INFORM - N. 121 - 25 giugno 2007


 

INTERVENTI

Sul Webgiornale, diretto da Tobia Bassanelli, un contributo del prof. Graziano Priotto, ex-docente d’italiano in Germania e in Francia,  al dibattito sulla riforma della legge 153.

Insegnamento dell’italiano all’estero, politica scolastica  e  riforma della L. 153/71: che fare?

 

Per carità: non fare (la riforma della legge 153/71). Chiunque con conoscenza di causa esamini i disegni di legge presentati in Parlamento (ormai sette, e altri sono in arrivo) si rende conto che ci si trova di fronte a progetti sostanzialmente encomiabili e pieni di buoni propositi, nella maggioranza condivisibili poiché scontati e rispondenti semplicemente al buon senso.  Ad esempio l’uniformità di trattamento economico e giuridico del personale scolastico addetto, cioè che a parità di funzione corrisponda identica posizione economica, n elemento che si trova pressoché in tutti i progetti. Che sia necessaria una nuova legge per ristabilire questo che dovrebbe essere un dato pacifico ed acquisito la dice lunga su come decenni di provvedimenti estemporanei e connivenze politico-sindacali abbiano finito per creare una giungla giuridico retributiva che non ha probabilmente uguale in nessun’altra nazione civile.

Infatti è  praticamente impossibile trovare attualmente all’estero due addetti scolastici che possano vantare l’identica posizione giuridico-economica a parità di funzioni svolte.

Di convegni, congressi, simposi, studi e ricerche per la riforma della legge 153 del marzo  1971 si é perso ormai il conto. Una legge che nel 1983 il senatore Valitutti buonanima aveva definito “già nata morta” poiché in ritardo sui tempi. Come dicono i tedeschi, nessuno vive più a lungo dei “dichiarati morti”, ed infatti questa legge ha festeggiato nel 2007 il suo   36. compleanno. E sembra godere di buona salute poiché sappiamo che le probabilità di approvazione di una legge sono indirettamente proporzionali al numero di disegni di legge presentati, e continuando di questo passo, anche sotto questo punto la L. 153/71 sia avviata a battere tutti i record, probabilmente prima di arrivare in commissione legislativa i progetti avranno superato la dozzina.

Lungi dal considerarlo un dramma, giunti a questo punto è preferibile che questa legge non venga mai modificata, almeno non nelle forme previste dai disegni di legge attuali, i quali tutti hanno lo stigma del peccato originale proprio delle leggi scolastiche italiane: vogliono essere progetti per i prossimi secoli, se non per l’eternità. E quindi mentre da un lato affermano di puntare al futuro, i progetti di riforma scadono in realtà ad un campo di confronto politico e partitico, una palestra di scontri motivata dalla contingenza di più meschina, per non dire dagli interessi del momento.

Nel caso specifico della L. 153 c’è inoltre un’ ulteriore aggravante: pretenderebbe di regolare tutte le istituzioni scolastiche italiane all’estero (o in certi progetti l’intero apparato culturale e scolastico in tutti i paesi del mondo).

Nulla di più assurdo, vista l’estrema diversità delle situazioni. Per rendersi conto della velleità del voler legiferare ... per le prossime generazioni, basti pensare che nel Baden-Württemberg, ad esempio, ogni ordinanza scolastica è promulgata per una durata di 10 anni, dopodiché cessa automaticamente di validità: il caso si è verificato ad esempio puntualmente all’inizio degli anni ‘90 per l’ordinanza  (Erlaß) sull’insegnamento delle lingue materne degli stranieri, rinnovata soltanto sei mesi dopo essere decaduta, il che la dice lunga sull’importanza attribuita allora a questo settore dalle autorità scolastiche del Land. Fortunatamente anche questo atteggiamento sembra ora cambiato, almeno le promesse e le proposte fanno pensare ad un’inversione di rotta (un’analisi al riguardo in un prossimo articolo). 

