IMMIGRAZIONE
119°
anniversario della Congregazione scalabriniana
All’Università Urbaniana convegno su migrazioni,
dialogo e convivenza
La sfida di una società multiculturale
dove tutti si sentano a casa propria
Parolin: "L’immigrazione ci ha fatto
capire che siamo in tanti e diversi. Ora dobbiamo riflettere su come convivere"
ROMA - Per approfondire le incomprensioni e i pregiudizi
sociali che ostacolano il dialogo intercultuale e interreligioso
" Per quest’anno - ha detto Parolin - abbiamo scelto
un tema emergente, quello del rapporto fra migrazioni e dialogo interculturale
e interreligioso, che oggi, con la visita del Santo Padre in Turchia, appare
di estrema attualità. L’immigrazione, pur non essendo l’unica causa del dialogo
interculturale, ha contribuito a sviluppare questo canale comunicativo che è
importante per la convivenza all’interno di una società e di una nazione, a
cominciare dall’Italia. L’immigrazione - ha aggiunto Parolin - ci ha fatto capire
che siamo in tanti e diversi, quindi oggi il tentativo è quello di avviare una
riflessione su come convivere con la diversità culturale e interreligiosa che
ci troviamo in casa".
Il convegno è stato introdotto dal rettore della Pontificia
Università Urbaniana Ambrogio Spreafico che ha ricordato come la paura del diverso
possa essere superata solo con la conoscenza e la comprensione reciproca. Punti
di contatto, questi ultimi, che hanno come punto d’arrivo una possibile convivenza
multiculturale, dove l’identità non è univoca ma soggettiva ed è vissuta interiormente
dall’individuo.
La presenza nelle società dell’intolleranza e dell’indifferenza
rendono il dialogo interculturale molto difficile. Lo ha ricordato il presidente
dello Cser Lorenzo Principe. "Mai come oggi - ha affermato - le migrazioni
hanno posto in discussione i fondamenti stessi della società e lo sviluppo della
convivenza sociale… La sfida dell’identità europea non sta quindi tanto nella
ricerca di comuni origini passate, ma va individuata soprattutto nella definizione
di orizzonti condivisi. Si tratta di pensare una nuova appartenenza e mobilità
basata sui diritti. Uno spazio più vasto in cui sentirsi a casa propria tra
i diversi".
Milena Santerini, docente di pedagogia sociale ed interculturale
presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha sottolineato come nell’attuale
dialogo fra culture diverse, volto a mantenere la coesione sociale in un contesto
di pluralismo, il diritto alla differenza vada coniugato con quello alla somiglianza.
Si è detta convinta che l’immigrazione non rappresenti attualmente una minaccia
per l’identità nazionale, e che sia necessario una chiave di valorizzazione
della diversità degli stranieri che protegga le varie identità e faccia riferimento
ad un concetto di cultura trasversale, aperto e lontano dai consueti stereotipi.
"La sfida dei prossimi anni - ha poi spiegato
Adel Jabbar, docente di sociologia delle migrazioni all’Università
Ca’ Foscari di Venezia, ha spiegato come a tutt’oggi l’umanità sia chiamata
a confrontarsi con un nuovo "sistema mondo" dove dominano la dimensioni
economiche, mediatiche, l’agire politico e gli stili di vita. Realtà che producono
effetti transnazionali e condizionano le popolazioni. Un nuovo ordine mondiale
dove gli immigrati, grazie allo loro capacità di produrre cambiamenti nei paesi
di provenienza e residenza, rappresentano un segmento sociale emergente. "Gli
immigrati – ha osservato Adel Jabbar - rendono visibile il fenomeno dell’intercultura
che è già parte integrante di tutte le società".
Dopo il saluto del preside del SIMI Graziano Battistella
che ha sottolineato l’esigenza di non lasciare rinchiuso all’interno delle università
il dialogo fra esperti su queste tematiche, il preside del Pontificio Istituto
di Studi Arabi e d’islamistica, Justo Lacunza Balda, ha ricordato come il viaggio
di Benedetto XVI in Turchia rappresenti una continuazione dell’opera apostolica
di Paolo VI, che visitò questo Paese nel 1967, e di Giovanni Paolo II che si
recò ad Istanbul nel 1979. Un anno, quello, segnato da eventi molto importanti
come ad esempio la nascita in Iran della Repubblica islamica. Dal dialogo interreligioso
dipende in gran parte il nostro futuro, e l’identità di ogni confessione è fondata
su testi sacri scritti o orali, sulle tradizioni che conservano la fede, su
appositi riti, su luoghi di raduno considerati sacri e sul senso della comunità
e dell’autorità religiosa. "Nel dialogo interreligioso - ha aggiunto Lacunza
Balda - vi il compito comune di mettere la dignità della persona al centro di
ogni agire umano. Bisogna inoltre riconoscere, senza avere la presunzione d’interpretare
il credo dell’altro, tutti i segni visibili dell’identità che sono imprescindibili".
Per il teologo della Pontificia Università Gregoriana
di Roma Adnane Mokrani il dialogo “ci permette di superare la paura dell’altro
e il timore di perdere l’identità, l’anima e la fede". Un’opportunità,
quella del dialogo, che può divenire dimensione di vita. Mokrani ha inoltre
auspicato il pellegrinaggio culturale dei migranti.
La dimensione pubblica del dialogo è stata infine affrontata
da Giuseppe Mura, docente di filosofia della Pontificia Università Urbaniana,
che ha evidenziato la necessità di sviluppare un approccio etico e responsabile
nei confronto dell’altro. Mura ha anche segnalato il delinearsi nel mondo di
nuove figure emergenti denominate "nomadi globali". Soggetti cosmopoliti
e custodi del sapere che vivono il lavoro in maniera esistenziale, portano avanti
professioni innovative ed appartengo a realtà molto diverse.(Goffredo Morgia-
Inform)