INAS
CISL
L’editoriale
di “Corrispondenza Italia” n. 631 del 1° agosto 2007
La catastrofe migratoria, specchio del
deficit di governance sopranazionale
ROMA - Non dispiaccia agli amici dell’Inas e ai lettori
del nostro notiziario se nel ricordo ancora recente di un altro agosto lontano,
quello di Marcinelle, ci congediamo per la pausa estiva evocando le tragiche
vicende di morte sulle cosiddette “rotte della speranza” che dal sud del mondo
sfidano il Mediterraneo e l’Atlantico.
Con amarissime parole la portavoce del Commissariato
Onu per i rifugiati, Unher, Laura Boldrini, ha fotografato l’ultimo girone infernale
in cui sono precipitati i clandestini. In realtà non ci sono neppure più gli
scafisti che bene o male “fornivano” un servizio di trasporto. Accade che dopo
traversate nel deserto si riceve in consegna un gommone e “da adesso in poi
vedetevela voi, quello è il mare e questo è il timone, andatevene”. E se il
mare diventa un cimitero, poco male. Gli sventurati che saranno andati a fondo
non lo racconteranno a nessuno. E chi ce la fa si considera troppo fortunato
per stare lì a sottilizzare, dopo essere sfuggito alle terribili condizioni
dei luoghi di partenza, tra fame, violenze, siccità ed epidemie.
E’ fatale tutto questo? Dobbiamo rassegnarci all’impotenza?
Dobbiamo reprimere o accantonare ogni senso di corresponsabilità personale o
sociale o istituzionale? Possiamo limitarci all’umanitario soccorso in mare,
al breve e rapido ristoro degli affamati e assetati e affidare tutto il resto
alle cosiddette politiche di contrasto?
Basta un minimo di buonsenso per capire che siamo di
fronte a un problema epocale che presuppone la comprensione delle ragioni di
una spinta migratoria che è più forte di ogni minaccia di morte.
Certo – e la nostra memoria storica di italiani ce lo
ricorda – il fenomeno migratorio è antico quanto il mondo o almeno risale a
quando l’uomo inventò la ruota o la slitta o un altro qualsiasi mezzo di traino,
per spostarsi oltre il limite del tempo di un giorno. Ma oggi l’Onu ci dice
che sono 181 i milioni di migranti sul pianeta. E dunque non ci si può nascondere
la necessità di aggredire la radice del problema, che risiede nella condizione
disumana di chi decide di affidarsi alla cecità della sorte, dopo aver venduto
ogni bene, pagato biglietti-capestro ai trafficanti di carne umana, abbandonato
i famigliari agli strozzini e aver considerato il fallimento e il ritorno indietro
come la peggiore e più crudele delle eventualità.
Ciò che si può fare a valle del fenomeno va comunque
fatto, con lode soprattutto verso il volontariato, verso le istituzioni caritatevoli,
verso i corpi sociali che si dedicano alla missione dell’accoglienza e del sollievo
della sofferenza dei migranti. Ma al di là dell’immisurabile valore della testimonianza
dei volenterosi, sappiamo che anche gli stessi stati nazionali, presi uno per
uno, sono in una condizione di impotenza quando non di boriosa ambiguità ed
ipocrisia. Pensiamo alla cooperazione internazionale, per esempio, cui l’Italia
riserva un misero 0,2 per cento della ricchezza nazionale prodotta. E questo
per non parlare del saccheggio delle risorse dei paesi arretrati, delle guerre
indigene alimentate dall’esportazioni di armi, del protezionismo e della concorrenza
sleale verso le gracili agricolture e industrie di tanti paesi del sud del mondo,
Africa in primo luogo. Sono invece le istituzioni sovranazionali e mondiali
che dovrebbero prendere in mano il bandolo della matassa. Ed è a tali
istituzioni che andrebbe riservata una quota reale di sovranità universale e
continentale, richiesta dai tempi che viviamo e dai problemi che l’umanità di
oggi deve affrontare, in nome di un futuro di nuove speranze di progresso.
Dopo decenni di diffusione della dottrina sociale cristiana,
è passato, più o meno manipolato o distorto o strumentalizzato, il principio
della sussidiarietà verso il basso (territorio, comunità locali, corpi sociali
organizzati e rappresentativi della società). Per la sussidiarietà verso l’alto,
invece, non solo siamo ancora all’anno-zero, o quasi, ma spesso smontiamo –
o meglio, i governi nazionali disfano - quel poco che si è prodotto. Mentre
invece il tempo stringe. E le catastrofi incombenti a causa della loro ingovernanza
si moltiplicano. E non parliamo soltanto del tema-migrazioni che ci compete
su queste pagine!
Ci torneremo a settembre. (Corrispondenza Italia/