INFORM - N. 116 - 18 giugno 2007


PREMIO PIERO CONTI

Pubblicato il volume della VI edizione

Racconti dal mondo. Narrazioni, memorie e saggi delle migrazioni

La prefazione di Rodolfo Ricci, coordinatore nazionale Filef

 

ROMA -  Premio "Piero Conti": pubblicato il volume della VI edizione. Il volume “Racconti dal mondo” raccoglie gli elaborati vincitori e quelli segnalati dalla giuria della VI edizione del Premio promosso dalla Filef, dalla Regione Umbria, in collaborazione con l’Isuc. E’ pubblicato dalla Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, a cura di Paola Corti e Maddalena Tirabassi.

La prefazione è di  Rodolfo Ricci , coordinatore nazionale Filef.  La riportiamo di seguito .

“Difficile solo immaginarla la storia dei 60 milioni di italiani nel mondo. Più probabile recuperare ricordi, testimonianze, bagliori di un esodo durato oltre un secolo e mezzo; un esodo non lineare, frastagliato e con tante terre promesse che lampeggiavano di fronte agli occhi spalancati verso un avvenire. Più che di una storia, si tratta allora di tante differenti storie la cui casistica è così vasta e contraddittoria come quella di ogni popolo; e in questo caso si tratta di un popolo in movimento, così che ad ogni passo, si tratterebbe di capire quali e quante variabili ne configurano la soggettività (se c’è) e quante forme identitarie asso assume, via via che viene integrato, o assimilato, o rifiutato o tutte e tre le cose insieme.

Quindi è d’obbligo procedere rapsodicamente, tra i tanti vuoti della memoria collettiva, senza velleità euristiche, ma solo con l’ambizione di accendere un lume, come fa da oltre 12 anni il Premio Conti, ideato dalla FILEF all’inizio degli anni ’90 e che trovò nella Regione Umbria la sensibilità necessaria a far riemergere ciò che nel corso del tempo si era via via affievolito e disperso.

Un mondo fatto di identità in divenire, contrariamente a quanto in diversi pensavano e forse pensano, sia sul piano sociale ed economico, che su quello culturale e che tuttora si evolve insieme alle popolazioni autoctone che hanno incontrato o alle altre schiere di migranti che li avevano preceduti o che li hanno seguiti. Perché il popolo migrante non è fatto solo di italiani, ma prima ancora di tedeschi e gallesi, svizzeri e irlandesi, galleghi, baschi e bretoni, scandinavi e polacchi, insomma da una congerie di genti che sono l’intera Europa sovrappopolata e contadina, misera e scarsamente alfabetizzata, come e più delle schiere di migranti che abitualmente osserviamo arrivare sulle coste dai nostri divani televisivi.

Di italiani ne partirono 28 milioni; ben oltre la metà della popolazione totale. Molti per ritornare (prima o dopo) molti altri, i più, per restare nei luoghi di arrivo, o per continuare a migrare, come quelli che, partiti dal Rio Grande alla fine dell’ottocento, hanno risalito gli stati brasiliani di Santa Catarina, Paranà, San Paolo, Mato Grosso do Sul, Mato Grosso, Rondonia, Acre e si trovano ora, dopo oltre cento anni alle propaggini meridionali dell’Amazzonia, alla ricerca di nuove terre da coltivare o da strappare ai grandi latifondisti che l’hanno rubata falsificando i documenti catastali, oppure uccidendo i precedenti possessori.

A conferma che non tutti (anzi pochissimi hanno fatto successo), troviamo tra questi senza terra, milioni di discendenti di italiani; e a conferma che non tutti gli italiani sono pii e coscienziosi, ne troviamo parecchi nel ruolo di latifondisti o sfruttatori di manodopera patria e indigena. Questo ci invita a ragionare fuori dei miti o delle iconografie ufficiali e a rinverdire qualche approccio dimenticato che invitava a distinguere dentro una nazione situazioni sociali, aspirazioni ed ispirazioni diverse, interessi talvolta conflittuali, spesso opposti.

