INFORM - N. 122 - 26 giugno 2007


CITTADINANZA

Per Marcello Alessio con la circolare n. 32 del Ministero dell’Interno ci sono ancora margini per equivoci

 

ROMA - La nota di ieri dei deputati ulivisti eletti all’estero Gino Bucchino e Marco Fedi (v. Inform n. 121, http://www.mclink.it/com/inform/art/07n12122.htm ) fornisce a Marcello Alessio l’occasione per tornare sui problemi relativi all’iscrizione anagrafica degli oriundi che vengono in Italia per ottenere dai comune di origine dei loro avi il riconoscimento della cittadinanza italiana.

Contrariamente a quanto affermato dai due parlamentari, alla circolare K28-1 del 1991 non vanno fatti risalire i ritardi dei consolati nel definire le pratiche di riconoscimento. Tali ritardi nel 1991 ancora non esistevano. Allora dei riconoscimenti di cittadinanza si cominciava appena a parlare, e pochi avrebbero immaginato che presto si sarebbero formate le famose "file"; comunque, nessuno all'epoca avrebbe messo in dubbio che l'iscrizione anagrafica, detta anche "residenza", fosse riservata ai soggiornanti di lungo periodo, in genere per motivi di lavoro (come nel caso dei calciatori) o di famiglia.

Il principio che anche i soggiornanti "brevi" potessero ottenere la residenza - spiega Alessio - principio in qualche modo rivoluzionario (e infatti non ancora ben digerito da un gran numero di ufficiali di stato civile) è stato posto solo alla fine del 2002, dopo che i ritardi dei consolati avevano assunto caratteristiche di probabile irreversibilità: e a stabilirlo, nel dicembre, è stata la circolare n. 28, firmata dal Prefetto Ciclosi, che all'epoca era Direttore Centrale per i Servizi Demografici (incarico oggi tenuto dal Prefetto Porzio) e attualmente è Vice Capo Dipartimento per le Libertà Civili e l'immigrazione.

Anche nella sua attuale veste, egli continua a dimostrarsi sempre  sensibile alla situazione dei discendenti che cercano di ottenere il riconoscimento in Italia, e infatti ha partecipato, insieme con funzionari dello stesso Dipartimento dell' Immigrazione e altri provenienti da quello degli Affari Territoriali, alle riunioni tenutesi fin dall'aprile scorso fra Ministeri dell'Interno e degli Esteri, per fronteggiare l'emergenza che si era creata soprattutto in Brasile dopo l’abolizione dei permessi di soggiorno di breve durata per visite, affari, turismo e studio.

Per Alessio è quasi una forzatura attribuire il merito della circolare del Ministero dell'Interno n. 32 del 13 giugno scorso, firmata dal Prefetto Porzio al CGIE e al lavoro dei parlamentari eletti all'estero, che resta comunque una iniziativa utile e meritoria: la circolare n. 32 era "matura", e probabilmente era pronta, già da un bel pezzo, e l'ordine del giorno Petruzziello dell'11 maggio, con cui il CGIE sollecitava la soluzione del problema, non si qualificava tanto per la richiesta, piuttosto rituale, di accelerare i tempi; quanto per l'invito a non demonizzare le pratiche di riconoscimento effettuate in Italia, contrapponendole moralisticamente a quelle che sempre più lentamente vengono svolte dai consolati; ma soprattutto, per l'auspicio che continuassero le riunioni fra i due Ministeri, proprio allo scopo di addivenire a una soluzione che fosse tecnicamente più chiara e meno contestabile di quella trovata nel 2002.

Chiarezza, tuttavia, che non si sarebbe realizzata neppure con la circolare Porzio del 13 giugno scorso, la quale lascerebbe ancora parecchi margini a equivoci e difformità applicative. Del resto - conclude Alessio -, se il Ministero dell'Interno continua ad essere lasciato praticamente solo a gestire questo delicato problema, e se quello degli Esteri non si decide ad assumere un atteggiamento davvero costruttivo, non si può sperare in molto di più. (Inform)

 


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