INFORM - N. 115 - 15 giugno 2007


DOCUMENTAZIONE

 

Convegno “Anziani e bambini in difficoltà nelle comunità italiane dell’America Latina” (Roma, Camera dei Deputati, 14.6.2007)

La relazione introduttiva dell’on. Mariza Bafile

 

ROMA - Desidero ringraziare tutti voi per essere presenti a questa giornata-convegno che considero estremamente importante per far arrivare anche in Italia la voce di quelle persone che non hanno voce, di quelli che non fanno storia, di coloro che vivono e muoiono nell’ombra. Oggi l’Italia è il settimo paese industrializzato, ha un’economia che, tra alti e bassi, possiamo considerare stabile ed è diventata meta ambita dei poveri del mondo.

Ieri, solo una manciata d’anni fa, le cose erano molto diverse. L’Italia era un paese estremamente povero, un paese in cui il futuro appariva buio, senza spiragli, un paese in cui la fame andava a braccetto con le malattie e tutti i mali dell’emarginazione sociale.

E’ da quell’Italia che tanti italiani sono partiti per cercare altrove migliori condizioni di vita. Lo hanno fatto per sé ma soprattutto lo hanno fatto per le famiglie che restavano in Italia, per i più deboli, le donne, i bambini, gli anziani, i disabili, i malati. Molti di loro sono approdati in Sudamerica, in quei paesi in cui all’epoca, sembrava più facile fare la “Merica”. Si sono sparpagliati in Argentina, Brasile, Venezuela, Perù, Cile, Uruguay. E tutti, senza distinzione, hanno lavorato senza sosta, hanno accettato condizioni di vita inumane per risparmiare e mandare le rimesse alle famiglie che con quei soldi riuscivano a sconfiggere la miseria.

I più sono rimasti, nonostante la nostalgia, nonostante il desiderio fisso di un rientro in quella patria che, col passare degli anni, si tingeva del rosa dei ricordi che cercano di rimuovere il dolore. E i più ce l’hanno anche fatta a costruirsi una vita dignitosa, alcuni hanno fatto realmente la “Merica” altri un po’ meno ma in genere la maggioranza è riuscita ad emanciparsi da quella condizione di degrado dalla quale era partita. Purtroppo, però, le vicende interne dei paesi sudamericani nei quali sono approdati hanno mietuto vittime anche tra loro. C’è chi è rimasto impigliato tra le maglie di atroci dittature, chi, travolto dalle crisi economiche, ha perso il proprio lavoro, tutto quello che aveva costruito fino a quel momento. Qualcuno ha avuto la forza di ricominciare, altri non ce l’hanno fatta e sono rimasti anziani, malati e soli.

Non sono tantissimi. Il paese che ha il maggior numero di nostri emigrati in condizioni di indigenza è l’Argentina. Secondo uno studio dell’Ambasciata italiana sarebbero circa 20 mila. Nel totale degli altri paesi forse possiamo contarne circa altri 10mila. Anche un paese ricco come il Venezuela conta oggi 1000, 1500 connazionali che vivono in gravissime condizioni di precarietà, spesso costretti a recarsi alla mensa della Missione Cattolica italiana per mangiare un pasto caldo una volta a settimana.

Accanto alle problematiche dei più anziani desideriamo segnalare anche un altro tema, meno evidente ma ugualmente grave. Parlo dei bambini figli di genitori in condizioni di gravi precarietà. In alcuni casi la loro precarietà è transitoria, dovuta alla perdita del lavoro o alla malattia di un familiare. Ma è una precarietà che colpisce i più piccoli e lede uno dei loro diritti più significativi, quello dell’accesso alla scuola. Le scuole italiane sono dappertutto, con scarse eccezioni, molto molto care. Alcuni genitori, pur di dare ai loro figli la possibilità di studiarvi fanno grandi sacrifici e l’acquisto dei libri, che hanno prezzi proibitivi, diventa un dramma. Ma anche le altre scuole private o semiprivate che garantiscono un livello minimo di preparazione, sono a pagamento. Un tracollo economico in famiglia rende difficile ai genitori proseguire il pagamento delle rette scolastiche con grave danno per il diritto allo studio dei bambini e anche per il loro equilibrio psichico. Un piccolo aiuto permetterebbe a tutti di superare questi momenti di crisi senza che ne risentano i figli in età scolastica.

Ecco, io chiedo un gesto di solidarietà per tutti loro. Chiedo un gesto di solidarietà per i deboli delle nostre collettività: anziani e bambini. Innanzitutto per i nostri anziani che ormai stanno scomparendo. So che non è facile dare un significato vero alla parola solidarietà, in un mondo in cui la globalizzazione economica cammina di pari passo con una chiusura individuale sempre più marcata e ristretta ad interessi puramente personali. Ma credo che l’Italia abbia un obbligo, non soltanto morale, con questi italiani. Sono quelli che ieri, con coraggio, con determinazione, hanno affrontato l’emigrazione e hanno lavorato giorno e notte per inviare i loro risparmi alle famiglie e quindi contribuire alla ripresa dell’Italia. E non basta. E’ grazie ai tanti emigrati che si sono sparpagliati in ogni parte del mondo, che si sono integrati in tutte le società di accoglienza, che oggi il Made in Italy ha il successo che ha, che le multinazionali italiane viaggiano su binari privilegiati rispetto ad altre, che i governanti italiani, di qualsiasi colore politico, vengono accolti con simpatia e stima. 

