INTERVENTI
Antonio Bruzzese: “Il lavoro minorile:
il domani rubato ieri ed oggi”
ROMA - L’OIL (Organizzazione Internazionale
del Lavoro) ha proclamato il
Uno dei più grandi disastri minerari, quello avvenuto
il mattino del 6 dicembre 1907, alle 10.27, nella miniera di carbone di Monongah,
negli USA, sarà certamente ricordato prossimamente, ad un secolo di distanza.
Nel cimitero, sulla collina del paese, sotto l’ombra
dei pini, sono incisi i nomi, ormai sbiaditi, delle 361 vittime (in realtà il
numero di morti fu di circa mille).
Il nome Monongah significa, nella lingua della tribù
indo-americana Seneca, “Fiume dalle acque ondulate”. In quel cimitero, cullati
da quelle “acque ondulate”, sotto i pini, riposano 171 minatori italiani, con
la testa poggiata sul “cuscino rosso”, come chiama il salvagente delle navi
degli emigranti lo scrittore molisano Giose Romanelli.
Eppure decine di minatori-bambini, morti in quel disastro,
non hanno avuto nemmeno il “risarcimento” di una lapide: essi non avevano il
“time-checks”, cioè il tipico bottone con la matricola del minatore. Non esistevano.
Eppure la commissione federale di inchiesta suppose che
a causare lo scoppio sarebbe stato proprio uno di loro, uno di questi minatori
bambini, chiamati “raccoglitori di ardesia” o “ragazzi dell’interruttore”, non
registrati in nessun elenco, remunerati con qualche spicciolo direttamente dai
minatori adulti.
Questo non è il solo luogo dove decine di lapidi portano
i nomi di bambini di sette, otto, dieci anni morti in miniera, ma ne troviamo
anche in Belgio e Lussemburgo, bambini magri particolarmente adatti ad entrare
nei cunicoli più stretti.
Fino al
Oggi nel mondo lavorano non meno di 352 milioni di bambini
(nei paesi dell’OCSE 14 milioni), con età compresa tra i 7 e i 17 anni: il 23%
del totale della popolazione infantile mondiale. Nei paesi sviluppati sono circa
14 milioni, in quelli di transizione economica (paesi dell’Europa dell’est)
8 milioni e 400 mila. In America Latina sono circa 28 milioni. Nella zona subsahariana,
la parte più povera del continente africano, i minori lavoratori sono circa
66 milioni, mentre in Nord Africa sono 21 milioni. La zona geografica più popolosa
del mondo, Asia e Pacifico, ne conta oltre 214 milioni. Molti di essi sono sfruttati
per la prostituzione, il traffico di droga, la guerra. A tutti viene negato
il diritto allo sviluppo, all’istruzione, alla salute, ad una vita sociale adatta
alla loro età.
A distanza di un quarto di secolo, nel 1998,
In Italia un momento di convergenza importante è rappresentato
dalla piattaforma comune di CGIL, CISL e UIL del maggio 2004: “Mai più lavoro
minorile!”
Le tre confederazioni hanno chiesto al Governo in quell’occasione
di impegnarsi nella lotta all’evasione dell’obbligo scolastico, di ridefinire
e riqualificare i percorsi formativi, di rilanciare gli Osservatori provinciali
e regionali, di definire interventi di offerte culturali, didattiche e per il
tempo libero finalizzate ad una migliore integrazione sociale dei minori, di
promuovere una politica europea di monitoraggio e di intervento per lottare
contro il fenomeno del lavoro minorile.
Tale piattaforma prevede anche un impegno delle confederazioni
in sede di contrattazione sindacale, sia in Italia che in Europa (CES) ed una
speciale attenzione agli interventi internazionali (OCSE, OIL ecc.).
L’ultimo congresso della CES, svoltosi a Siviglia dal
21 al 24 maggio scorso, purtroppo non ha dato nessun segnale di rilievo che
affrontasse senza reticenze le responsabilità che grandi multinazionali americane
ed europee hanno in vari ambiti, dai giocattoli della miseria, alle merci griffate,
alla produzione di cotone BT (Bacillus Thuringiensis geneticamente modificato),
ne sono state programmate iniziative incisive di alcun tipo. L’Europa può e
deve fare di più.
Il fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile nel
mondo (ma anche nei Paesi dell’OCSE) è così grave e diffuso che non può essere
risolto senza un impegno incessante e deciso.
La globalizzazione dell’economia mondiale rischia di
aggravare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile. La tentazione
di essere più competitivi riducendo i costi comporta anche la spinta ad utilizzare
maggiormente questo tipo di lavoro.
Come nei Paesi occidentali il progresso sociale è stato
possibile creando, sotto la spinta delle organizzazioni dei lavoratori, un “diritto
del lavoro”, occorre elaborare e rendere effettivo un diritto internazionale
del lavoro, che vieti relazioni commerciali con le imprese che non rispettano
i diritti fondamentali dei lavoratori ed in particolare dei minori.
Evidentemente non deve trattarsi di misure di facciata,
che in realtà eludono gli obblighi legali.
Se il mercato globale è una realtà che non può essere
negata con astratte affermazioni, anche il diritto del lavoro deve necessariamente
globalizzarsi.
Non avrebbe senso lottare nei Paesi ricchi per migliorare
le condizioni dei lavoratori ed ignorare le condizioni di miseria in cui vivono
i lavoratori delle altre aree del mondo. Il sottosviluppo non è solo “ingiusto”
per alcuni, ma è motivo di insicurezza ed instabilità per tutti.
Rubare oggi il futuro di 350 milioni di minori mette
a rischio il futuro di tutti ed aumenta lo squilibrio di un mondo nel quale
il 20% dell’umanità detiene l’80% delle risorse.
Insieme Argentina con
“Le stelle stanno
a guardare” diceva un vecchio romanzo. Gli sfruttati del mondo non staranno
a guardare, specialmente se abbiamo rubato loro l’infanzia ed abbiamo permesso
che fossero prigionieri nelle case chiuse o sui campi di battaglia o nei cunicoli
delle miniere. (Antonio Bruzzese-