CONVEGNO
FUSIE
Intervento del senatore Nino Randazzo (Ulivo)
C’è un futuro
per la stampa italiana all’estero?
UDINE - Intendo soffermarmi brevemente e per sommi capi
su alcuni aspetti, situazioni e prospettive dell’informazione italiana all’estero,
in particolare quella della carta stampata, nella quale ho maturato un’esperienza
personale diretta di ormai mezzo secolo in Australia, e a parlare della quale
mi trovo naturalmente più a mio agio che non rispetto ad altre forme e settori,
importantissimi pur essi, di comunicazione, quali radio, televisione, giornali
on-line, di cui posso essere soltanto un osservatore esterno.
Pertanto, un’
informazione vista dall’angolazione di chi in essa ha operato vedendo, seguendo
e contribuendo ai passaggi da settimanale a bisettimanale, trisettimanale e
infine quotidiano di una testata a diffusione continentale quale “Il Globo”
di Melbourne, di cui sono stato responsabile fino allo scorso marzo, data del
coinvolgimento nella mia avventura politica e parlamentare. Una testata giornalistica,
il cui fondatore ed editore, Ubaldo Larobina, è qui presente oggi con noi nella
veste anche di editore di un’altra testata storica nel mondo dell’emigrazione
– il quotidiano “
Ecco, dunque,
il viluppo e sviluppo di iniziative e relative sinergie di un gruppo editoriale
e radiofonico – Globo-Fiamma-Rete Italia – dai forti e consistenti connotati
nel mondo dell’informazione italiana all’estero, nel continente più lontano
dalla madrepatria italiana.
Una delle prime e più rilevanti osservazioni - per esprimere
e illustrare la quale credo io sia stato invitato a questo convegno della FUSIE
l’anno dopo il congresso di Catania al quale partecipai da…lavoratore del settore,
ancora lontano dall’attività politica di parte sfociata nell’elezione al Parlamento
italiano – è quella sul ruolo che, a mio avviso, la stampa all’estero ha avuto
– contemporaneamente ma separatamente dalla televisione, sui cui è in grado
di soffermarsi con maggiore autorevolezza il collega senatore Micheloni – nella
prima elezione di una rappresentanza parlamentare diretta degli italiani nel
mondo il 9-10 aprile scorso.
È stato un ruolo che definire importante, fondamentale,
storico se vogliamo potrebbe sembrare ovvio, scontato e banale, ma che ovvio,
scontato e banale in effetti non è stato. L’informazione italiana all’estero,
tutta - cartacea, on-line, d’agenzia, radiofonica, televisiva – ma in maniera
particolarissima la stampa nella sua totalità, tanto quella quotidiana quanto
quella periodica, ha svolto un ruolo determinante in quelle consultazioni elettorali,
al 90 e più per cento gratuitamente in termini economici rispetto
quel committente istituzionale primario che avrebbe dovuto essere, e
non è stato, lo Stato italiano. In centinaia, forse migliaia di pagine di comunicati
e avvertenze ufficiali, di cronache, di editoriali, di opinioni, di dichiarazioni,
di interventi dei candidati, di esposizione dei programmi delle forze politiche
in campo, di dibattiti, di semplice spiegazione dell’importanza e delle modalità
del voto – un settore, quest’ultimo, dove lo Stato ha abdicato alle sue responsabilità
elementari incanalando tutte le scarse risorse disponibili verso una confusa,
confusionaria e sotto vari aspetti latente e irresponsabile RAI International
(non me ne vogliano gli amici e colleghi di RAI International qui presenti,
non è stata colpa loro, il pesce puzza dalla testa) – in tutta quella mole di
materiale editoriale al quale ho accennato, la stampa italiana all’estero ha
costituito il foro principale di comunicazione e dibattito elettorale, si è
sostituita in maniera palesemente efficace agli organi teoricamente competenti
dello Stato, e a costo quasi zero per lo Stati, accennando a quel percorso di
educazione civica per le future consultazioni elettorali nella circoscrizione
Estero che sotto l’impulso della rappresentanza parlamentare lo Stato dovrà
pure intraprendere in maniera costante e sistematica al più presto possibile.
Per ricapitolare: senza la presenza della stampa italiana
all’estero – consentitemi di usare un’espressione popolare un po’ volgare ma
efficace – col cavolo si sarebbero raggiunte punte di 50, 60 e passa per cento
di partecipazione elettorale all’estero, nonostante una colpevole vistosa inadempienza
istituzionale per quanto riguarda l’approntamento di una perfettamente affidabile
anagrafe del corpo elettorale.
