INTERVENTI
Lingua e cultura italiana per giovani italo-svizzeri
Antesignani di un futuro meno localistico
di Graziano Tassello
La prima generazione è giustamente preoccupata di capire
se le politiche attuate dal paese di origine o di residenza garantiscano la
preservazione della lingua e cultura italiana tra le nuove generazioni, oppure
il tutto si riduca ad una raccolta museale della nostalgia poco visitata dalle
giovani generazioni.
Per questo è urgente anche capire quali siano le richieste
dei giovani, poiché il futuro di una genuina politica migratoria dipende soprattutto
dagli investimenti in campo linguistico e culturale.
Che cosa significa per cultura italiana un giovane dal
cognome italiano, perfettamente ambientato nella terra di adozione dei suoi
genitori? Per Antonio Bene si tratta di “un modo di vivere” unico, tanto da
ipotizzarne addirittura un marchio depositato. “Basti pensare al rinascimento
toscano sotto l’influsso dei Medici, quanto la cultura italiana abbia influenzato
e donato spunti di grande innovazioni alla civiltà occidentale. La cultura italiana
ha segnato l’occidente in maniera tangibile, e continua a farlo a molti livelli,
da quello culinario, a quello della moda, dell’arte, a quello industriale, tecnologico”.
Giuseppe Ribaudo si sofferma invece sugli aspetti antropologici: Si tratta di
un “variegato insieme di norme, di credenze, di costumi, di valori, di ideali,
di abitudini e di saperi che condivido con i miei genitori, i miei nonni e il
loro Paese d’origine”. Parlando di cultura italiana, Michelangelo Penticorbo
manifesta l’esigenza di “onorare e nutrire le mie radici”.
Gli intervistati sono coscienti di essere portatori di
due culture, senza che questo comporti in loro conflitti di personalità. Sempre
Penticorbo è categorico nel definire la sua identità italo-svizzera come “consolidata
e integrata”. Gli intervistati sono coscienti di poter attingere a radici italiane
e regionali:“Le mie origini sono italiane, sostiene Antonio Bene; le mie radici
sono meridionali per l’esattezza. Su queste radici c’è un tronco che si nutre
dalle radici, che però è stato plasmato da una cultura mitteleuropea. Dunque
ritengo che la mia identità italo-svizzera ha un impronta prettamente europea
la cui appartenenza va al di là di un richiamo geografico ma tocca più uno spirito
europeista e cosmopolita con un accento fortemente latino, appunto italiano
ma anche fortemente svizzero non dimenticando il nocciolo - sì, quello calabro
o se si vuole la nuance calabra”.
Ma la cultura è indelebilmente unita alla lingua. Il
dr. Ribaudo asserisce: “L’avere potuto conseguire parte della mia formazione
scolastica in Italia è senza dubbio un grande privilegio, avendomi dato l’opportunità
di acquisire una maggiore padronanza della lingua materna e di accedere alla
cultura italiana insegnata”. Particolarmente rilevante la sua conclusione: “In
ultima analisi ciò mi ha aiutato ad affrontare i problemi di identità culturale
tipici dei giovani «italo-svizzeri”.
La scelta, quindi, di chi insiste nel non far apprendere
l’italiano ai figli per non ostacolare il loro progresso scolastico – ed è un
ragionamento assai comune oggi, certamente mutuato da alcuni insegnanti - viene
ampiamente ridimensionata. Saper insegnare con tecniche appropriate la lingua
materna e sollecitare, in questo modo, il ragazzo ad apprezzare la bontà e l’originalità
di una cultura “altra” allarga il suo orizzonte, aiutandolo a superare una mentalità
localistica.
La capacità di sintesi armonica tra due culture, che
si intuisce nei giovani intervistati, genera una capacità relazionale unica.
Stiamo assistendo al fiorire, in emigrazione, di personalità innovative da cui
possono derivare grandi vantaggi sia per la nazione dove si vive sia per la
nazione dove si traggono origini ed alcune ispirazioni profonde. Ecco come Ribaudo
descrive questo work in progress: “Come ‘doppia etnicità’ e, dunque, come frutto
di un lento, ma profondo lavoro analitico, in cui l’identità viene formata dal
continuo confronto tra i due ‘mondi’, la famiglia e la società d’arrivo. Si
tratta di un’identità formata dall’armonizzazione e integrazione dei valori
delle due differenti culture – quella italiana e quella svizzera, a cui mi sento
di appartenere ugualmente. La ‘doppia etnicità’ è senza dubbio la migliore fra
le possibili strategie che i giovani italiani di seconda e terza generazione,
alla ricerca di una propria identità, possono adottare di fronte ad una sfida
particolarmente faticosa: essere divisi tra due mondi, il Paese d’origine e
la società ospitante; in quanto permette un maggior equilibrio ed una maggiore
capacità critica”.
Che valore danno i giovani alla lingua? Michelangelo
Penticorbo risponde così: “Personalmente considero (l’italiano) una lingua ricca,
che porta con sé tanta storia, arte, musica e cultura e anche un particolare
fascino musicale. In famiglia e con gli amici comunico sempre in italiano”.
Per Antonio Bene “la lingua italiana… è una lingua che foneticamente tocca il
livello emozionale di ogni persona ... È una lingua passionale che esprime la
sonorità del cuore”. E Giuseppe Ribaudo: “L’italiano è la lingua del codice
materno, degli affetti e come tale costituisce una sorta di ‘pelle’ degli individui.
Essa innerva la nostra vita psicologica, i nostri ricordi, associazioni, schemi
mentali. Per chi come me è cresciuto in Svizzera come figlio di immigrati l’acquisizione
ed il mantenimento della lingua materna è stato uno strumento di aiuto nel cammino
verso la ricerca di una propria identità”.
I giovani constatano tuttavia con amarezza come spesso
siano lasciati soli in questa appassionante ricerca culturale:“Manca spesso
il supporto dei genitori e in cui le istituzioni locali non adottano adeguate
politiche di integrazione”, sostiene Giuseppe Ribaudo, che si dimostra preoccupato
per il futuro: “Oggi le giovani generazioni stanno, purtroppo, dimenticando
la lingua dei loro nonni, sempre meno praticata a casa e con i connazionali,
mentre è risaputo come il legame tra la lingua materna e la costruzione dell’identità
sia intricato e inscindibile. A ciò si aggiunge che il mantenimento e lo sviluppo
della lingua d’origine aiuta lo sviluppo cognitivo del bambino immigrato e facilita
il successo scolastico, come risulta da numerosi studi condotti sul tema del
bilinguismo infantile. Alla luce di tali dati dovrebbero allarmare e far riflettere
i tagli e i cronici ritardi con cui lo Stato italiano invia i finanziamenti
dovuti per il regolare e ordinato svolgimento dei corsi di lingua e cultura
italiana all’estero, mettendone di fatto in pericolo la loro esistenza. Naturalmente
anche il Paese di accoglimento ha una parte di responsabilità. Numerosi sono
oggi i segnali che ci permettono di parlare di un preoccupante indebolimento
della lingua italiana in Svizzera: dalla diminuzione degli italofoni nella Confederazione
registrata dall’ultimo censimento federale alla chiusura di asili nidi di lingua
italiana e alla soppressione di cattedre di italianistica negli atenei svizzeri,
dalla presenza ormai ridotta a zero degli alti funzionari italofoni in seno
all’amministrazione federale al congelamento della legge sulle lingue”. (Graziano
Tassello*-Inform)
*
Direttore CSERPE Basilea, Presidente Commissione Scuola e Cultura del CGIE