INFORM - N. 135 - 16 luglio 2007


STAMPA PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO

Intervista di “DS/Cittadini del Mondo” a Michele Di Mattia, consigliere comunale del PS a La Louvière (Belgio)

“Verso una vera cittadinanza europea di residenza”

 

ROMA - Continua il ciclo di interviste del notiziario “DS/Cittadini del Mondo” con gli italiani all'estero che ricoprono cariche istituzionali all'estero.

Nel numero attualmente online è possibile leggere un'intervista a Michele di Mattia, consigliere comunale nella città di La Louviere (Belgio) nonché segretario dei DS Belgio http://wwww.dsonline.it/allegatidef/DS%20Cittadini%20nel%20Mondo%20-%20Nr.%2034%20-%20luglio%20200742476.pdf

Sei nato in Belgio o sei venuto dopo?

Sono nato in Italia, a Cairano (provincia di Avellino) nel 1966 e sono venuto in Belgio con i miei genitori, entrambi dello stesso paese, all’età di due anni. Anche se non sono quindi nato in Belgio, ho trascorso qui tutta la mia vita formativa e lavorativa.Vivo a La Louvière, una città di circa ottanta mila abitanti (la quinta della parte francofona), con una delle più alte percentuali di cittadini di origine italiana (20% solo con la cittadinanza).

Che ruolo ricopri nel Partito Socialista belga?

Sono consigliere comunale di questa città dalle elezioni del 2000, che sono state le prime in Belgio a prevedere il voto amministrativo per i cittadini dell’Unione Europea. A dire il vero il Trattato di Maastrich prevedeva già nel 1992 il voto locale per i cittadini dell’Unione, ma il Belgio aveva ottenuto una deroga per non applicarlo nelle amministrative del 1994. Dall’anno scorso possono partecipare alle elezioni amministrative anche i cittadini che provengono da paesi che non fanno parte dell’Unione Europea, anche se godono solo dell’elettorato attivo, non possono quindi farsi eleggere.

Come ho già accennato ho iniziato la mia esperienza amministrativa nel 2000, e nelle elezioni del 2006 (la legislatura a livello amministrativo dura 6 anni) sono stato riconfermato. La Louviere ha sempre avuto un’amministrazione retta da una maggioranza assoluta dei socialisti. Questa tradizione dura dal lontano 1919 (quindi da ben 85 anni!) ed è stata interrotta per la prima volta con le elezioni dell’ottobre del 2006. Ora il governo cittadino è formato da una coalizione del PS con il Movimento Riformatore liberale ed il UDSC (lista della sinistra dissidente) e vede la presenza di tre consiglieri italiani (tutti iscritti ai DS e quindi al PS), mentre nel 2000 erano addirittura sei. La nostra presenza ed il nostro peso sono quindi molto rilevanti per una città di circa 78.000 abitanti. Ci tengo inoltre a sottolineare che negli altri partiti non ci sono consiglieri italiani (o comunque stranieri), il PS è l’unico partito che vede questa presenza, cosa che io ritengo importante.

Oltre al tuo incarico amministrativo, ricopri anche altre funzioni?

Da un anno a questa parte sono rappresentante del PSE nella segreteria nazionale del PS. Nell’aprile scorso sono inoltre stato eletto come segretario federale dei DS Belgio, mentre da tre anni ricopro il ruolo di segretario dei DS nella zona di La Louvière.

Politicamente sei quindi attivo sia sul versante belga che su quello italiano. Parliamo dell’integrazione. Tu che significato dai alla parola?

Per quanto mi riguarda sono praticamente nato qui, non potrei quindi considerarmi “straniero” e quindi il problema di essere integrato o meno in questa società si inserisce in una cornice più ampia, quella europea. La parola chiave è quella dell’integrazione europea, intesa nel senso classico come percorso di maggiore coesione dei diversi Stati dell’Unione, ma anche come integrazione dei cittadini che vivono sui territori dei rispettivi paesi di residenza.

