INFORM - N. 155 - 14 agosto 2007


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Su “La Fiamma” di Sydney e “Il Globo” di Melbourne la rubrica settimanale "Italiani Brava Gente" di Pietro Schirru

Attacchi ai sindacati in Italia e Australia e mancato rispetto dei diritti umani, non solo in Cina

 

SYDNEY - Occorre riflettere con attenzione sulla concentrazione, nei cosiddetti Paesi altamente industrializzati, degli attacchi nei confronti del mondo sindacale. Non occorre riandare indietro nel tempo e richiamarsi a Ronald Reagan e Margaret Thatcher quando quasi mandarono in "tilt" le loro rispettive nazioni - Stati Uniti e Gran Bretagna - pur di far scomparire al di là dell'Atlantico il blocco sindacale nel settore aereo e oltre La Manica le ingombranti Unions del settore minerario.

Nelle due vetrine sulle quali butto quotidianamente gli occhi, Italia e Australia, non passa giorno che la collaudata strategia antisindacale faccia la sua apparizione. La settimana scorsa a finire sotto la ghigliottina del settimanale l'"Espresso" sono stati CGIL, CISL e UIL, le tre grandi confederazioni italiane colpevoli, secondo la rivista, di "una eccessiva ricchezza che verrebbe scorrettamente alimentata con il denaro pubblico". Niente di più inesatto, in realtà, di quanto scritto dall'Espresso. Le confederazioni non ricevono denaro pubblico e hanno come uno introito le quote degli iscritti sia che facciano ancora parte del mondo del lavoro che in quello dei pensionati. Il finanziamento pubblico, da parte di due ministeri, quello del Lavoro e quello delle Finanze, lo ricevono invece per i servizi erogati i Patronati previdenziali e i CAF, Centri di  assistenza fiscale. Chissà se gli autori dell'inchiesta sono andati a valutare la valenza di questi fornitori di servizi. Per l'assistenza fiscale, certamente, quei lavoratori che vanno agli sportelli dei CAF risparmiano notevolmente in termini monetari che se andassero da un commercialista. Non parliamo poi dei Patronati che suppliscono, soprattutto all'estero, alle carenza dell'INPS e dell'INPDAP, per quanto concerne gli enti previdenziali e degli uffici consolari sempre a corto di personale e salvo casi rari della necessaria competenza professionale della materia. Ma come si dice: buttala lì e poi anche se viene smentita la notizia qualche danno lo ha già fatto.

In Australia la questione è un pochino più complessa. L'azione antisindacale da parte dei partiti conservatori e dalle Associazioni imprenditoriali è ormai in atto da oltre da quasi 50 anni. Basti pensare che nel 1961 gli iscritti ai sindacati di categoria in Australia erano il 60 per cento della forza lavoro. Per 25 anni, fino al 1986, quando ancora si registrava una buona percentuale di lavoratori sindacalizzati (46%) è cominciato un processo di deterioramento soprattutto della coscienza sindacale da parte dei cosiddetti "blue collar" (operai) che hanno cominciato ad ambire di effettuare un salto di qualità (solo apparente) invidiando la "middle class" e/o "white collar" calando progressivamente fino a registrare nel 2006 il 20% della forza-lavoro australiana iscritta ai sindacati.

Comunque fino a poco più di due anni fa, il governo della coalizione conservatrice che ha come leader John Howard non aveva potuto mettere mano ad una vera e propria riforma legislativa delle relazioni industriali consapevole che non sarebbe mai stata approvata dal Senato dove il governo era privo della necessaria maggioranza. La svolta è avvenuta nelle ultime elezioni federali quando, grazie anche alle faide interne tra le fazioni laburiste fomentate in parte anche dal settore sindacale e alla successione di leaders dell'opposizione Simon Crean, Mark Latham e Kim Beazley, privi del carisma necessario per ridare credibilità alle loro strategie politiche, il governo conservatore conquistava la maggioranza anche al Senato e poteva, quindi, presentare la riforma delle relazioni industriali che in pratica rimettevano in discussione tutte le leggi di difesa dei lavoratori lasciando al libero arbitrio della contrattazione individuale che in definitiva ha penalizzato tanti dipendenti del settore privato che non possono più godere della giusta causa di licenziamento e delle garanzie delle ferie, del pagamento degli straordinari, dei supplementi di paga per i turnisti e via di seguito.

