ITALIANI
ALL’ESTERO
Interventi
per la formazione professionale dei cittadini italiani in Paesi non UE
Gli Enti di formazione professionale per
gli italiani in Svizzera scrivono a CGIE e Ministero del Lavoro
ZURIGO-BASILEA – Gli interventi per la formazione professionale
dei cittadini italiani residenti in paesi non appartenenti all’Unione Europea
sono l’oggetto di una missiva del Coordinamento degli enti di formazione professionale
italiani in Svizzera indirizzata al ·Consiglio Generale degli Italiani all’Estero
, al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale-Direzione Generale per
le Politiche per l’Orientamento e
Di seguito il testo
“Con la presente intendiamo sottoporre alla vostra attenzione
alcune riflessioni, esposte in forma riassuntiva, in merito alla bozza di Avviso
Pubblico per gli Interventi di formazione professionale dei cittadini italiani
residenti in paesi non appartenenti all’Unione Europea, attualmente in corso
di discussione (riunione del Comitato Tecnico del 16 novembre scorso). Riflessioni
che partono dalla nostra pluridecennale esperienza di Coordinamento degli enti
di formazione professionale “italiani” in Svizzera.
Innanzitutto riteniamo opportuno sottolineare l’importanza
della rapida emanazione di un nuovo Avviso che permetta di rispondere ai crescenti
bisogni formativi della consistente collettività italiana residente in questo
paese, ai quali da alcuni anni non corrisponde un adeguato intervento da parte
dello stato italiano. E’quindi necessario che il percorso per arrivare all’emanazione
definitiva dell’Avviso concili le esigenze di ampio coinvolgimento delle istanze
sociali e degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, con la
rapidità delle procedure.
A quali bisogni dare risposta? L’analisi della situazione
socio-economica elvetica e in particolare di quella della collettività italiana,
così come emergono dai rapporti dell’Ufficio Federale di Statistica, della Commissione
Federale degli Stranieri, dell’Ufficio Federale della Formazione Professionale
e della Tecnologia e del Segretariato di Stato per l’Economia, dai lavori di
ricerca di numerosi istituti universitari, nonché dall’esperienza del nostro
lavoro, permettono di indicare la necessità che gli interventi si concentrino
nelle seguenti aree:
· La formazione continua dei lavoratori e delle lavoratrici
occupati/e.
· La riqualificazione dei lavoratori e delle lavoratrici
di prima generazione.
· Lo sviluppo di attività di orientamento e di formazione
finalizzati al conseguimento di qualifiche riconosciute attraverso percorsi
di validazione delle competenze acquisite.
· La formazione per lo sviluppo delle pari opportunità.
Si tratta di una tipologia di bisogni senza dubbio diversa,
e per molti aspetti non confrontabile, da quelli delle collettività residenti
in altri continenti. Da questo punto di vista è quindi senza dubbio opportuno
prevedere, come avviene nella bozza di Avviso, sia tipologie di interventi diversi
per le varie aree geografiche, definendo apposite Schede Paese, sia la corrispondente
suddivisione delle risorse.
La procedura prevista per definire le Schede Paese deve
tenere presente la complessità delle realtà delle collettività italiane all’estero
e deve coinvolgere sia le rappresentanze elettive che le forze sociali ed associative.
Il questionario inviato a questo proposito nelle settimane scorse ai Comites,
suscita invece numerose perplessità, in quanto chiede di indicare dati non disponibili
anche in un paese dotato di una ottima rete di uffici di statistica come
Quali modalità di risposta? Le forme di intervento necessarie
per rispondere in modo efficace ai bisogni sopra schematicamente riassunti sono
attività formative corsuali e percorsi individualizzati di bilancio e orientamento
professionale. Appare quindi del tutto opportuno e condivisibile il “riorientamento”
degli interventi verso un profilo di attività più strettamente formative che
emerge dalla bozza di Avviso, rispetto a quanto operato nel 2004.
Le proposte che saranno presentate costituiranno però
una risposta efficace ai bisogni indicati solo qualora si integrino realmente
nel contesto locale e quindi:
· Si inseriscano nelle dinamiche di sviluppo della formazione
professionale in Svizzera
· Tengano conto dello specifico contesto sociale e culturale.
