INFORM - N. 123 - 27 giugno 2007


DIRITTI UMANI

Convegno alla Camera sulle condizioni di vita dei detenuti nelle carceri europee e dell’America Latina

Fra i reclusi nelle case di pena sud americane anche numerosi italiani. Ve ne sono 48 in Venezuela, 43 in Brasile e 27 in Argentina

Manconi: “ La tortura è una barbarie inutile che per i paesi democratici rappresenta una regressione ed una sconfitta”

Bafile: “Sovraffollamento, corruzione e impunità sono fra i mali più gravi dei centri di detenzione latinoamericani ”

 

ROMA - In occasione della Giornata mondiale contro la tortura indetta dalle Nazioni Unite si è svolto alla Camera dei Deputati, presso la sala delle Colonne di Palazzo Marini, il convegno internazionale sul tema “Diritti umani e carceri in Europa e in America Latina”. L’incontro è stato organizzato, con il patrocinio della Camera dei Deputati e del Comune di Roma, dall’associazione Antigone, una struttura politico-culturale che dagli anni ottanta opera per la tutela dei diritti umani e le garanzie nel sistema penale. Antigone fa inoltre parte del progetto Eurosocial. Un’iniziativa nata  dall’accordo fra il ministeri della giustizia dell’Italia, del Brasile, dell’Argentina e della Bolivia, che si prefigge di esportare in America Latina le buone pratiche italiane e forme di monitoraggio che permettano di controllare il rispetto dei diritti umani tra i detenuti e nelle aree di frontiera dove sono a rischio soprattutto donne e i bambini.  Il programma prevede anche forme di sostegno per i detenuti dei paesi aderenti all’accordo che sono attualmente rinchiusi nelle carceri italiane.

I lavori del convegno sono stati aperti dal sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi che, dopo aver ricordato l’importanza dei contatti sovranazionali intrapresi dall’Italia nel campo della giustizia con altre nazioni e soprattutto con l’Argentina, ha evidenziato come a tutt’oggi la pratica della tortura sia diffusa anche in paesi avanzati e con profonde radici democratiche, dove questo mezzo di coercizione viene considerato una misura eccezionale da adottare solo in casi d’emergenza. “In realtà - ha affermato Manconi - noi sappiamo che la tortura è una barbarie inutile che per i paesi democratici rappresenta una regressione ed una sconfitta. Solo eliminando la tortura dalle nazioni civilmente più avanzate potremo sconfiggere questa piaga anche nei paesi con sistemi non democratici”. Manconi si è inoltre detto favorevole alla soppressione dell’ergastolo, una pena che appare motivata solo dall’ideologia della rivalsa, ed ha sostenuto la necessità di creare anche in Italia un garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà. Un’entità autonoma per la tutela dei detenuti che presto potrebbe divenire realtà. La Camera dei Deputati ha infatti già approvato un disegno di legge che prevede l’istituzione di questa figura di garanzia. Ora la parola passerà al Senato dove però il clima per il varo del provvedimento sembra meno favorevole. 

Mariza Bafile (Ulivo), eletta nella ripartizione Sud America, ha portato il saluto del Presidente della Camera Fausto Bertinotti ed ha sottolineato come negli ultimi anni in America Latina, dove fino a poco tempo fa erano di casa efferate dittature,  siano stati fatti passi avanti per quanto riguarda la difesa dei diritti umani. Un cammino ancora lungo però che deve essere portato avanti fino in fondo se si vogliono tutelare le vittime della tortura che, nella maggior parte dei casi sono persone povere, socialmente poco influenti o detenuti sospettati di delitti.

“Tra i mali più gravi evidenziati in tutte le carceri dell’America Latina - ha detto la Bafile dopo aver ricordato che anche i sistemi penitenziari italiani vanno migliorati - vi sono la corruzione ed il sovraffolllamento. Questo fa sì che spesso le case di pena finiscano con il trasformarsi in luoghi da incubo dove si perpetua ogni tipo di violenza, la vita vale pochissimo e vi è un alto grado d’impunità”. Bafile ha sottolineato come a tutt’oggi nelle carceri dell’America Latina circa 600.000 detenuti, pari al 60% dell’intera popolazione carceraria, siano in attesa di giudizio. Queste persone, la cui colpevolezza è ancora da dimostrare, sono costrette a muoversi in un contesto dove la violenza sembra prevalere. Solo in Venezuela i controlli nelle carceri, effettuati nei primi 9 mesi del 2006, hanno portato alla scoperta di 90 pistole, 43 granate, 34 fucili, 119 revolver, 2276 punteruoli e 665 pugnali. Durante il medesimo anno nelle carceri venezuelane hanno inoltre perso la vita 309 detenuti e almeno 725 prigionieri sono rimasti feriti Un vero e proprio clima di guerra in cui sono coinvolti anche numerosi connazionali. “Secondo i dati del ministero degli Affari Esteri - ha spiegato la Bafile - il Venezuela è il paese sudamericano che conta il maggior numero di detenuti italiani. Al 2007, secondo l’annuario statistico del Mae, risultavano detenuti nelle carceri venezuelane 48 italiani, dei quali 33 già condannati, 11 in attesa di giudizio e 4 di estradizione. Per avere un termine di paragone in Brasile ne risultavano imprigionati 43 e in argentina 27”. Una valutazione numerica, quella relativa al Venezuela, che potrebbe anche essere sottostimata rispetto alla reale presenza degli italiani trattenuti nelle case di pena.