Adesso, il nuovo leader dell'opposizione Kevin Rudd che ha sinora goduto del favore di tutti i sondaggi di opinione si è mosso con cautela sul problema che sarà sicuramente al centro dell'ormai imminente campagna elettorale (si dovrebbe votare a novembre). Ha preferito non alzare il polverone per timore di provocare reazioni negative dai piccoli imprenditori (negozianti, artigiani etc.) che prima della riforma lamentavano la legge che imponeva un arbitrato per i licenziamenti non giustificati. Un problema questo che afflisse anche i due ultimi primi ministri laburisti, Bob Hawke e Paul Keating, che dando per scontato di avere sempre l'appoggio del mondo sindacalizzato avevano cominciato a fare l'occhiolino a quel grosso bacino di voti della piccola imprenditoria.

Ma il problema resta. E anche il leader laburista Kevin Rudd tra poco dovrà chiarire su quanto accadrà se il risultato elettorale gli sarà favorevole, tanto più che il primo ministro John Howard ha continuato imperterrito ad andare avanti nella sua azione anti-sindacale, sostenuto dalle Associazioni imprenditoriali che hanno avviato una campagna propagandistica (giornali, radio e televisione) sulle presunte catastrofi che cadranno sull'economia nazionale se e quando si dovesse rivedere la riforma approvata dal governo conservatore.

E' un'azione quella del primo ministro John Howard che, cercando di sfruttare l'antipatia da parte di tanti cittadini per l'atteggiamento arrogante e il linguaggio volgare di alcuni leader sindacali, tenta di far dimenticare alla cittadinanza i ben sette aumenti dei tassi di interesse durante la sua gestione governativa, malgrado l'impegno e la promessa che non vi sarebbero stati aumenti.

Ma la questione è ben diversa. La sua legge WorkChoise ha richiesto un tomo di ben 762 pagine (altro che il programma dell'Unione) per consentirgli di operare una radicale riforma della Legge sulle Relazioni nel Posto di Lavoro. 762 pagine che hanno ispirato la rivista conservatrice britannica "The Spectator" nel definire Howard come uno che si è sparato su un piede e che quelle 762 pagine sono, probabilmente, la più lunga nota mai lasciata da qualcuno che ha commesso suicidio. Beh, che volete che vi dica, io lo spero.

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Sei anni fa, quando il Comitato Olimpico Internazionale, assegnò le Olimpiadi del 2008 a Pechino, capitale della Repubblica Popolare Cinese, a nessuno venne in mente di alludere a tutti i problemi che improvvisamente emergono ora quando manca meno di un anno all'inizio di quell'evento sportivo.

Nessuna sorpresa per quest'improvvisa levata di scudi contro il mancato rispetto dei diritti umani, per il livello dello smog, per la questione tibetana e chi più ne ha più ne metta.

Eppure sei anni fa, quando la maggioranza dei componenti del CIO votarono per Pechino, era la Repubblica Popolare Cinese improvvisamente diventata una democrazia occidentale? Aveva forse "dissipato" la nube di smog che incombe sulla città? Aveva forse sottoscritto un impegno a restituire la sovranità al Tibet? No, neanche per sogno: la situazione era esattamente quella di oggi. Allora che facciamo, minacciamo di bloccare o boicottare le Olimpiadi se la Cina non cambia radicalmente nei prossimi mesi? Ma non facciamo ridere.

Perché poi rischiamo anche di cominciare a palleggiarci il mancato rispetto del diritti umani. Vogliamo pensare a Guantanamo? A quanti americani (soprattutto neri e ispanici) vengono ingiustamente "giustiziati" ogni mese negli Stati Uniti? Alle donne accusate di adulterio sottoposte alla lapidazione nei paesi arabi "amici" dell'America come il Kuwait e l'Arabia Saudita? Ai giornalisti uccisi (e non soltanto fermati e registrati da qualche poliziotto zelante come è avvenuto a Pechino) nella Russia di quell'altro "amico" di Bush, Putin, colpevoli di aver criticato il nuovo piccolo Zar? E se vogliamo guardare a casa nostra? Qui in Australia, dove fino ad una quarantina di anni fa i missionari, vuoi cattolici che protestanti, strappavano i figli alle madri aborigene, adesso l'attuale governo ha approvato una legge, alla quale vergognosamente si sono attaccati anche i laburisti, che consente alla polizia di limitare tutte le libertà civili nelle riserve degli indigeni australiani con la pretestuosa giustificazione di evitare abusi sessuali.

Evitiamo di dare una mano alle eventuali reazioni cinesi accusate anche giustamente ma da chi dovrebbe guardare anche ai problemi della propria casa prima di mettere bocca nella conduzione delle altre. (Pietro Schirru-La Fiamma-Il Globo/Inform) pschirru@zip.com.au

 

 


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