DOCUMENTAZIONE
Intervento del ministro D'Alema all'apertura
della Sessione Plenaria della Conferenza sulla Rule of Law in Afghanistan
ROMA – Di seguito l’intervento del ministro
degli Esteri Massimo D'Alema all'apertura della Sessione Plenaria della Conferenza
sulla Rule of Law in Afghanistan.
“Signor Presidente Karzai, Signor Segretario Generale delle
Nazioni Unite, Signor Segretario generale della NATO, onorevoli delegati e cari
amici qui presenti.
Desidero rivolgere a tutti voi un
cordiale saluto e un caloroso benvenuto a Roma per
Vorrei salutare anche i rappresentanti
di tutti i paesi e di tutte le altre organizzazioni internazionali presenti:
la qualità della vostra collaborazione ha reso possibile
Siamo particolarmente lieti di potere
contare sulla partecipazione di una qualificatissima delegazione afgana, guidata
dal Presidente Karzai, che ringrazio in modo particolare. I lavori preparatori
e di coordinamento svoltisi a Kabul attestano la valenza di un principio-chiave
della ricostruzione dell’Afghanistan, affermato con forza alla Conferenza di
Londra del 2006 e nell’Afghanistan Compact: il principio della ownership afgana,
la cui importanza è tanto più evidente ai fini del rafforzamento delle istituzioni.
Data la centralità della giustizia nella vita delle singole nazioni, guida e
ownership afgane sono e saranno essenziali. Il consolidamento del sistema della
giustizia è d’altra parte una condizione necessaria per il successo degli sforzi
complessivi di una comunità internazionale che crede nel futuro stabile e democratico
dell’Afghanistan.
Sono molto grato al Segretario Generale
Ban Ki-moon per avere fatto propria la proposta di co-presiedere l’apertura
della sessione plenaria della Conferenza di Roma. E vorrei ringraziare UNAMA
con Tom Koenigs per avere attivamente contribuito ai lavori preparatori, i cui
risultati hanno già avuto modo di esprimersi nei panel in corso alla Farnesina
dal pomeriggio di ieri.
Negli intenti del governo italiano,
questa occasione congiunta di riflessione non deve restare formale. Ambisce
a produrre risultati concreti: raccomandazioni e impegni condivisi – da parte
del governo afgano e da parte della comunità internazionale – per consentire
sensibili progressi nel settore della Giustizia, con la sua importanza cruciale
per l’affermazione dello Stato di diritto in Afghanistan.
Lasciatemi spendere alcune parole
sull’impegno specifico dell’Italia. Come sapete, dalla Conferenza di Bonn in
poi l’Italia ha assunto un ruolo rilevante nel coordinamento del sostegno internazionale
alla ricostruzione della Giustizia. Con questa Conferenza, intendiamo confermarlo
e rafforzarlo: il governo italiano annuncia oggi un pledge straordinario di
10 milioni di euro per il 2007, che si aggiunge ai fondi già stanziati e ai
pledges degli altri donatori. Si tratta di finanziamenti aggiuntivi necessari:
la mancanza di risorse adeguate spiega una parte delle carenze del settore Giustizia.
La centralità della Giustizia, ai
fini del successo della ricostruzione dell’Afghanistan, è evidente: sicurezza,
sviluppo economico, rispetto dei diritti umani dipenderanno anche dalla solidità,
dalla efficacia e dalla trasparenza della Giustizia.
L’impegno dell’Italia in Afghanistan
- vorrei aggiungere una parola su questo - non si limita al settore giustizia.
Siamo direttamente impegnati sul piano della presenza delle forze internazionali
di sicurezza, come dimostra il livello dei contingenti italiani che operano
nell’ambito della missione ISAF. Siamo impegnati sul piano civile, dell’assistenza
umanitaria e di cooperazione allo sviluppo a Kabul e nelle province afgane.
Vorrei in proposito ricordare in particolare l’importante contributo erogato
nei giorni scorsi dall’Italia a sostegno dei programmi dell’UNHCR in Afghanistan.
L’Italia ha infine assunto – come paese membro del Consiglio di sicurezza per
il biennio 2007-2008 - il ruolo di rapporteur sull’Afghanistan, contribuendo
in questa veste alla Risoluzione sul rinnovo del mandato di UNAMA nella primavera
scorsa.
Ricordo l’importanza dell’impegno
italiano per sottolineare che
Arrivo così al problema che tutti
ci dobbiamo porre: molto è stato fatto, ma molto resta da fare per l’affermazione
dello Stato di diritto in Afghanistan. E’ mia convinzione che sia decisivo non
sottovalutare i progressi che sono stati già conseguiti in anni certamente non
facili per la vita di un paese così travagliato da una storia drammatica. Ciò
che è stato già conseguito è essenziale, come dimostra in particolare
Se non ricordassimo i progressi
compiuti, perderemmo anche qualsiasi fiducia negli sforzi importanti che restano
da compiere. E’ la storia comparativa delle esperienze di ricostruzione delle
nazioni dopo i conflitti, a dirci che il tempo è un fattore fondamentale: l’Afghanistan
ha bisogno di tempo per consolidarsi; la comunità internazionale dovrà restare
impegnata nel tempo. Lo dobbiamo a un governo amico e lo dobbiamo a un popolo
coraggioso, che abbiamo cercato di aiutare in una difficilissima transizione.
Quanto più la missione della comunità internazionale avrà successo, tanto meno
diventerà necessaria. Oggi resta indispensabile, sia sul piano civile che militare.
