INTERVENTI
Sul
Webgiornale, diretto da Tobia Bassanelli, un contributo del prof. Graziano Priotto,
ex-docente d’italiano in Germania e in Francia,
al dibattito sulla riforma della legge 153.
Insegnamento dell’italiano all’estero,
politica scolastica e riforma della L. 153/71: che fare?
Per carità: non fare (la riforma della legge 153/71).
Chiunque con conoscenza di causa esamini i disegni di legge presentati in Parlamento
(ormai sette, e altri sono in arrivo) si rende conto che ci si trova di fronte
a progetti sostanzialmente encomiabili e pieni di buoni propositi, nella maggioranza
condivisibili poiché scontati e rispondenti semplicemente al buon senso.
Ad esempio l’uniformità di trattamento economico e giuridico del personale
scolastico addetto, cioè che a parità di funzione corrisponda identica posizione
economica, n elemento che si trova pressoché in tutti i progetti. Che sia necessaria
una nuova legge per ristabilire questo che dovrebbe essere un dato pacifico
ed acquisito la dice lunga su come decenni di provvedimenti estemporanei e connivenze
politico-sindacali abbiano finito per creare una giungla giuridico retributiva
che non ha probabilmente uguale in nessun’altra nazione civile.
Infatti è praticamente
impossibile trovare attualmente all’estero due addetti scolastici che possano
vantare l’identica posizione giuridico-economica a parità di funzioni svolte.
Di convegni, congressi, simposi, studi e ricerche per
la riforma della legge 153 del marzo 1971
si é perso ormai il conto. Una legge che nel 1983 il senatore Valitutti buonanima
aveva definito “già nata morta” poiché in ritardo sui tempi. Come dicono i tedeschi,
nessuno vive più a lungo dei “dichiarati morti”, ed infatti questa legge ha
festeggiato nel 2007 il suo 36. compleanno. E sembra godere di buona salute
poiché sappiamo che le probabilità di approvazione di una legge sono indirettamente
proporzionali al numero di disegni di legge presentati, e continuando di questo
passo, anche sotto questo punto
Lungi dal considerarlo un dramma, giunti a questo punto
è preferibile che questa legge non venga mai modificata, almeno non nelle forme
previste dai disegni di legge attuali, i quali tutti hanno lo stigma del peccato
originale proprio delle leggi scolastiche italiane: vogliono essere progetti
per i prossimi secoli, se non per l’eternità. E quindi mentre da un lato affermano
di puntare al futuro, i progetti di riforma scadono in realtà ad un campo di
confronto politico e partitico, una palestra di scontri motivata dalla contingenza
di più meschina, per non dire dagli interessi del momento.
Nel caso specifico della L. 153 c’è inoltre un’ ulteriore
aggravante: pretenderebbe di regolare tutte le istituzioni scolastiche italiane
all’estero (o in certi progetti l’intero apparato culturale e scolastico in
tutti i paesi del mondo).
Nulla di più assurdo, vista l’estrema diversità delle
situazioni. Per rendersi conto della velleità del voler legiferare ... per le
prossime generazioni, basti pensare che nel Baden-Württemberg, ad esempio, ogni
ordinanza scolastica è promulgata per una durata di 10 anni, dopodiché cessa
automaticamente di validità: il caso si è verificato ad esempio puntualmente
all’inizio degli anni ‘90 per l’ordinanza (Erlaß)
sull’insegnamento delle lingue materne degli stranieri, rinnovata soltanto sei
mesi dopo essere decaduta, il che la dice lunga sull’importanza attribuita allora
a questo settore dalle autorità scolastiche del Land. Fortunatamente anche questo
atteggiamento sembra ora cambiato, almeno le promesse e le proposte fanno pensare
ad un’inversione di rotta (un’analisi al riguardo in un prossimo articolo).
