Kevin
Rudd tra poco dovrà chiarire su quanto accadrà se il risultato elettorale gli
sarà favorevole, tanto più che il primo ministro John Howard ha continuato imperterrito
ad andare avanti nella sua azione anti-sindacale, sostenuto dalle Associazioni
imprenditoriali che hanno avviato una campagna propagandistica (giornali, radio
e televisione) sulle presunte catastrofi che cadranno sull'economia nazionale
se e quando si dovesse rivedere la riforma approvata dal governo conservatore.
E' un'azione quella del primo ministro John Howard che,
cercando di sfruttare l'antipatia da parte di tanti cittadini per l'atteggiamento
arrogante e il linguaggio volgare di alcuni leader sindacali, tenta di far dimenticare
alla cittadinanza i ben sette aumenti dei tassi di interesse durante la sua
gestione governativa, malgrado l'impegno e la promessa che non vi sarebbero
stati aumenti.
Ma la questione è ben diversa. La sua legge WorkChoise
ha richiesto un tomo di ben 762 pagine (altro che il programma dell'Unione)
per consentirgli di operare una radicale riforma della Legge sulle Relazioni
nel Posto di Lavoro. 762 pagine che hanno ispirato la rivista conservatrice
britannica "The Spectator" nel definire Howard come uno che si è sparato
su un piede e che quelle 762 pagine sono, probabilmente, la più lunga nota mai
lasciata da qualcuno che ha commesso suicidio. Beh, che volete che vi dica,
io lo spero.
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Sei anni fa, quando il Comitato Olimpico Internazionale,
assegnò le Olimpiadi del
Nessuna sorpresa per quest'improvvisa levata di scudi
contro il mancato rispetto dei diritti umani, per il livello dello smog, per
la questione tibetana e chi più ne ha più ne metta.
Eppure sei anni fa, quando la maggioranza dei componenti
del CIO votarono per Pechino, era
Perché poi rischiamo anche di cominciare a palleggiarci
il mancato rispetto del diritti umani. Vogliamo pensare a Guantanamo? A quanti
americani (soprattutto neri e ispanici) vengono ingiustamente "giustiziati"
ogni mese negli Stati Uniti? Alle donne accusate di adulterio sottoposte alla
lapidazione nei paesi arabi "amici" dell'America come il Kuwait e
l'Arabia Saudita? Ai giornalisti uccisi (e non soltanto fermati e registrati
da qualche poliziotto zelante come è avvenuto a Pechino) nella Russia di quell'altro
"amico" di Bush, Putin, colpevoli di aver criticato il nuovo piccolo
Zar? E se vogliamo guardare a casa nostra? Qui in Australia, dove fino ad una
quarantina di anni fa i missionari, vuoi cattolici che protestanti, strappavano
i figli alle madri aborigene, adesso l'attuale governo ha approvato una legge,
alla quale vergognosamente si sono attaccati anche i laburisti, che consente
alla polizia di limitare tutte le libertà civili nelle riserve degli indigeni
australiani con la pretestuosa giustificazione di evitare abusi sessuali.
Evitiamo di dare una mano alle eventuali reazioni cinesi
accusate anche giustamente ma da chi dovrebbe guardare anche ai problemi della
propria casa prima di mettere bocca nella conduzione delle altre. (Pietro Schirru-La
Fiamma-Il Globo/