RASSEGNA
STAMPA
Dal
“Corriere della Sera”
Stallo al Wto, a rischio il vertice di
Doha
MILANO – “Egoismo nazionale” è la regola del momento
nelle relazioni mondiali. Anche in economia. Ieri, a Potsdam, nella Germania
nord-orientale, è fallito rumorosamente un vertice tra quattro grandi potenze
commerciali - Stati Uniti, Unione Europea, India, Brasile (G4) - che aveva l'obiettivo
(dichiarato ma non voluto veramente) di spingere verso la conclusione il Doha
Round, il ciclo di negoziati per la liberalizzazione degli scambi che in teoria
potrebbe arricchire tutti.
Dopo sei anni di trattative, le grandi potenze mondiali
ieri`puntavano il dito l'una contro l'altra per attribuirsi la colpa dell'interruzione
dei negoziati. A questo punto, l'intero Round, condotto in ambito Organizzazione
mondiale del commercio (Wto), è vicino al crollo. A Potsdam erano state affidate
le speranze di un rilancio delle trattative, dopo che i leader degli Otto Grandi
Paesi più industrializzati avevano - dieci giorni fa, durante il vertice G8
di Heiligendamm - ribadito la necessità dì arrivare a una conclusione rapida
e positiva del negoziato. Ma quello che afferma solennemente il G8, ormai, sembra
scritto sulla sabbia: già l'anno scorso, a San Pietroburgo, i Grandi avevano
giurato che si trattava di chiudere il Doha Round in poche settimane, con il
risultato che, effettivamente in meno di un mese, le trattative erano saltate.
Questa volta, la situazione è ancora peggiore: la riunione
di Potsdam non era formalmente decisiva, ma senza i G4 non si va da nessuna
parte e, a questo punto, il cattivo sangue che si è creato rende impossibile
riprendere a breve le discussioni. Il fatto è che, se queste non daranno risultati
in sei settimane, si dovrà rinviare tutto come minimo al 2010, perché nell'anno
elettorale americano (2008) e nell'anno elettorale indiano (2009) accordi commerciali
che potrebbero risultare impopolari non se ne fanno.
Nella forma, sono tutti “delusi”. Il presidente americano
George Bush, il rappresentante commerciale europeo Peter Mandelson, il ministro
del Commercio Estero italiano Emma Bonino che esprime “rammarico” e dice che
il “miracolo” non c`è stato, il suo collega indiano Kemal Nath e il ministro
degli Esteri brasiliano Celso Amorim.
La realtà e che nessuno ha avuto la forza, o la voglia,
di mettere sul tavolo la proposta che non si poteva rifiutare: nessuno ha osato
sfidare i poteri costituiti del suo elettorato e mostrare una visione globale.
Risultato: sulla solita “questione agricoltura” è saltato tutto. Europei e americani
dicono che le responsabilità della rottura sono indiane e brasiliane, che, in
cambio di aperture agricole da parte di Washington e Bruxelles, non avrebbero
accettato di aprire i loro mercati alle importazioni di beni industriali dall'Occidente.
Nath e Amorim, al contrario, dicono che Usa e Ue vogliono
mantenere i meccanismi di sostegno ai loro agricoltori che distorcono i mercati
a scapito dei Paesi poveri. La realtà è che rispetto a quando è stato lanciato,
nel novembre 2001, il Doha Round deve fare i conti con un mondo molto cambiato.
Si era, sei anni fa, sotto lo shock degli attentati dell'11 settembre 2001 e
sembrava che tutti volessero darsi la mano per costruire un mondo migliore:
fu così lanciato un “Round dello Sviluppo” che doveva portare benessere ai Paesi
poveri. Via via, il clima è cambiato fino ad arrivare oggi a una situazione
in cui nessuno vuole o è capace di prendere la leadership e di avanzare proposte
decisive. Tutti sconfitti, in fondo, dal fallimento di Potsdam. Con due eccezioni.