INFORM - N. 145 - 30 luglio 2007


INAS CISL

L’editoriale di “Corrispondenza Italia” n. 631 del 1° agosto 2007

La catastrofe migratoria, specchio del deficit di governance sopranazionale

 

ROMA - Non dispiaccia agli amici dell’Inas e ai lettori del nostro notiziario se nel ricordo ancora recente di un altro agosto lontano, quello di Marcinelle, ci congediamo per la pausa estiva evocando le tragiche vicende di morte sulle cosiddette “rotte della speranza” che dal sud del mondo sfidano il Mediterraneo e l’Atlantico.

Con amarissime parole la portavoce del Commissariato Onu per i rifugiati, Unher, Laura Boldrini, ha fotografato l’ultimo girone infernale in cui sono precipitati i clandestini. In realtà non ci sono neppure più gli scafisti che bene o male “fornivano” un servizio di trasporto. Accade che dopo traversate nel deserto si riceve in consegna un gommone e “da adesso in poi vedetevela voi, quello è il mare e questo è il timone, andatevene”. E se il mare diventa un cimitero, poco male. Gli sventurati che saranno andati a fondo non lo racconteranno a nessuno. E chi ce la fa si considera troppo fortunato per stare lì a sottilizzare, dopo essere sfuggito alle terribili condizioni dei luoghi di partenza, tra fame, violenze, siccità ed epidemie.

E’ fatale tutto questo? Dobbiamo rassegnarci all’impotenza? Dobbiamo reprimere o accantonare ogni senso di corresponsabilità personale o sociale o istituzionale? Possiamo limitarci all’umanitario soccorso in mare, al breve e rapido ristoro degli affamati e assetati e affidare tutto il resto alle cosiddette politiche di contrasto?

Basta un minimo di buonsenso per capire che siamo di fronte a un problema epocale che presuppone la comprensione delle ragioni di una spinta migratoria che è più forte di ogni minaccia di morte.

Certo – e la nostra memoria storica di italiani ce lo ricorda – il fenomeno migratorio è antico quanto il mondo o almeno risale a quando l’uomo inventò la ruota o la slitta o un altro qualsiasi mezzo di traino, per spostarsi oltre il limite del tempo di un giorno. Ma oggi l’Onu ci dice che sono 181 i milioni di migranti sul pianeta. E dunque non ci si può nascondere la necessità di aggredire la radice del problema, che risiede nella condizione disumana di chi decide di affidarsi alla cecità della sorte, dopo aver venduto ogni bene, pagato biglietti-capestro ai trafficanti di carne umana, abbandonato i famigliari agli strozzini e aver considerato il fallimento e il ritorno indietro come la peggiore e più crudele delle eventualità.

Ciò che si può fare a valle del fenomeno va comunque fatto, con lode soprattutto verso il volontariato, verso le istituzioni caritatevoli, verso i corpi sociali che si dedicano alla missione dell’accoglienza e del sollievo della sofferenza dei migranti. Ma al di là dell’immisurabile valore della testimonianza dei volenterosi, sappiamo che anche gli stessi stati nazionali, presi uno per uno, sono in una condizione di impotenza quando non di boriosa ambiguità ed ipocrisia. Pensiamo alla cooperazione internazionale, per esempio, cui l’Italia riserva un misero 0,2 per cento della ricchezza nazionale prodotta. E questo per non parlare del saccheggio delle risorse dei paesi arretrati, delle guerre indigene alimentate dall’esportazioni di armi, del protezionismo e della concorrenza sleale verso le gracili agricolture e industrie di tanti paesi del sud del mondo, Africa in primo luogo. Sono invece le istituzioni sovranazionali e mondiali che dovrebbero prendere in  mano il bandolo della matassa. Ed è a tali istituzioni che andrebbe riservata una quota reale di sovranità universale e continentale, richiesta dai tempi che viviamo e dai problemi che l’umanità di oggi deve affrontare, in nome di un futuro di nuove speranze di progresso.

Dopo decenni di diffusione della dottrina sociale cristiana, è passato, più o meno manipolato o distorto o strumentalizzato, il principio della sussidiarietà verso il basso (territorio, comunità locali, corpi sociali organizzati e rappresentativi della società). Per la sussidiarietà verso l’alto, invece, non solo siamo ancora all’anno-zero, o quasi, ma spesso smontiamo – o meglio, i governi nazionali disfano - quel poco che si è prodotto. Mentre invece il tempo stringe. E le catastrofi incombenti a causa della loro ingovernanza si moltiplicano. E non parliamo soltanto del tema-migrazioni che ci compete su queste pagine!

Ci torneremo a settembre. (Corrispondenza Italia/Inform)

 


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