Mariza Bafile ha inoltre segnalato come questa difficile situazione sia resa ancora più grave dall’indifferenza dell’opinione pubblica venezuelana che, turbata dall’alto tasso di violenza presente nella società, non ha alcun interesse a fare pressione per ottenere dalle autorità il rispetto dei diritti dei detenuti, nuovi investimenti per le costruzione di case di pena e l’utilizzo di esperti qualificati per l’organizzazione e la conduzione degli istituti penitenziari. Provvedimenti che invece sarebbero quanto mai auspicabili anche per evitare che le attuali carceri contribuiscano ad aumentare la spirale di violenza e degrado delle società sudamericane. La deputata dell’Ulivo ha infine auspicato l’allargamento del progetto Eurosocial al Venezuela e ad altri paesi dell’America latina.

Dal canto suo Remo Carlotto, presidente della commissione per i Diritti Umani del Parlamento argentino, dopo aver evidenziato che la tortura rappresenta il punto finale di un processo d’ingiustizia sociale e di emarginazione della persona, ha spiegato come in Argentina, nel nome della sicurezza individuale, siano state portate avanti carcerazioni di massa che hanno colpito soprattutto gli esclusi. Un comportamento insensato che non ha bloccato la criminalità, ma ha causato il sovraffollamento delle carceri ed ha inciso negativamente sulla qualità della vita sanitaria ed alimentare dei detenuti. Carlotto ha inoltre sottolineato come a tutt’oggi la pratica della tortura, ancora molto diffusa anche nella provincia di Buenos Aires, vada combattuta con iniziative concrete, come ad esempio la smilitarizzazione del sistema sanitario delle carceri e la piena attuazione della Convenzione internazionale dell’Onu contro gli atti di tortura. Una battaglia, quella per la tutela dei diritti umani, che potrebbe anche rappresentare una valenza fondamentale per il processo d’integrazione regionale avviato nell’ambito del Mercosur.

Nel corso del dibattito, coordinato da Alberto Filippi del Comitato scientifico dell’associazione Antigone, Stefano Pratesi di Amnesty International Italia ha sottolineato la necessità di uscire dalla cultura dell’indifferenza e dal binomio “violazione dei diritti umani - maggiore sicurezza” che sta ridando forza alla pratica della tortura. Pratesi ha ricordato come al momento nel mondo la tortura sia ancora presente in 102 paesi. In questo contesto solo 54 Stati hanno avviato le procedure per la ratifica del protocollo opzionale della Convenzione Onu contro la tortura che prevede visite, da parte degli esperti internazionali preposti alla tutela dei diritti umani, nei luoghi di detenzione.

Per quanto riguarda la situazione dell’Italia Pratesi ha rilevato l’esigenza di adattare il nostro sistema normativo allo statuto del Tribunale internazionale dell’Aja, il mancato inserimento nel codice italiano del reato di tortura e la necessità di tenere alta la guardia sulla realtà migratoria che per l’Italia rappresenta la nuova frontiera della tutela dei diritti umani. Pratesi ha infine rilevato come spesso le vittime della tortura nel mondo siano proprio i difensori dei diritti umani.

Dal canto suo il presidente della Commissione per i diritti umani del Parlamento brasiliano Luiz Couto ha segnalato come la tortura in Brasile sia stata lungamente praticata dalle forze dell’ordine, dai gruppi di sterminio della criminalità organizzata e nei contesti dove il lavoro minorile presenta situazioni di estremo degrado. Per far fronte a questa difficile situazione nel 2002 il governo Lula ha lanciato una campagna contro la tortura con l’istituzione di sportelli sul territorio, volti ad acquisire le denuncie delle vittime, e di corsi mirati per la formazione della polizia. Couto ha inoltre sottolineato l’esigenza sia di allargare la percezione legale della tortura, che spesso si ferma ai danni fisici e non tutela le vittime di trattamenti coercitivi e disumani, sia di promuovere una cultura di pace volta a combattere la violenza dello Stato, la corruzione nelle carceri e l’alto grado d’impunità dei torturatori.

Il presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura Mario Palma ha rilevato come a tutt’oggi, nonostante lo strisciante dibattito sulla legittimità delle forme di coercizione fisica e la disattenzione dell’opinione pubblica su questi temi, la lotta alla tortura sia sostenuta da un notevole patrimonio legislativo in cui il protocollo aggiuntivo della Convenzione Onu, che contempla l’accesso nei luoghi di detenzione, rappresenta un elemento fondamentale. Palma ha ricordato come negli anni 80 l’Unione europea abbia deciso di affiancare alla Corte internazionale di Strasburgo, preposta al controllo dell’applicazione della Convenzione Onu sulla tortura, un organo non giurisdizionale che avesse accesso illimitato ai luoghi di privazione della libertà. Oggi questo Comitato estende la sua azione di controllo su 47 paesi ed ha il potere, in caso di ripetute inadempienze da parte dei governi, di rendere pubblica la sua azione di monitoraggio nei luoghi di detenzione. Palma ha inoltre chiesto all’Italia l’introduzione nell’ordinamento del reato di tortura, la ratifica del protocollo aggiuntivo delle Nazioni Unite e la creazione di un organismo di monitoraggio dei luoghi di detenzione e di privazione della libertà che affianchi l’opera del magistrato di sorveglianza. (Goffredo Morgia - Inform)

 


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