PATRONATO
INAS CISL
L’editoriale
di Corrispondenza Italia del 16 dicembre 2006
Fare dell’integrazione dei migranti una
storia di successo per tutti
ROMA
- C’è una lezione di sociologia pratica che i nostri connazionali all’estero,
emigrati e figli di emigrati potrebbero dare ai compatrioti “stanziali” senza
bisogno neppure di parole: basterebbe infatti la testimonianza della loro esperienza
vissuta. La capacità di accoglienza e di integrazione dei migranti da parte
di un paese, della sua cultura, della sua economia, del suo ambiente sociale
questa la lezione è di per sé la prova della vitalità di quel paese e della
sua gente. Ed è un bonus di speranza per il suo migliore avvenire.
Il
vezzo masochista di noialtri italiani di auto-denigrarci ci fa soffermare più
del necessario sul dato negativo della denatalità che ci vede agli ultimi posti
nel mondo. Un dato di malessere che non va certo sottovalutato come spia di
difficoltà nell’organizzazione della vita familiare e collettiva. Ma che non
deve essere vissuto come un indizio di catastrofe etnica (o “razziale”?).
Osservata
da un punto di vista più aperto, invece, il futuro italiano può apparire sotto
una luce positiva, sempreché il nostro paese si metta in grado di approfittare
a pieno delle opportunità dell’integrazione dei nuovi cittadini che eleggono
la nostra terra e si propongono di abitarla con le loro famiglie e i loro figli.
Oggi gli stranieri in Italia (il 4,5 per cento della popolazione ufficiale)
rappresentano un abitante su 20 secondo stime comprensive degli irregolari.
Ci avviciniamo cioè alle medie degli altri paesi euro-occidentali. Ma rispetto
ad altri paesi della nostra stazza, in Italia godiamo di alcuni rilevanti vantaggi
psico-sociologici. Innanzi tutto l’eterogeneità multicontinentale e multietnica
degli immigrati: Albania, Marocco, Romania, Cina, Ucraina (in primo ordine di
quantità) ma poi anche Filippine, India, Sri Lanka, America Latina, Egitto,
Nigeria, Senegal….. Non siamo cioè di fronte alla situazione francese dove c’è
preponderanza migratoria dalle ex-colonie, come in Gran Bretagna. E non siamo
come nella Germania verso cui si è diretto un prevalente e massiccio flusso
turco. E questo abbassa la soglia di rischio di corpi separati che si chiudono
in se stessi. La nostra cioè è una situazione simile a quella degli Usa (il
segregazionismo verso i neri ha avuto altra, drammatica genesi storica, come
sappiamo). E per noi è possibile (analogamente agli Usa) parlare di un “sogno
italiano”. Ciò anche per la struttura della nostra economia che ha un largo
tessuto elastico di piccole e medie imprese, un tessuto che facilita - come
di già sta accadendo - l’imprenditorialità degli immigrati, la loro mobilità
e, in definitiva, il meccanismo promotivo dell’”ascensore sociale”.
Nel
dibattito italiano emerge, per altri versi, una tentazione selettiva, anch’essa
figlia di paure miopi e di corto respiro. Si dice: attraiamo migranti di basso
livello professionali mentre invece avremmo bisogno di gente titolata e qualificata
che venga a turare le falle al nostro sistema formativo asfittico; delle università
imbalsamate dai baroni, che non riescono a sfornare le élite amministrative,
scientifiche, tecniche di cui avremmo bisogno. Analisi giusta dal punto di vista
critico e statico ma anch’essa bisognosa di essere guardata dal suo rovescio
dinamico. Si valuta ad esempio, a livello mondiale, che l’immigrazione di lavoratori
stranieri a bassa qualifica produca un guadagno netto di 56 miliardi di dollari
ai paesi ricchi, Italia compresa. Colf e badanti e assistenti familiari consentono,
ad esempio, a un maggior numero di donne con alte professionalità di lavorare
fuori casa con un beneficio per il pil calcolabile tra l’1,3 ed il 3,3 per cento.
E questo senza considerare gli incrementi delle entrate fiscali.
Una
realtà complessa dunque. Ma conveniente non per i soli “ricchi”.
Fare
dunque del fenomeno migratorio uno strumento e una storia di successo per tutte
le sue componenti e per tutti i suoi fattori, si può. Mentre si deve superare
il pregiudizio che gli scambi, non solo di beni e servizi ma anche di lavoro
e di uomini, costituiscano un processo a somma-zero o peggio, negativa, dove
se c’è qualcuno che vince e ci guadagna, c’è necessariamente dall’altra parte
chi perde e ci rimette.
Si
tratta di un compito alto ed esaltante per tutti i soggetti in campo, dalle
istituzioni pubbliche a quelle economico-produttive a quelle della cultura e
- non da ultimo - per le nostre forze sindacali e di patrocinio sociale. (Corrispondenza
Italia/Inform)