Cosa avevano in comune oltre al fatto di essere discendenti di italiani, i Generali golpisti Lambruschini, Viola o Massera e gli oltre 10.000 desaparecidos di origine italiana di cui si è persa traccia e che solo la caparbietà delle madri di Plaza de Majo (con i nomi di Estela Carlotto e Ebe de Bonafini) hanno recuperato e imposto alla nostra memoria ? O tra quegli italiani dell’Uruguay esiliati in Olanda e Svezia e il loro torturatore Dan Mitrione, che veniva da New York a Montevideo per addestrare le milizie, anche lui, certo, italiano, di origine siciliana ?

O, per richiamare fatti più recenti, che differenza passa tra il Sig. Cavallo, di ascendenza piemontese, Ministro dell’economia dell’Argentina sotto il Governo del default, puntuale esecutore delle politiche del FMI, con i milioni di discendenti di piemontesi operosi a cui la crisi ha sottratto tutti i risparmi di una vita ?

La storia dei migranti italiani è una infinita storia di lavoro: in Brasile gli italiani sostituiscono gli schiavi afroameircani nella coltivazione del caffè. In Australia, con l’introduzione della canna da zucchero, e in mancanza congenita di schiavi, gli italiani risultano indispensabili. In Francia tagliano i boschi sui Pirenei, e se vogliono cambiare lavoro, devono attendere 10 anni (lo impone la pianificazione in agricoltura). Negli Stati Uniti fanno di tutto. Nell’Europa del nord servono soprattutto nelle miniere e nella grande industria. A Colonia si racconta che nei piloni in calcestruzzo dei grandi ponti sul Reno siano intrappolati molti giovani manovali e carpentieri italiani, caduti giù a costituire parte integrante ed eterna dell’opera di ricostruzione della Grande Germania.

Fatti noti sono le tragedie di Mattmark, di Marcinelle, in Belgio. A Monongah, etimologicamente “terra dei lupi” nel West Virginia, cinquanta anni prima (e quest’anno sono 100 ) ne erano morti oltre quattrocento: tragedia ignorata fino a pochi anni or sono, come l’altra nella sperduta Dawson, nel New-Mexico.

A San Paolo del Brasile, un monumento di artista italiano proclama fama imperitura ai costruttori italiani della grande città. Analoghe lapidi e steli commemorative si rinvengono a Buenos Aires o a Montevideo. Solo più recentemente, in Germania e in Svizzera, mostre documentarie e piazze vengono intitolate all’emigrazione italiana che grande apporto ha fornito al loro grande sviluppo industriale.

E oltre all’epica, possiamo interessarci della cronaca: a Gevelsberg, sulle colline della Ruhr, ci si ricorda ancora il massacro nella neve di 5 tedeschi accoltellati da un emigrato sardo all’uscita da un bar, dopo che lo stesso era stato da loro malmenato a sangue per l’insostenibile ingiuria di aver conquistato una ragazza del posto.

O dei fatti di costume: a Francoforte sul Meno, ad esempio, i giovani meridionali toccavano il posteriore alle ragazze tedesche in minigonna ondeggianti sulle scale mobili dei grandi magazzini, partendo dall’assunto che mostrare le gambe costituiva segnale di disponibilità.

