INFORM - N. 235 - 14 dicembre 2006


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Intervista del “Corriere d’Italia” a don Giuseppe Brollo , missionario a Wolfsburg

“Globalizzazione è disagio, insicurezza e paura”

 

WOLFSBURG - A Wolfsburg una comunità italiana particolarmente provata dalla crisi della Volkswagen. “Gli italiani sono molti: quasi 6.000, di cui centinaia non registrati. Sono però in diminuzione a causa della dislocazione industriale. Secondo accordi sindacali la ditta non può licenziare fino al 2011, tuttavia ci sono grossi premi per l’uscita”. Il “Corriere d’Italia” incontra il Missionario a Wolfsburg, don Giuseppe Brollo

Don Giuseppe, cominciamo a parlare del futuro della missione...

Il futuro oggi è fissato dalle fusioni, nelle quali è previsto che a Wolfsburg rimangano il missionario e le suore. C’è naturalmente il problema della sostituzione; per questo il futuro rimane incerto. Peraltro gli italiani sono molti: quasi 6.000, di cui centinaia non registrati. Sono però in diminuzione a causa della dislocazione industriale di Volkswagen. Secondo accordi sindacali la ditta non può licenziare fino al 2011, tuttavia ci sono grossi premi per l’uscita. Questo fenomeno ha portato negli ultimi tempi ad una corsa al cancellamento dalla Chiesa. Chi rimanesse, infatti, dovrebbe pagare tasse altissime sul premio d’uscita di Vw. Questa corsa è cominciata nell’estate scorsa e parecchi se ne sono già andati. Alcuni, dopo aver incassato il premio, ritornano alla Chiesa, tuttavia il fenomeno rimane preoccupante.

Che tipo di città è Wolfsburg?

Questa risposta si collega direttamente a quella precedente. Wolfsburg è una città aziendale, fino a qualche anno fa monoindustriale, nel senso che il piú grande – e quasi l’unico – datore di lavoro era la Vw. Oggi ci sono anche altre realtà lavorative. Rimane tuttavia una città operaista. Le zone di provenienza degli italiani sono le solite: Sicilia, Calabria, Sardegna, Abruzzi e Marche. Da noi ci sono però anche molti friulani e giuliani. Essi sono i rimasti dall’emigrazione in epoca fascista. Quando Hitler, per il suo progetto di fabbrica di auto per il popolo, dopo un accordo con Mussolini, nel ’38 chiamò gli operai italiani, nacquero qui i primi insediamenti. Erano veri e propri dormitori. Quando si parla di emigrazione, nessuno vuole sapere di quel periodo, dal 1938 al 1945. Si parla solo di migrazione postbellica. Questi operai invece vissero dei grossi drammi sociali e personali. Furono messi in Lager come internati. Poi, finita la guerra, misero su famiglia, avendo sempre come punto di riferimento la Missione. Poi vennero gli altri e dal 1962 Wolfsburg diventò, in proporzione al numero degli abitanti, la più grande città italiana al nord del Brennero.

Questo degli internati militari fu in effetti un periodo oscuro della storia italiana e di quella tedesca. Che ruolo ebbe la chiesa in ciò?

La Chiesa ebbe un ruolo particolare almeno qui a Wolfsburg. Hitler voleva costruire un mondo senza Chiesa e senza Dio. Tuttavia, per rispetto all’amicizia con Mussolini, permise a un prete italiano di celebrare la messa. Era il 1941, il prete si chiamava don Antonio Di Donè e celebrava per tutti, italiani e non. Ma si capisce che il gruppo italiano si sentisse privilegiato: poteva aver la messa festiva garantita e sopportata dal regime nazista. Dopo la guerra gli italiani d’inverno se ne andavano (erano in gran parte muratori) e la cappella finì per diventare una Gaststätte.

Come è cambiata la composizione sociale degli italiani con la globalizzazione?

Come dicevo, Vw ha posto in esubero migliaia di dipendenti; questo ha creato in tutti disagio, insicurezza e paura. La fabbrica dà sempre più lavori in subappalto. Non soltanto le attività tradizionali come la pulizia. Oggi sono in subappalto interi reparti di produzione. Accade quindi che sotto il tetto della stessa fabbrica lavorino operai che sono dipendenti Vw e operai dipendenti di ditte interinali. Questo è un dramma se si pensa che i salari Vw erano tradizionalmente i più alti in Germania. Le famiglie, quando intervennero accordi per la diminuzione dei turni di lavoro a 28,8 ore settimanali, erano dapprima soddisfatte. Adesso però le ore sono diventate 33 con lo stesso salario. Molti reparti lavorano sabato e domenica e, mentre l’azienda è impegnata a recuperare il tempo perduto, gli operai sono sempre più insicuri. Da loro sento dire: “Ogni giorno si capisce meno come andrà a finire”.

Ma com’è oggi la relazione tra gli operai italiani e la Missione?

Gli italiani che sono qua arrivarono come contadini per il lavoro nelle campagne. Dal 1962 cominciarono a concentrarsi nella fabbrica. La nostra è la tipica migrazione italiana di breve periodo: uomini soli, tuttofare senza qualifica, con l’intenzione di rimanare qualche anno per fare un po’ di soldi. Oltretutto quella era una maniera del governo italiano per liberarsi di molta gente implicata nella malavita. Nel 1964 la città consegnò un locale alla Missione; un locale che funzionava come centro di raccolta per gli italiani. Missionario era don Enzo Parenti, che divenne poi direttore del Corriere d’Italia. Lui e l’assistente sociale della Caritas facevano di tutto, da preparare i pasti, a pulire, fino alla catechesi. Il villaggio italiano era chiuso da sbarre per evitare il commercio di donne. La ditta voleva garantirsi un’immagine di serietà. C’era molta mobilità e anche una qualche possibilità di carriera. Qualche italiano che si arrangiava bene con la lingua ebbe posti di responsabilità. Tuttavia, in genere, l’emigrato italiano era un emarginato. La sua vita era irregolare. La sua situazione economica non gli permetteva di essere alla pari con la gente del posto.

Come è il rapporto oggi tra gli italiani e la Missione?

La gente che lavora in genere non è quella che va in chiesa, nonostante si faccia tanto per attirarla. Neppure i giovani di oggi vanno in chiesa. Ci vanno invece adulti e pensionati. Solo pochi anni fa i preti tedeschi notavano che nelle nostre comunità fossero presenti tanti giovani. Ora non ci sono più neanche da noi. (Alfeo Quaranta-Corriere d’Italia/Inform)


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