INFORM - N. 228 - 5 dicembre 2006


CONVEGNO FUSIE

Intervento del senatore Nino Randazzo  (Ulivo)

C’è un futuro per la stampa italiana all’estero?

 

UDINE - Intendo soffermarmi brevemente e per sommi capi su alcuni aspetti, situazioni e prospettive dell’informazione italiana all’estero, in particolare quella della carta stampata, nella quale ho maturato un’esperienza personale diretta di ormai mezzo secolo in Australia, e a parlare della quale mi trovo naturalmente più a mio agio che non rispetto ad altre forme e settori, importantissimi pur essi, di comunicazione, quali radio, televisione, giornali on-line, di cui posso essere soltanto un osservatore esterno.

 Pertanto, un’ informazione vista dall’angolazione di chi in essa ha operato vedendo, seguendo e contribuendo ai passaggi da settimanale a bisettimanale, trisettimanale e infine quotidiano di una testata a diffusione continentale quale “Il Globo” di Melbourne, di cui sono stato responsabile fino allo scorso marzo, data del coinvolgimento nella mia avventura politica e parlamentare. Una testata giornalistica, il cui fondatore ed editore, Ubaldo Larobina, è qui presente oggi con noi nella veste anche di editore di un’altra testata storica nel mondo dell’emigrazione – il quotidiano “La Fiamma” di Sydney – e di fondatore e amministratore delegato di un altro importante prodotto, non cartaceo, d’informazione all’estero: l’emittente radiofonica “Rete Italia” che, gestendo dagli studi di Melbourne e Sydney oltre sessanta licenze di frequenze, trasmette sette giorni la settimana, 24 ore su 24, in lingua italiana sull’intera superficie del continente australiano.

 Ecco, dunque, il viluppo e sviluppo di iniziative e relative sinergie di un gruppo editoriale e radiofonico – Globo-Fiamma-Rete Italia – dai forti e consistenti connotati nel mondo dell’informazione italiana all’estero, nel continente più lontano dalla madrepatria italiana.

Una delle prime e più rilevanti osservazioni - per esprimere e illustrare la quale credo io sia stato invitato a questo convegno della FUSIE l’anno dopo il congresso di Catania al quale partecipai da…lavoratore del settore, ancora lontano dall’attività politica di parte sfociata nell’elezione al Parlamento italiano – è quella sul ruolo che, a mio avviso, la stampa all’estero ha avuto – contemporaneamente ma separatamente dalla televisione, sui cui è in grado di soffermarsi con maggiore autorevolezza il collega senatore Micheloni – nella prima elezione di una rappresentanza parlamentare diretta degli italiani nel mondo il 9-10 aprile scorso.

È stato un ruolo che definire importante, fondamentale, storico se vogliamo potrebbe sembrare ovvio, scontato e banale, ma che ovvio, scontato e banale in effetti non è stato. L’informazione italiana all’estero, tutta - cartacea, on-line, d’agenzia, radiofonica, televisiva – ma in maniera particolarissima la stampa nella sua totalità, tanto quella quotidiana quanto quella periodica, ha svolto un ruolo determinante in quelle consultazioni elettorali, al 90 e più per cento gratuitamente in termini economici rispetto  quel committente istituzionale primario che avrebbe dovuto essere, e non è stato, lo Stato italiano. In centinaia, forse migliaia di pagine di comunicati e avvertenze ufficiali, di cronache, di editoriali, di opinioni, di dichiarazioni, di interventi dei candidati, di esposizione dei programmi delle forze politiche in campo, di dibattiti, di semplice spiegazione dell’importanza e delle modalità del voto – un settore, quest’ultimo, dove lo Stato ha abdicato alle sue responsabilità elementari incanalando tutte le scarse risorse disponibili verso una confusa, confusionaria e sotto vari aspetti latente e irresponsabile RAI International (non me ne vogliano gli amici e colleghi di RAI International qui presenti, non è stata colpa loro, il pesce puzza dalla testa) – in tutta quella mole di materiale editoriale al quale ho accennato, la stampa italiana all’estero ha costituito il foro principale di comunicazione e dibattito elettorale, si è sostituita in maniera palesemente efficace agli organi teoricamente competenti dello Stato, e a costo quasi zero per lo Stati, accennando a quel percorso di educazione civica per le future consultazioni elettorali nella circoscrizione Estero che sotto l’impulso della rappresentanza parlamentare lo Stato dovrà pure intraprendere in maniera costante e sistematica al più presto possibile.

Per ricapitolare: senza la presenza della stampa italiana all’estero – consentitemi di usare un’espressione popolare un po’ volgare ma efficace – col cavolo si sarebbero raggiunte punte di 50, 60 e passa per cento di partecipazione elettorale all’estero, nonostante una colpevole vistosa inadempienza istituzionale per quanto riguarda l’approntamento di una perfettamente affidabile anagrafe del corpo elettorale.