Ma anche fatti che potrebbero costituire trama interessante per film di azione e avventura: nel deserto australiano, gli italiani emigrati furono accolti nei campi di concentramento utilizzati qualche anno prima per i prigionieri della seconda guerra mondiale: di giorno uscivano per lavorare, ma ad una certa ora dovevano assolutamente rientrare nel campo, pena l’arresto o l’espulsione; a Bonogilla, (400 chilometri a nordovest di Sydney) nel ’52, questa situazione si protrasse per alcuni mesi, poi tre italiani, presi dallo disperazione di trovarsi in un deserto peggiore di quello di partenza, uno dopo l’altro si impiccarono; italiani, greci e portoghesi incendiarono il campo; giunsero polizie e milizie varie con annessi carri armati, arrestarono, espulsero, ma da quel momento il governo australiano comprese che forse era più opportuno introdurre differenti procedure per l’accoglienza e l’inserimento dei migranti. Tra gli organizzatori di quella sommossa c’era un imbianchino calabrese, Giovanni Sgrò, che poi diventerà il primo –ed unico ad oggi- vicepresidente straniero del Parlamento dello Stato del Victoria, la cui capitale è Melbourne, abitata da mezzo milione di italiani. E c’erano anche altri giovani -cosa meno nota- che nella fuga si dispersero nel deserto: furono accolti da tribù aborigene, si abituarono a vivere con loro, sposarono le loro donne, e, probabilmente, alcuni vivono ancora da quelle parti, lungo le vie dei canti, di cui ci parla Chatwin.

Dieci anni più tardi, 1962, agli antipodi di questo mondo, un altro luogo viene messo a ferro e fuoco dagli emigrati italiani: Wolfsburg, ancora “città dei lupi”, ma anche città della Volkswagen edificata dagli italiani durante il decennio nazionalsocialista. Qui gli italiani che assemblavano la “macchina del popolo” nella città-fabbrica, finito il lavoro rientravano nei campi di concentramento operai, vigilati notte e giorno da guardiani con annesso cane pastore, non raramente ex appartenenti alle SS; dormivano in baracche di legno, dieci per stanza e l’unico diversivo settimanale era, come per i detenuti, l’ingresso scadenzato di prostitute, contrattato e pattuito con i guardiani nel campo. Quando, una notte, un giovane italiano morì senza alcuna assistenza medica, scoppiò la rivolta. Bruciati i dormitori, poi le automobili lungo il percorso che portava alla fabbrica, poi la fabbrica, poi la città. E’ un fatto poco noto, perché le diverse ragion di stato (compresa quella sindacale autoctona) avevano da tutelare un utile silenzio, sia in Germania che in Italia.

Meticciati e incroci di ogni tipo percorrono la teorie delle schiere di migranti italiani: non solo con anglo-sassoni, francesi o ispanici, ma anche –meno noto- con le tribù Guaranì nel sud del Brasile, con i Charrua nell’Uruguay o i Mapuche in Cile, con l’elemento gaucho nel Chaco e nelle Pampas, con gli indios amazzonici e con gli afro-discendenti di Spartaco, nel nord caribico e nel nord-est brasiliano.

Di questo popolo migrante è possibile recuperare un notevole repertorio di eventi più o meno strabilianti o edificanti, come si può ricostruire una storia infinita della santità o dell’infamia, al modo di Borges, per tutti i popoli che resistono sul suolo natio, stanziali e aggrappati alle loro terre e città. L’unica cosa che differisce in queste due possibili storie –di nomadi e di stanziali- è che i primi si muovono fisicamente e gli altri no, o molto meno. Quindi la letteratura sviluppa altre dimensioni, la vita quotidiana si configura diversamente, la mente elabora altre paure e altre aperture. Gli uni e gli altri vedono gli spazi in un modo diverso e il valore che danno alle cose, agli oggetti, alla terra e al cielo, è differente.

Nessuno si senta svantaggiato o privilegiato: le stagioni della vita –e della storia- impongono dei corsi e dei ricorsi in tempi alterni; noi osserviamo le cose e gli eventi in tempi stretti, se li potessimo osservare come in un campo lungo ci accorgeremmo di essere stati, di essere e poi di “diventare” qualcos’altro, e questa identità in divenire ricorda il perenne ritorno o forse, meglio, una sorta di lotteria universale il cui esito nuovamente, appare incerto, imponderabile…..” (Inform)

 


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