Puntualizzato, almeno secondo la mia personale opinione,
il ruolo della stampa italiana all’estero nelle recenti consultazioni elettorali,
resterebbe un altro e più ampio discorso da fare sulle problematiche e le prospettive
di questa stampa, una parte qualificata della quale, a mio pensato avviso, è
destinata e merita di durare ben oltre il 2020, la data che taluni catastrofici
esperti americani predicono essere quella dei funerali della carta stampata.
Sono tematiche, problemi e prospettive di cui si fa giustamente carico
Vedete: oltre che in talune sedi istituzionali e nella
percezione di tanta gente estranea al lavoro reale dell’informazione all’estero,
ci sono anche in sede politica – politica di tutte le parti, di tutti gli schieramenti
– pregiudizi, idee fumose, una sottovalutazione, quando non addirittura una
completa ignoranza, della presenza dell’informazione italiana fuori dai confini
nazionali. Un’informazione diretta non solo agli emigrati della prima generazione
ma anche alle seconde generazioni, con tutte le difficoltà linguistiche e di
comunicazione che tale esercizio può comportare. Tanto per citare un esempio
di questi giorni, tra le centinaia di emendamenti, tutti bocciati, dell’opposizione
al collegato fiscale della Finanziaria, approvato dal Senato una settimana fa,
figurava una mezza dozzina di proposte per colpire economicamente, tagliare
proprio i viveri alla stampa italiana all’estero. Un emendamento del centrodestra
in particolare chiedeva di togliere ogni contributo – quel contributo che intanto
viene generosamente elargito senza fiatare a una pletora di organi e “organetti”
di partiti, partitini e fantasiosi movimenti – di togliere ogni contributo a
quelle pubblicazioni all’estero che non risultassero totalmente, al cento per
cento, redatte in lingua italiana.
Ora, pur stabilendo “a priori” il punto fermo che la
lingua italiana è la prima ragion d’essere di un giornale che si definisce “italiano”
dovunque nel mondo, ogni editore, direttore di testata, giornalista operante
all’estero sa bene che l’interesse per le vicende italiane, per la cultura italiana
e indirettamente pure per la lingua italiana può essere coltivato o risvegliato
nelle seconde e terze generazioni, in massima parte non più italofone, delle
nostra emigrazione soprattutto attraverso un giudizioso uso parziale della lingua
locale, che è la lingua madre di tanti di quei giovani lettori, gli attuali
e i potenziali, ai quali si vuole rivolgere quello che possiamo chiamare bene
a ragione un “messaggio italiano”.
Ai dubbiosi che continuamente mi chiedono se c’è un futuro
per la stampa italiana all’estero, io rispondo senza esitazione – sulla base,
appunto, della mia esperienza personale durante la quale ho visto passare quindicinali
e settimanali a quotidiani in Australia, con in più la nascita ed espansione
costante di una rete radiofonica continentale all’intera Oceania – rispondo
che un futuro certo, almeno nel medio termine, c’è, ed è migliore di quello
che superficialmente si possa spesso credere. A certe condizioni, però.
Una delle prime condizioni – e qui si dovrebbe inserire
l’annoso problema della formazione professionale di nuove leve di operatori
della particolare tipologia d’informazione della quale stiamo trattando – è
che si faccia un giornalismo mirato alla fascia di lettori-utenti alla quale
è diretto, un giornalismo piuttosto distinto, diverso da quello, sia tradizionale
che corrente, utilizzato sul territorio della Penisola. Non può avere un futuro
un giornalismo italiano all’estero che, secondo vecchi canoni, sia stilisticamente
paludato, ingessato culturalmente e strutturalmente, impostato su fitte grafiche
definibili “classiche mattonate”, incentrato su complessi arzigogoli e approfondimenti
filosofici, politici, ideologici, a tutto scapito di quella che è la cronaca
viva della società italiana d’origine e della società nella patria d’adozione.