In un contesto che vede una forte presenza di persone con retroterra migratorio, e che sono quindi portatori di un’identità plurima, con più facce, credo sia fondamentale il concetto della doppia cittadinanza. Ovviamente qui non si tratta di ragionare sulla cittadinanza come istituto che disciplina l’appartenenza di un soggetto a una nazione, bensì come status che permette la piena partecipazione politica ai processi decisionali, a livello locale come a livello nazionale. Mi spiego meglio: chi è portatore di più identità culturali – come noi italiani in Belgio per esempio – non è né solo italiano, né solo belga, ma è l’uno e l’altro. L’istituto della doppia cittadinanza costituirebbe un riconoscimento giuridico  – doveroso a mio avviso! – di questa peculiarità, e permetterebbe al cittadino in questione di partecipare ad entrambi le realtà.

Dobbiamo abbandonare di inquadrare la questione dell’appartenenza come una sceltra tra le due realtà. Per spiegare i termini della questione Elio Di Rupo, ex vice premier belga di origini italiane, spiegò dieci anni fa che "una squadra di calcio ha solo i suoi connazionali, spetta a chi vuol farne parte decidere tra una delle due che ha a disposizione…". Io credo che questa impostazione sia ormai superata o comunque da superare. Cittadinanza non è più sinonimo di nazionalità e poi, volendo rimanere all’esempio fatto da Di Rupo, le “squadre” oggi non sono più nazionali, ma continentali, e quindi nel nostro caso la squadra è e deve essere europea.

Parlando di Europa e di cittadini europei rimangono però esclusi tutti quelli che vivono con noi ma che hanno la cittadinanza di un paese terzo. Con loro che si fa?

E’ evidente che i principi di cui ho parlato sono di natura universale e quindi non possono trovare un limite nelle frontiere europee. “La libertà è partecipazione”, cantava Giorgio Gaber, e questo vale per tutti quelli che vivono in Europa. Il mio discorso sulla doppia cittadinanza è ovviamente un tassello di un percorso più ampio e più importante, che deve portare al definitivo abbandono della cittadinanza intesa in senso nazionale e all’adozione della cittadinanza di residenza. Il concetto è semplice: partecipi nel paese dove vivi, alla pari di tutti gli altri. Nel 2003 ho fatto adottare dal consiglio comunale di La Louvière una mozione che andava in questa direzione, mozione che è stata inviata anche al premier belga Verhofstadt.

Come segretario dei DS Belgio sei anche impegnato nella costruzione del Partito Democratico tra le nostre comunità nel Benelux. Che visuale si ha sul PD guardando dall’Europa?

Il PD, per essere all’altezza delle sfide che si troverà di fronte, non potrà non essere fortemente europeo ed europeista. Del resto lo diciamo sempre: gli stati nazione non esistono più, i poteri economici sono dei “global players” e hanno tolto la sovranità alla politica, che è rimasta imbrigliata nei confini nazionali. L’unica risposta coerente è quindi quella di costruire una forza politica che sappia collocarsi – a livello europeo come a livello mondiale – nel campo progressista e che sia in grado di dare risposte tecnicamente e politicamente adeguate ai problemi delle nostre società. Il Partito Democratico non dovrà quindi essere la solita anomalia italiana, costruita per risolvere un problema meramente italiano, bensì dovrà porsi l’obiettivo di elaborare delle risposte ai grandi problemi che hanno tutte le società dei paesi avanzati, partendo per esempio dalla crisi della rappresentanza politica. Lo sguardo non deve quindi fermarsi ai confini italiani, ma deve andare oltre. Come DS Belgio partecipiamo, assieme alle altre federazioni dei DS nel mondo, a questo percorso. Verranno istituiti anche qui da noi i seggi per le Primarie del 14 ottobre, attraverso le quali i nostri connazionali sceglieranno i delegati dell’estero da inviare all’Assemblea Costituente del nuovo partito. In questo modo vogliamo far sì che ci sia un po’ di Europa in più in Italia, ma anche che l’Italia possa pesare di più a livello europeo. (Ds/Cittadini nel Mondo n.34, luglio 2007/Inform)

 

 


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