È fondamentale che le azioni nei due campi si rafforzino a vicenda, avendo sempre
e comunque al centro il rispetto della popolazione civile afgana.
I progressi compiuti, tuttavia,
vanno consolidati ulteriormente, se vogliamo che le istituzioni definite sulla
Carta funzionino pienamente nella realtà. Sappiamo anche che progressi ulteriori
saranno possibili solo a tre condizioni: l’onestà di riconoscere ciò che non
funziona – ogni forma di complacency, per usare un vocabolo chiaro a tutti,
è una ricetta sicura per il fallimento; la volontà congiunta – del governo afgano
e della comunità internazionale – di continuare a cooperare, assumendo nuovi
impegni reciproci; l’individuazione di risposte efficaci ai problemi aperti.
Siamo a Roma per questo: per onestà, per volontà, per dare risposte efficaci
ai problemi aperti.
Nel settore della giustizia, come
tassello che connette le varie dimensioni della “rule of law”, ricette migliori
sono possibili. I lavori preparatori svoltisi a Kabul e le sessioni dei gruppi
riuniti da ieri a Roma, hanno dato importanti indicazioni sulle linee da perseguire,
che avremo modo di discutere nella giornata di oggi. Sono fiducioso che, a termine
della sessione plenaria, riusciremo a concordarle e a sintetizzarle nei documenti
finali di questa Conferenza.
Non voglio anticipare il dibattito
di questo pomeriggio. Lasciatemi piuttosto ricordare l’ipotesi da cui siamo
partiti, come co-organizzatori della Conferenza di Roma. Una ipotesi che sintetizzerei
in questi termini: rispetto alle notevoli sfide che ancora si pongono nel settore
della Giustizia, l’adozione di una strategia onnicomprensiva e condivisa – guidata
dal governo afgano e appoggiata dai donatori internazionali - è indispensabile.
Ne dovrebbero fare parte:
primo, una definizione dei principi-guida
condivisi, alla base della coerenza fra le scelte nazionali e l’appoggio internazionale;
secondo, la individuazione di più
chiare e più concrete priorità da parte di entrambi – governo afgano e donatori
internazionali - secondo una progressione di impegni specifici e scadenzati
nel tempo;
terzo, una più razionale divisione
delle responsabilità, sulla base del concetto-chiave, la ownership afgana, che
prima ricordavo. E’ essenziale, in quest’ottica, stabilire i criteri con cui
collegare il sostegno dei donatori al prossimo Programma nazionale di giustizia
afghano;
quarto, un più efficace meccanismo
di monitoraggio e valutazione dei risultati, guidato dalle autorità afgane sotto
la supervisione del segretariato dell’ANDS e del JCMB.
Compiere progressi tangibili nel
settore della Giustizia e della Rule Law significa permettere progressi generali
nella ricostruzione dell’Afghanistan. La qualità della giustizia e della buona
amministrazione è una condizione essenziale della good governance. E la good
governance è a sua volta componente indispensabile di una sana strategia di
sviluppo economico: qualità delle istituzioni della giustizia e benessere del
popolo afgano saranno indissolubilmente legate.
La ragioni sono ricordate in modo
appropriato nel documento strategico della ricostruzione afgana, l’Afghan National
Developoment Strategy, che si apre con la citazione di una antica massima di
uno studioso islamico. Mi sembra utile ricordarla oggi: “non può esserci governo
senza un esercito, né un esercito senza denaro, né denaro senza prosperità;
non c’è prosperità senza giustizia e buona amministrazione”.
Non c’è prosperità e non ci sarà
sicurezza in Afghanistan senza giustizia. Senza giustizia e buona amministrazione,
verranno anche indeboliti gli sforzi per il disarmo delle milizie illegali,
per la lotta al narco-traffico e per la formazione di forze di sicurezza afgane
autonome, democratiche ed efficienti. Senza giustizia e senza rule of law non
potrà esserci vera sicurezza e vera fiducia fra le istituzioni e i cittadini
afgani: solo un approccio complementare permetterà di raggiungere entrambi gli
obiettivi.
E’ quindi indispensabile – in questa
fase decisiva per la sicurezza e per la fiducia della popolazione - aumentare
anche gli sforzi a favore del rafforzamento delle istituzioni afghane. E renderli
più coerenti.
Più coerenti rispetto ai tanti programmi
che già oggi le Organizzazioni internazionali e i singoli Stati promuovono per
sostenere la costruzione dello stato di diritto, ma che sono oggi chiamati ad
accrescere e razionalizzare il proprio sforzo: la coerenza dell’azione internazionale
sarà importante quanto l’entità delle risorse impiegate.
Una maggiore coerenza deve anche
orientare l’impegno delle istituzioni afgane, sulla base di una strategia comune
per
La definizione di un Programma Nazionale
per
Fino ad oggi, altre aree della ricostruzione
afgana - anch’esse di innegabile importanza per la popolazione - hanno ricevuto
attenzione prioritaria. E’ essenziale che una serie di attori importanti della
Comunità internazionale, a cominciare dall’Unione europea, decidano di devolvere
nuove risorse all’area strategica della Governance, della rule of law e del
rispetto dei Diritti umani.
Un paese è stabile, sicuro, prospero
e democratico quando riesce a consolidare il passaggio dal diritto della forza
alla forza del diritto. Il funzionamento della Giustizia è condizione centrale
di questo passaggio.