Dunque, se a pensar male si pecca ma quasi sempre si
indovina, tutto fa credere che l’enorme quantità di energie (e di fondi!) profusi per studiare la riforma della
L. 153 siano piuttosto funzionali ad una ben diversa finalità che non il miglioramento
delle istituzioni scolastiche italiane all’estero, e quindi della scolarità
e del futuro dei nostri bambini e giovani.
La vera finalità sembra infatti essere stata finora il
mantenimento dello status quo, garantendo il progressivo disimpegno dello Stato.
Si può invertire
la rotta? Ebbene, nonostante tutte le riserve, sembra di sí. Basta smetterla
con gli esercizi retorici sulle riforme, laddove tutti gli addetti ai
lavori sanno benissimo che sono impossibili, e concentrarsi sulla sperimentazione
di nuove vie che portino al successo.
Se c’è almeno un aspetto positivo nella povera L.153/71,
è la sua vaghezza e quindi la possibilità che consente di fare (e purtroppo
anche di non fare) !
Trovata nei fatti, quindi dimostrata concretamente la
bontà di una soluzione, nulla di più facile che ratificare con una legge – nata
sul campo - quelle che con un fastidioso anglicismo si usano definire “best practices” ma che la lingua italiana
con maggior precisione chiama “soluzioni ottimali”.
Ne abbiamo un esempio nella legge che in Italia nel 1977
abolì le classi differenziali, nelle quali in alcune grandi città dell’Italia
del Nord finivano l’80 % degli alunni immigrati.
La legge che le abolì non fu approvata dopo congressi,
studi, convegni ecc., ma invece non appena
le sperimentazioni di coraggiosi docenti e dirigenti a Torino e Milano dimostrarono
al di là di ogni dubbio che l’integrazione era non soltanto un atto di giustizia,
ma ampiamente possibile, che nessun ostacolo
era insuperabile, e che la segregazione danneggiava non soltanto i malcapitati
alunni, ma lo stesso sviluppo economico, privando l’industria di potenziali
lavoratori specializzati.
Dunque, se una riforma sensata della L. 153 potrà mai
nascere, non sarà certo dagli attuali disegni di legge, ma dall’analisi dei
concreti progressi ottenuti con le sperimentazioni sul campo.
Credo che fondamentalmente sia stata questa l’idea con
cui, durante al seminario di studio sui problemi della scolarizzazione degli
italiani in Germania, svoltosi nel municipio di Stoccarda con la partecipazione
del Ministro della Pubblica istruzione del Land, Helmut Rau, il nostro vice-ministro agli Esteri,
Franco Danieli ha invitato a non trattare il tema L. 153/71, ma a scendere invece
nel campo delle sperimentazioni e trovare empiricamente le migliori soluzioni,
cioè le più efficaci, che contrariamente a quanto si pensa, sono quasi sempre
anche le più efficienti (cioè hanno il miglior rapporto investimenti/risultati).
Ovviamente non
ha inteso una sperimentazione selvaggia ed incontrollata, ed infatti contestualmente
ha previsto un accompagnamento scientifico – a costo zero - da parte dell’Istituto
di Italianistica dell’Università di Stoccarda.
Un nuovo e promettente percorso sembra quindi nascere
proprio a Stoccarda, il Land con la maggiore popolazione italiana emigrata in
Germania e altresì coi più gravi problemi scolastici per i nostri alunni e giovani.
Questa novità vera di approccio è confermata eloquentemente
dallo studio appena pubblicato dal Consolato Generale di Stoccarda (maggio 2007)
“Riflessioni e considerazioni sul difficile percorso dell’integrazione”. Non
soltanto si tratta della miglior analisi che ho avuto fortuna di leggere negli
ultimi trenta anni sulle cause e sugli effetti dell’insuccesso scolastico in
Germania, ma a differenza di tante altre è da proposte concrete e non velleitarie,
che credo, dovrebbero raccogliere l’impegno di tutti gli addetti e di coloro
che per qualunque motivo si impegnano al miglioramento radicale della situazione
dei nostri giovani. (Graziano Priotto-de.it.press/