Possibili soluzioni sono state al centro di dibattiti e azioni parlamentari. Nel corso della scorsa legislatura per ben tre volte è stata presentata una proposta di legge per chiedere un assegno di solidarietà per gli emigrati bisognosi e nel 2005 il patronato INCA ha promosso un’iniziativa alla quale hanno aderito con entusiasmo gli altri patronati del CEPA, i Comites e i CGIE per raccogliere firme a sostegno di questa proposta. In pochi mesi sono state raccolte più di 50mila firme tra le collettività dell’America Latina. Purtroppo, nonostante le tante adesioni, la proposta non è riuscita a decollare. L’ho ripresentata, in questa legislatura, assieme ai colleghi dell’Ulivo eletti all’estero, al capogruppo Dario Franceschini, alla vicepresidente Marina Sereni, al presidente della Commissione Affari Sociali Mimmo Lucà ed è stata sostenuta da molti colleghi di maggioranza della Commissione Affari Sociali. Tra breve sarà discussa nella commissione competente e in quella sede verrà apportata una modifica al testo per chiarire che i destinatari dell’assegno di solidarietà sono gli emigrati nati in Italia. In questo modo l’ipotesi di spesa si riduce rispetto alle stime iniziali per cui ci auguriamo che il parlamento e il governo possano accogliere e varare la legge.

Il viceministro per gli Italiani nel Mondo, Franco Danieli ha avviato una strategia per assicurare ai connazionali anziani e bisognosi il diritto alla salute. E’ noto che in tutti i paesi dell’America Latina la sanità pubblica è carente e quella privata carissima. Per molti connazionali è difficile anche comprare una medicina. Grazie all’iniziativa avviata dal viceministro si sopperirà a questo grave problema tramite accordi con assicurazioni sanitarie nei diversi paesi. E’ un grosso passo avanti perchè fino ad oggi l’aiuto ai connazionali viene gestito dai Consolati in base a parametri poco chiari e quindi in pratica lasciato alla discrezionalità dei funzionari di turno. Una prassi che a volte significa aggiungere umiliazioni al dolore della necessità e alla sensazione di fallimento che purtroppo amareggia questi italiani che non hanno avuto fortuna. L’assicurazione sanitaria e l’assegno di solidarietà si prefiggono lo scopo di trasformare l’aiuto ai più deboli in un diritto con parametri chiari che eviti di ledere la loro dignità. Una forma di solidarietà quindi e non di assistenza.

Per i bambini sarebbe importante pensare ad un sostegno scolastico ed anche eventualmente alla possibilità di far avere loro i libri di testo, anche di seconda mano, creando un ponte di connessione, amicizia, aiuto con i coetanei italiani. Voglio ricordare che il governo ha accolto, durante la discussione alla Camera dei Deputati, sulla Finanziaria del 2007, un ordine del giorno firmato da me, dai colleghi dell’Ulivo eletti all’estero e anche da deputati dell’opposizione eletti all’estero, in cui si impegna a individuare strumenti efficaci per la protezione di anziani e bambini.

Le nostre collettività devono essere vissute come un orgoglio dall’Italia e dagli italiani. I nostri emigrati hanno trasferito all’estero il meglio della cultura italiana: la capacità di lavoro, il senso della responsabilità e del sacrificio. Quelli che non ce l’hanno fatta hanno comunque lavorato molto e le loro sono storie di grandi sacrifici. I paesi che li hanno accolti sono ricchi di aspetti positivi, di generosità e creatività ma purtroppo soffrono di problemi atavici legati a tracolli economici e gravi sconvolgimenti politici.       

Con il convegno di oggi intendiamo offrire una possibilità di confronto diretto tra il parlamento, il governo, i sindacati, i patronati, le associazioni di volontariato cattoliche e laiche, gli organismi degli italiani all’estero e i rappresentanti delle comunità che vivono direttamente il dramma della povertà in un mondo sempre più diviso tra chi ha e chi non ha, al fine di mettere a fuoco le difficoltà dell’oggi e di individuare i rimedi possibili.

Una giornata di confronto, quindi, di riflessione ma anche di individuazione delle risposte da dare in tempi rapidi perchè le aspettative non possono essere ulteriormente disattese.

Analisi e aggiornamento puntuali delle condizioni di vita delle fasce più deboli delle comunità italiane in America latina devono procedere di pari passo con le risposte possibili, non demagogiche, che il parlamento e il governo si impegnano a fornire.

Chi lavora, giorno dopo giorno, da anni, come gli Scalabriniani, gli attivisti di Migrantes e della Caritas, gli operatori dei patronati e dei sindacati, devono sapere che non sono soli.

Le donne anziane, che sono la maggioranza tra gli anziani con redditi minimi, devono sapere che qualcosa di concreto si sta facendo per loro. Lo stesso vale per i bambini e le bambine più poveri delle nostre comunità. (Mariza Bafile)

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