Puntualizzato, almeno secondo la mia personale opinione, il ruolo della stampa italiana all’estero nelle recenti consultazioni elettorali, resterebbe un altro e più ampio discorso da fare sulle problematiche e le prospettive di questa stampa, una parte qualificata della quale, a mio pensato avviso, è destinata e merita di durare ben oltre il 2020, la data che taluni catastrofici esperti americani predicono essere quella dei funerali della carta stampata. Sono tematiche, problemi e prospettive di cui si fa giustamente carico la FUSIE (Federazione Unitaria Stampa Italiana all’Estero) per un’aggiornata revisione ed elaborazione di percorsi e strategie settoriali, e che voi discuterete nel dettaglio nel resto del convegno, affidando, dove opportuno, possibile e richiesto, alla piccola ma volenterosa e tenace rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero, l’incarico, di volta in volta, caso per caso, di farsi interprete delle vostre istanze di categoria. (Sono presenti, infatti, categorie che costituiscono sì un “unicum”, un contenitore generale, ma entro il quale vanno distinti gli imprenditori, gli editori, i giornalisti professionisti, i pubblicisti, i collaboratori della carta stampata, dell’informazione on-line, dell’informazione radiofonica e televisiva). L’incarico anche di trasferire eventualmente tali istanze in sede legislativa.

Vedete: oltre che in talune sedi istituzionali e nella percezione di tanta gente estranea al lavoro reale dell’informazione all’estero, ci sono anche in sede politica – politica di tutte le parti, di tutti gli schieramenti – pregiudizi, idee fumose, una sottovalutazione, quando non addirittura una completa ignoranza, della presenza dell’informazione italiana fuori dai confini nazionali. Un’informazione diretta non solo agli emigrati della prima generazione ma anche alle seconde generazioni, con tutte le difficoltà linguistiche e di comunicazione che tale esercizio può comportare. Tanto per citare un esempio di questi giorni, tra le centinaia di emendamenti, tutti bocciati, dell’opposizione al collegato fiscale della Finanziaria, approvato dal Senato una settimana fa, figurava una mezza dozzina di proposte per colpire economicamente, tagliare proprio i viveri alla stampa italiana all’estero. Un emendamento del centrodestra in particolare chiedeva di togliere ogni contributo – quel contributo che intanto viene generosamente elargito senza fiatare a una pletora di organi e “organetti” di partiti, partitini e fantasiosi movimenti – di togliere ogni contributo a quelle pubblicazioni all’estero che non risultassero totalmente, al cento per cento, redatte in lingua italiana.

Ora, pur stabilendo “a priori” il punto fermo che la lingua italiana è la prima ragion d’essere di un giornale che si definisce “italiano” dovunque nel mondo, ogni editore, direttore di testata, giornalista operante all’estero sa bene che l’interesse per le vicende italiane, per la cultura italiana e indirettamente pure per la lingua italiana può essere coltivato o risvegliato nelle seconde e terze generazioni, in massima parte non più italofone, delle nostra emigrazione soprattutto attraverso un giudizioso uso parziale della lingua locale, che è la lingua madre di tanti di quei giovani lettori, gli attuali e i potenziali, ai quali si vuole rivolgere quello che possiamo chiamare bene a ragione un “messaggio italiano”.

Ai dubbiosi che continuamente mi chiedono se c’è un futuro per la stampa italiana all’estero, io rispondo senza esitazione – sulla base, appunto, della mia esperienza personale durante la quale ho visto passare quindicinali e settimanali a quotidiani in Australia, con in più la nascita ed espansione costante di una rete radiofonica continentale all’intera Oceania – rispondo che un futuro certo, almeno nel medio termine, c’è, ed è migliore di quello che superficialmente si possa spesso credere. A certe condizioni, però.

Una delle prime condizioni – e qui si dovrebbe inserire l’annoso problema della formazione professionale di nuove leve di operatori della particolare tipologia d’informazione della quale stiamo trattando – è che si faccia un giornalismo mirato alla fascia di lettori-utenti alla quale è diretto, un giornalismo piuttosto distinto, diverso da quello, sia tradizionale che corrente, utilizzato sul territorio della Penisola. Non può avere un futuro un giornalismo italiano all’estero che, secondo vecchi canoni, sia stilisticamente paludato, ingessato culturalmente e strutturalmente, impostato su fitte grafiche definibili “classiche mattonate”, incentrato su complessi arzigogoli e approfondimenti filosofici, politici, ideologici, a tutto scapito di quella che è la cronaca viva della società italiana d’origine e della società nella patria d’adozione.