E’ necessario pertanto che siano approvati solo progetti
che da un lato abbiano un collegamento reale con le istituzioni (prevedendo
ad esempio un punteggio aggiuntivo in caso di cofinanziamento) e le forze sociali
locali, nonché con il tessuto associativo italiano, dall’altro tengano presente
il contesto del paese in cui operiamo.
A questo proposito è assolutamente necessario, ad esempio,
che dalla bozza di Avviso sia cancellata la norma prevista al punto 4, pag.
3 “Nel caso in cui le attività formative proposte riguardino persone occupate
in forma di lavoro dipendente, il proponente dovrà allegare lettere di interesse
di imprese locali, con indicato espressamente il numero di addetti che esse
intendono far partecipare alle azioni formative”. Si tratta di un tipico esempio
di trasposizione di una norma dal contesto italiano, senza verificarne l’applicabilità
all’estero. Nella realtà elvetica la priorità deve infatti essere data ad interventi
che consentano l’accesso alla formazione continua, all’aggiornamento e alla
riqualificazione professionale
· Ai numerosi lavoratori e lavoratrici impiegati in condizioni
precarie (contratti a tempo determinato, lavoro interinale, a chiamata, ecc.)
o sottoccupati, che nel diritto del lavoro svizzero risultano a tutti gli effetti
dipendenti
· Agli addetti in funzioni non qualificate o in settori,
imprese o mansioni “obsoleti”
Si tratta di persone per cui la formazione costituisce
lo strumento indispensabile per poter migliorare la propria posizione professionale
e/o sviluppare percorsi di mobilità verticale e/o orizzontale, senza che ci
sia alcun interesse da parte delle imprese in cui sono attualmente impiegati/e.
Ad esse si aggiungono tutti coloro che (come è tipico nei processi migratori)
svolgono professioni per le quali non posseggono un titolo di studio o una qualifica
formativa riconosciuta in loco e devono poterla conseguire attraverso percorsi
finalizzati riconoscimento delle competenze acquisite.
Nello stesso tempo è necessario richiamare l’attenzione
sul carattere non strettamente congiunturale dei bisogni indicati e quindi sul
fatto che gli interventi formativi debbano avere un carattere non estemporaneo
e meramente puntuale. E’ necessario per tanto:
· inserire il prossimo Avviso nell’ambito di una programmazione
pluriennale degli interventi e quindi non esaurire immediatamente tutte le risorse
con il rischio di dover poi affrontare un periodo di “vuoto” di alcuni anni,
· prevedere una durata dei progetti superiore ai dodici
mesi
Chi deve promuovere le attività formative? La scelta
operata dal Ministero del Lavoro a partire dal 2000 di limitare le possibilità
di presentare progetti soltanto a Enti con personalità giuridica italiana, viene
riproposta nella nuova bozza di Avviso nella forma seguente “le proposte dovranno
essere presentate da organismi che operano nel campo della formazione professionale
e/o universitaria, pubblici o privati, accreditati presso Regioni o Ministeri
italiani”. Al di là delle domande di merito sulla formulazione individuata,
non del tutto chiara, è una scelta che non abbiamo condiviso in passato e non
condividiamo ora, perché non trova alcuna giustificazione giuridica formale,
contraddice la necessità di ancorare il più possibile le attività previste alle
realtà delle comunità italiane all’estero e non valorizza il ricco patrimonio
di esperienze e competenze che le stesse hanno sviluppato in questo campo nel
corso degli anni.
Qualora questa “filosofia” dovesse però essere confermata
è necessario che si restringa la possibilità di presentazione dei progetti a
enti e associazioni che abbiano una pratica di lavoro con/per gli italiani all’estero,
con l’obbligo (in modo più chiaro di quanto formulato nella bozza di Avviso)
di costituire preventivamente un partenariato formale con soggetti operanti
nella formazione professionale nei paesi in cui il progetto stesso viene presentato
e che abbiano rapporti documentati con le collettività italiane ivi residenti.
Riteniamo inoltre che debba essere definita una dimensione
massima del contributo finanziario concesso ai singoli progetti, piuttosto che
una limitazione del numero dei progetti presentabili. Limitazione che non tiene
conto dell’articolazione delle Circoscrizioni Consolari in Svizzera”. (Inform)