INFORM - N. 155 - 14 agosto 2007


ESTERI

La crisi dell’agricoltura in India, spinte all’emigrazione. Il fenomeno dei suicidi tra gli agricoltori indebitati

 

Dal 1952 in poi, all’indomani dell’indipendenza, l’India deve sentirsi vincolata, nel pensiero dei fondatori della Federazione, prima ancora di darsi una costituzione, ad una intenzionalità di base, ad un disegno permanente che deve sovrastare e motivare tutti i governi, di qualunque colore essi fossero stati. Questo è il “Community development”, cioè la presa in mano e l’impulso al rinnovo di sé di tutta la popolazione delle campagne che fino a due decenni fa prevaleva sulle città. L’impulso era di comunicare incessantemente su tutti i versanti ed i polmoni del vivere: l’educazione, le scuole, l’introduzione di nuove tecniche e del cooperativismo diffuso, la salute, le infrastrutture, strade, ponti, comunicazioni, distribuzione dei servizi, acqua, luce, fognature, edilizia, nuovi habitats, una esistenza sempre meno disagiata...

“Community development” voleva dire un comportamento autorivoluzionario, una reattività del mondo rurale radicalmente rieducativa su se stesso, e questo prima e decisamente avanti ai piani pluriennali che la giovane democrazia indiana ha impostato negli anni successivi. Questi piani hanno coinvolto (dovevano farlo) ma in realtà hanno finito col privilegiare l’industria, il commercio, la vita cittadina, l’amministrazione pubblica. Era il tradimento del “Community development”? Le prime microesperienze di questa azione comunitaria nelle campagne, ancora negli anni ’50, furono imbastite da un volontariato idealista, entusiasta, sovente discepoli del Mahatma Gandhi. ma l’entusiasmo non durò a lungo. Per mantenere ed estendere queste iniziative il governo centrale ed i governi locali ricorsero a funzionari pubblici ed a personale reclutato e retribuito.

Gli anni e i decenni sono passati ed il grande disegno ha subito l’ineluttabile fenomeno della stanchezza e del disinganno. E le leggi del mercato sono state più forti del volontariato. L’industrializzazione, l’urbanesimo, l’attrazione delle città hanno prevalso. Il regime fondiario e le disuguaglianze nella proprietà terriera non sono state sostanzialmente alterate. L’investimento pubblico nelle sovrastrutture delle regioni rurali ha subito una netta caduta e così il credito per i coltivatori cui le banche sembravano ben disposte ma che hanno ben presto declinato senza l’appoggio e le garanzie dello Stato. Al contrario, il credito si è irrigidito. I medi e piccoli coltivatori, incoraggiati nel primo momento, si sono sentiti abbandonati, E’ rimasto il crescente numero degli agricoltori indebitati.

Come ha reagito a tutto ciò il ceto contadino che è il più tradizionale e ligio all’educazione ricevuta dagli antenati e dall’animismo religioso? Con la diffusione del suicidio.

Riportiamo in proposito alcuni dati impressionanti da un rapporto del prof. Par Palagummi Sainath, specialista di questioni rurali, alle Edizioni “The Hindu” di Madras, riportato a sua volta da “Monde Diplomatique” di Parigi, n. 94 (agosto settembre 2007).

La cifra delle famiglie di agricoltori oberate da debiti si è attestata sul 48% della popolazione contadina. Questa esposizione debitoria - dice il rapporto - va di pari passo con la moltiplicazione dei suicidi. Il ministro dell’agricoltura Sharad Pawar annunciò al Parlamento nel maggio 2006 che più di 112 mila coltivatori si erano suicidati tra il 1993 e il 2003 perché non erano più in grado di pagare i loro debiti. Lo Stato del Maharashtra (capitale Bombay), considerato tra gli Stati fino a ieri più confortati da una media classe di agricoltori tranquilli, è ora il più affetto da atti di disperazione. In sei distretti dello Stato la caduta del benessere e della condiscendenza a vivere è stata così brutale a causa dei troppi prestiti contratti da indurre le autorità sanitarie a dichiarare una situazione di disagio massimo.

Quale senso può avere questo estremo scrupolo della propria coscienza di un indiano fedele alla sua cultura verso una obbligazione che non può più onorare? In fondo, anche in India non si va più in carcere per debiti come nell’antica società romana.

Il primo ministro Manmohan Singh ha dichiarato che gli agricoltori indiani subiscono la più grave crisi materiale e morale. Si accompagna alla disoccupazione che attanaglia città e campagne. Anche i giovani disoccupati subiscono la tentazione del suicidio.

Sono in atto nuove spinte all’emigrazione all’estero oltre che un maggiore disordine delle migrazioni interne. Ma all’estero sono ricercati i giovani cervelli indiani nell’informatica, nelle matematiche e nelle scienze, nella ricerca di punta dove eccellono. Ma è lo stesso lavoratore indiano che oggi si conforma meno all’emigrazione di massa. (Alberto Marinelli-Inform)

 


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