C’è futuro per un giornalismo italiano all’estero che, oltre che di opinione e, come si dice con terminologia trita, abusata e ipocrita, di “formazione”, sia anche e soprattutto “di notizia”, di informazione, Un giornalismo che sia anche di “intrattenimento” per l’uomo, al lavoro o in pensione, per la donna, in casa o al lavoro, per il giovane che conosce bene oppure che mastica poco l’italiano. Un  giornalismo che sia fatto di cronaca viva dell’intera nazione, e particolarmente di cronaca regionale di quelle regioni da cui proviene il grosso della nostra presenza in determinate aree del mondo. Un giornalismo anche di sport, anche di spettacolo, anche di cultura generale, anche di economia, anche di costume, anche di colore, anche di gossip, anche d’evasione. Un giornalismo di cronaca bianca, nera, rosa, politica, giudiziaria che dia, nel bene e nel male, l’immagine dell’Italia qual è, viva, reale, di tutti i giorni, con tutte le sue gioie e i suoi affanni, i suoi problemi, quelli risolti e quelli irrisolti o irrisolvibili, i suoi drammi e sconfitte e le sue conquiste. E non l’immagine di un’Italia immaginaria, avvolta in una nube di vieto idealismo e romantiche fantasie.

Per mezzo secolo mi sono irritato, stizzito e stancato a forza di confrontarmi con una moltitudine di petulanti moralistici supercritici che magari in buona fede e forse con qualche intenzione genuinamente buona, chiedevano a me, ed a tutti i colleghi impegnati in una formula che sapevamo e sappiamo chiaramente vincente d’informazione giornalistica, perché non lasciassimo a loro dirci come fare il nostro mestiere, come fare il giornale. Supercritici che chiedevano, e insistentemente continuano a chiedere per pelosa carità di patria, di ignorare i lati meno positivi, le tragedie, gli scandali piccoli e grandi, pubblici e privati, dell’Italia contemporanea.

Ma di quale Italia si dovrebbe, allora, esclusivamente parlare o scrivere o sviolinare all’estero? Solo di un’Italia fatta di bellezze paesaggistiche, di delizie enogastronomiche e della comune, grande, riconosciuta e innegabile eredità culturale? I limiti e i problemi di sopravvivenza del giornalismo italiano all’estero passano anche attraverso la mancanza di capacità e volontà d’ascoltare e valutare la domanda reale, e spesso silenziosa del gruppo al quale ci si rivolge, la mancanza di capacità e di volontà di dare un’immagine totale dell’Italia – come ripeto, nel bene e nel male, nelle luci e nelle ombre.

Il futuro del giornalismo italiano all’estero dipende da una più pronunciata capacità di scelta e selezione della materia prima (le notizie vive) e da un maggiore equilibrio tra informazione e opinione. Ma vedo tra le pubblicazioni italiane all’estero troppe dissertazioni accademiche, filosofiche e ideologiche, troppi personalismi, campanilismi e meschini velenosi attacchi fra individui e gruppuscoli di potere locale, troppe opinioni che passano per approfondimenti politici e interessano solo agli autori e che, al posto delle notizie di richiamo, spesso occupano tutto lo spazio dalla prima all’ultima pagina. E gli editori e autori di siffatti zibaldoni, dimentichi dell’origine e significato di “giornalismo” come “notiziario del giorno”, poi hanno la pretesa o la faccia tosta o l’ingenuità di lamentarsi di scarsa attenzione e diffusione. Oltre alle obiettive difficoltà economiche del prodotto cartaceo dell’informazione, ci sono anche un patetico dilettantismo e un’esibizione di saccenteria coniugata a protagonismo alla base della lamentata crisi di una parte dell’editoria italiana all’estero.

Capisco di avere pestato qualche callo, infranto qualche tabù. Ma l’ho fatto con grande riguardo e affetto per quelli che considero, ancora e sempre, miei colleghi in giornalismo all’estero e per l’estero. Perché amo e desidero che sopravviva e prosperi un giornalismo pluralistico e professionalmente maturo, fatto, sull’esempio del migliore giornalismo anglosassone, di cronaca viva, di vita, con una doverosa e ponderata ma misurata dose di approfondimenti, di commento, di opinione editoriale. “Per il potenziamento del giornalismo italiano all’estero” è una specie di slogan con cui mi piace concludere, augurandovi – anzi augurandoci – che si possa continuare ad affrontare ed esaminare in dettaglio strategie, problemi e speranze della categoria. (sen. Nino Randazzo*/Inform)

*parlamentare dell’Ulivo eletto nella ripartizione Asia-Africa-Oceania-Antartide, consigliere CGIE


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