INFORM - N. 121 - 25 giugno 2007


 

CITTADINANZA

Sul Notiziario DS/Cittadini del Mondo, giugno 2007

Gennaro Sposato: “Per una legge sulla cittadinanza unitaria ed inclusiva”

Le dichiarazioni di Ferrigno alimentano la contrapposizione sociale e mirano ad una riduzione dei diritti

 

ROMA - La cittadinanza, quale criterio di appartenenza di una persona a uno Stato nazionale nonché status che permette l’attribuzione di diritti e doveri ai suoi titolari, ha accompagnato la nascita e la crescita degli Stati nazionali così come li conosciamo noi oggi. L’evoluzione quindi della concezione e del ruolo della comunità statale richiede una contestuale evoluzione ed un adattamento dell’istituto della cittadinanza alle nuove condizioni. Solo con un istituto della cittadinanza moderno, adeguato ai tempi che stiamo vivendo e alla composizione della popolazione che vive sui nostri territori, le nostre società possono dirsi rispettose della dignità delle persone.

Per l’Italia è ora giunto il momento di adeguare la propria disciplina sullo status civitatis ai profondi cambiamenti che il nostro paese ha attraversato negli ultimi decenni. Se il criterio dello jus sanguinis, che prevede l’attribuzione della cittadinanza italiana per discendenza, aveva un senso nell’Italia del passato, caratterizzata da forti movimenti migratori in uscita, oppure anche in Germania, dove la nazione non si è costituita intorno ad una concezione politica dell’appartenenza bensì sull’appartenenza ad una comunità linguistica ed etno-culturale, si può ora senza dubbio sostenere che le moderne società, caratterizzate da forti e importanti fenomeni migratori (anch’essi composti in modo del tutto eterogeneo, studenti, lavoratori, rifugiati politici ecc.) e quindi dalla presenza sui nostri territori di persone di diversa provenienza e appartenenza etnica, linguistica e culturale, richiedono un adeguamento della concezione dell’appartenenza e quindi dell’attribuzione di diritti e doveri.

Chi vive in Italia e sceglie di collocare qui il proprio centro di vita nonché il futuro dei propri figli, è e deve essere italiano e quindi destinatario di tutti i diritti e doveri che riconosciamo alla popolazione “autoctona”. Questo comporta che alla tradizionale attribuzione della cittadinanza per discendenza, bisogna affiancare quella per nascita (jus soli) e per residenza (jus domicilii). E’ questo l’orientamento che l’Unione Europea ha indicato ai propri stati membri e che in Italia ha finalmente trovato una risposta nella riforma della cittadinanza presentata dai parlamentari del Centrosinistra ed ora in esame alle Camere.

Come però accade con ogni tentativo dell’attuale maggioranza di adeguare l’impianto amministrativo, normativo e sociale del nostro paese alla realtà, anche la riforma della cittadinanza ha suscitato le consuete polemiche strumentali e faziose da parte dei soliti noti del Centrodestra. Per il tema in questione ci ha pensato Salvatore Ferrigno, deputato forzista eletto negli USA, il quale recentemente ha ben pensato di intervenire sull’argomento lanciando lo slogan “Chi nasce italiano, ha diritto di morire italiano!” (v. Inform n. 119 del 21 giugno, http://www.mclink.it/com/inform/art/07n11918.htm, ndr)  e propinando poi all’opinione pubblica l’idea secondo la quale i contenuti del disegno di legge in esame vadano collocati in due distinti contenitori, dividendo quella che viene considerata la cittadinanza “buona” (relativa al riacquisto della cittadinanza italiana da parte di chi vivendo all’estero l’ha persa) da quella invece “cattiva” (relativa agli immigrati in Italia). Ferrigno dimostra quindi di voler proseguire con l’ormai consolidata tradizione del Centrodestra italiano, che consiste nel costante tentativo di contrapporre gli uni agli altri, col fine ultimo di aumentare la tensione sociale e portare ad una riduzione dei diritti dei cittadini.

Chi però si occupa seriamente e responsabilmente dei problemi delle persone, ed in particolare dei diritti dei migranti, sa bene che l’istituto della cittadinanza è uno ed indivisibile, e che per fare una politica seria e lungimirante su questi temi bisogna affrontarne tutte le sfaccettature insieme in modo organico, coniugando e portando a sintesi le pur diverse istanze e situazioni.

E’ quindi giusto e doveroso riflettere sulle esigenze degli italiani all’estero che vogliono riacquistare la cittadinanza italiana avendola persa per i più svariati motivi, ma è altrettanto doveroso riflettere sul diritto di chi vive, lavora, studia e partecipa alla vita sociale in Italia ad essere cittadino di questo paese. I tentativi di contrapporre le persone che spesso sono nate in Italia e che conoscono il proprio “paese di origine” solo attraverso i racconti dei propri genitori, agli italiani emigrati e residenti in altri paesi, mira esclusivamente al risultato ultimo di ostacolare il riconoscimento dei diritti dei primi a favore di quello dei secondi.

Ferrigno dovrebbe però tener presente che gli italiani all’estero sono stati essi stessi emigranti e che hanno vissuto sulla propria pelle le difficoltà che deve affrontare chi decide di lasciare il proprio paese per integrarsi in una società diversa dalla propria. L’Italia si ricorderà in modo coerente e responsabile degli italiani all’estero e quindi del proprio passato di paese di emigrazione, solo se saprà dotarsi di una legge sulla cittadinanza moderna, avanzata ed inclusiva, e se saprà riservare alle persone che cercano ospitalità in Italia il trattamento che gli italiani all’estero avrebbero voluto ricevere negli altri paesi. (Gennaro Sposato,  Ds Italiani nel Mondo/Inform


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