Dunque, se a pensar male si pecca ma quasi sempre si indovina, tutto fa credere che l’enorme quantità di energie (e  di fondi!) profusi per studiare la riforma della L. 153 siano piuttosto funzionali ad una ben diversa finalità che non il miglioramento delle istituzioni scolastiche italiane all’estero, e quindi della scolarità e del futuro dei nostri bambini e giovani.

La vera finalità sembra infatti essere stata finora il mantenimento dello status quo, garantendo il progressivo disimpegno dello Stato.

Si  può invertire la rotta? Ebbene, nonostante tutte le riserve, sembra di sí. Basta smetterla  con gli esercizi retorici sulle riforme, laddove tutti gli addetti ai lavori sanno benissimo che sono impossibili, e concentrarsi sulla sperimentazione di nuove vie che portino al successo.

Se c’è almeno un aspetto positivo nella povera L.153/71, è la sua vaghezza e quindi la possibilità che consente di fare (e purtroppo anche di non fare) !

Trovata nei fatti, quindi dimostrata concretamente la bontà di una soluzione, nulla di più facile che ratificare con una legge – nata sul campo - quelle che con un fastidioso anglicismo si usano  definire “best practices” ma che la lingua italiana con maggior precisione chiama “soluzioni ottimali”. 

Ne abbiamo un esempio nella legge che in Italia nel 1977 abolì le classi differenziali, nelle quali in alcune grandi città dell’Italia del Nord finivano l’80 % degli alunni immigrati.

La legge che le abolì non fu approvata dopo congressi, studi, convegni ecc., ma  invece non appena le sperimentazioni di coraggiosi docenti e dirigenti a Torino e Milano dimostrarono al di là di ogni dubbio che l’integrazione era non soltanto un atto di giustizia, ma ampiamente  possibile, che nessun ostacolo era insuperabile, e che la segregazione danneggiava non soltanto i malcapitati alunni, ma lo stesso sviluppo economico, privando l’industria di potenziali lavoratori specializzati. 

Dunque, se una riforma sensata della L. 153 potrà mai nascere, non sarà certo dagli attuali disegni di legge, ma dall’analisi dei concreti progressi ottenuti con le sperimentazioni sul campo.

Credo che fondamentalmente sia stata questa l’idea con cui, durante al seminario di studio sui problemi della scolarizzazione degli italiani in Germania, svoltosi nel municipio di Stoccarda con la partecipazione del Ministro della Pubblica istruzione del Land,  Helmut Rau, il nostro vice-ministro agli Esteri, Franco Danieli ha invitato a non trattare il tema L. 153/71, ma a scendere invece nel campo delle sperimentazioni e trovare empiricamente le migliori soluzioni, cioè le più efficaci, che contrariamente a quanto si pensa, sono quasi sempre anche le più efficienti (cioè hanno il miglior rapporto investimenti/risultati).

 Ovviamente non ha inteso una sperimentazione selvaggia ed incontrollata, ed infatti contestualmente ha previsto un accompagnamento scientifico – a costo zero - da parte dell’Istituto di Italianistica dell’Università di Stoccarda.

Un nuovo e promettente percorso sembra quindi nascere proprio a Stoccarda, il Land con la maggiore popolazione italiana emigrata in Germania e altresì coi più gravi problemi scolastici per i nostri alunni e giovani.

Questa novità vera di approccio è confermata eloquentemente dallo studio appena pubblicato dal Consolato Generale di Stoccarda (maggio 2007) “Riflessioni e considerazioni sul difficile percorso dell’integrazione”. Non soltanto si tratta della miglior analisi che ho avuto fortuna di leggere negli ultimi trenta anni sulle cause e sugli effetti dell’insuccesso scolastico in Germania, ma a differenza di tante altre è da proposte concrete e non velleitarie, che credo, dovrebbero raccogliere l’impegno di tutti gli addetti e di coloro che per qualunque motivo si impegnano al miglioramento radicale della situazione dei nostri giovani. (Graziano Priotto-de.it.press/Inform)


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