C’è futuro per un giornalismo italiano all’estero che,
oltre che di opinione e, come si dice con terminologia trita, abusata e ipocrita,
di “formazione”, sia anche e soprattutto “di notizia”, di informazione, Un giornalismo
che sia anche di “intrattenimento” per l’uomo, al lavoro o in pensione, per
la donna, in casa o al lavoro, per il giovane che conosce bene oppure che mastica
poco l’italiano. Un giornalismo che sia fatto di cronaca viva dell’intera
nazione, e particolarmente di cronaca regionale di quelle regioni da cui proviene
il grosso della nostra presenza in determinate aree del mondo. Un giornalismo
anche di sport, anche di spettacolo, anche di cultura generale, anche di economia,
anche di costume, anche di colore, anche di gossip, anche d’evasione. Un giornalismo
di cronaca bianca, nera, rosa, politica, giudiziaria che dia, nel bene e nel
male, l’immagine dell’Italia qual è, viva, reale, di tutti i giorni, con tutte
le sue gioie e i suoi affanni, i suoi problemi, quelli risolti e quelli irrisolti
o irrisolvibili, i suoi drammi e sconfitte e le sue conquiste. E non l’immagine
di un’Italia immaginaria, avvolta in una nube di vieto idealismo e romantiche
fantasie.
Per mezzo secolo mi sono irritato, stizzito e stancato
a forza di confrontarmi con una moltitudine di petulanti moralistici supercritici
che magari in buona fede e forse con qualche intenzione genuinamente buona,
chiedevano a me, ed a tutti i colleghi impegnati in una formula che sapevamo
e sappiamo chiaramente vincente d’informazione giornalistica, perché non lasciassimo
a loro dirci come fare il nostro mestiere, come fare il giornale. Supercritici
che chiedevano, e insistentemente continuano a chiedere per pelosa carità di
patria, di ignorare i lati meno positivi, le tragedie, gli scandali piccoli
e grandi, pubblici e privati, dell’Italia contemporanea.
Ma di quale Italia si dovrebbe, allora, esclusivamente
parlare o scrivere o sviolinare all’estero? Solo di un’Italia fatta di bellezze
paesaggistiche, di delizie enogastronomiche e della comune, grande, riconosciuta
e innegabile eredità culturale? I limiti e i problemi di sopravvivenza del giornalismo
italiano all’estero passano anche attraverso la mancanza di capacità e volontà
d’ascoltare e valutare la domanda reale, e spesso silenziosa del gruppo al quale
ci si rivolge, la mancanza di capacità e di volontà di dare un’immagine totale
dell’Italia – come ripeto, nel bene e nel male, nelle luci e nelle ombre.
Il futuro del giornalismo italiano all’estero dipende
da una più pronunciata capacità di scelta e selezione della materia prima (le
notizie vive) e da un maggiore equilibrio tra informazione e opinione. Ma vedo
tra le pubblicazioni italiane all’estero troppe dissertazioni accademiche, filosofiche
e ideologiche, troppi personalismi, campanilismi e meschini velenosi attacchi
fra individui e gruppuscoli di potere locale, troppe opinioni che passano per
approfondimenti politici e interessano solo agli autori e che, al posto delle
notizie di richiamo, spesso occupano tutto lo spazio dalla prima all’ultima
pagina. E gli editori e autori di siffatti zibaldoni, dimentichi dell’origine
e significato di “giornalismo” come “notiziario del giorno”, poi hanno la pretesa
o la faccia tosta o l’ingenuità di lamentarsi di scarsa attenzione e diffusione.
Oltre alle obiettive difficoltà economiche del prodotto cartaceo dell’informazione,
ci sono anche un patetico dilettantismo e un’esibizione di saccenteria coniugata
a protagonismo alla base della lamentata crisi di una parte dell’editoria italiana
all’estero.
Capisco di avere pestato qualche callo, infranto qualche
tabù. Ma l’ho fatto con grande riguardo e affetto per quelli che considero,
ancora e sempre, miei colleghi in giornalismo all’estero e per l’estero. Perché
amo e desidero che sopravviva e prosperi un giornalismo pluralistico e professionalmente
maturo, fatto, sull’esempio del migliore giornalismo anglosassone, di cronaca
viva, di vita, con una doverosa e ponderata ma misurata dose di approfondimenti,
di commento, di opinione editoriale. “Per il potenziamento del giornalismo italiano
all’estero” è una specie di slogan con cui mi piace concludere, augurandovi
– anzi augurandoci – che si possa continuare ad affrontare ed esaminare in dettaglio
strategie, problemi e speranze della categoria. (sen. Nino Randazzo*/Inform)
*parlamentare
dell’Ulivo eletto nella ripartizione Asia-Africa-Oceania-Antartide, consigliere
CGIE