INFORM - N. 220 - 23 novembre 2006


ITALIANI ALL’ESTERO

Terza Commissione “Affari Esteri-Emigrazione del Senato

Funzionamento e prospettive di razionalizzazione della rete consolare

Il testo integrale dell’audizione del vice ministro degli Affari Esteri Franco Danieli

 

ROMA – Nella seduta di mercoledì 15 novembre, presso la terza Commissione (Affari Esteri-Emigrazione) del Senato, si è svolta l’audizione del Vice Ministro agli Esteri Franco Danieli sul funzionamento e le prospettive di razionalizzazione della rete consolare (vedi Inform n. 215 del 16.11.2006).

Qui di seguito il testo integrale, reso ora disponibile, delle dichiarazioni del Vice Ministro e della replica agli interventi dei membri della Commissione.

 

La mia non sarà una relazione sintetica, perché credo che la sinteticità non serva a nessuno - ha esordito Danieli -. Ho cercato di fornire elementi di dettaglio e quindi mi dilungherò un po’, cosa di cui mi scuso anticipatamente. Gli uffici consolari, che ormai possono essere considerati “terminali operativi” all’estero degli indirizzi e degli interventi programmati dal Ministero degli Esteri a favore delle collettività italiane residenti fuori dall’Italia, hanno assunto, soprattutto nel corso dell’ultimo decennio, un ruolo cruciale per la promozione e la difesa dei nostri interessi nazionali.

Ai tradizionali adempimenti di tipo assistenziale ed amministrativo si sono aggiunti, infatti, compiti di natura diversa, derivanti dalle profonde trasformazioni sul piano internazionale, che hanno comportato un inevitabile ampliamento del numero degli utenti dei nostri servizi, oltre che sostanziali mutamenti sul piano strutturale. I consistenti flussi migratori verso il nostro Paese, l’espansione dei flussi turistici, i crescenti movimenti di professionisti, imprenditori, studenti, operatori economici che dividono la loro attività tra Italia ed estero, i nuovi adempimenti connessi alla normativa elettorale prevista dalla legge sul voto all’estero, le nuove modalità di rilascio del passaporto elettronico e del sistema N-VIS (sistema nazionale informativo dei visti), costituiscono alcuni esempi significativi di questi mutamenti. Ulteriori responsabilità discendono poi dalle problematiche connesse alla sicurezza ed alla lotta al terrorismo, nonché all’ampliamento e spostamento della sfera dei nostri interessi economico-politici verso aree geografiche strategiche.

Di fronte a questi mutamenti la rete consolare, oggetto negli ultimi anni di continue decurtazioni di risorse umane e finanziarie, ha dato a più riprese segnali di sofferenza. Tali carenze sono emerse in maniera palese in concomitanza di eventi straordinari o scadenze inderogabili, evidenziando inesorabilmente l’impossibilità, proprio per la scarsezza di mezzi umani e finanziari, di far fronte contemporaneamente e con la dovuta efficacia sia all’ordinaria amministrazione sia alle esigenze straordinarie di volta in volta emergenti. Ci si è dunque trovati costretti, a fronte di varie emergenze, a concentrare le risorse disponibili sugli adempimenti inderogabili, ponendo in un secondo piano di priorità l’espletamento dei compiti ordinari.

Va quindi senz’altro sottolineato come il ruolo della rete consolare sia cambiato non solo rispetto alle esigenze di una comunità italiana ormai profondamente integrata nel tessuto sociale dei Paesi di accoglienza, ma anche in rapporto all’accentuarsi del fenomeno migratorio verso il nostro Paese, oggi particolarmente consistente.

La trasformazione dell’Italia da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione, avvenuta nel corso di soli due decenni (gli stranieri legalmente residenti in Italia, sulla base di stime del Ministero dell’interno, sono oggi circa 3 milioni, ovvero il 4,8 per cento della popolazione italiana, ed il nostro Paese è il quarto in Europa per numero di immigrati), ha comportato di fatto pesanti aggravi per il lavoro degli uffici consolari causati dal rilascio di un ingente numero di visti d’ingresso in Italia.

Tali constatazioni hanno reso inderogabile l’esigenza – che ho già avuto modo di rappresentare nella mia precedente audizione presso questa Commissione – di procedere ad una riflessione sistematica e approfondita, basata su dati concreti e raffronti ragionati, in grado di condurre ad una valutazione complessiva della nostra rete consolare e di conseguenza all’individuazione dei correttivi necessari al suo potenziamento e rilancio.

Anche ad un esame superficiale è chiaro, infatti, che distribuzione geografica e volume di attività tradizionali devono essere adeguati alle esigenze di una situazione ben diversa rispetto al passato, così come è necessario incentivare l’utilizzo di procedure e metodi di lavoro che tengano conto delle possibilità offerte dall’informatica e dalle nuove metodologie nel campo dell’organizzazione del lavoro, di cui oggi non sempre e non dappertutto ci si avvale.

Circa la situazione attuale, desidero esporre ed esaminare i dati salienti fin qui raccolti nel corso del monitoraggio e della mappatura della rete consolare, che ho disposto nel mese di luglio e che di fatto oggi è completata.

L’attuale assetto della rete è il risultato di una serie di interventi effettuati tra il 1996 e il 2001 in risposta all’evidente bisogno di corrispondere ai cambiamenti già intervenuti nella realtà sociale ed economico-politica.

Essa si compone attualmente di 116 uffici consolari, articolati in 71 consolati generali, 32 consolati, 3 vice consolati, 10 agenzie consolari. Funzioni consolari vengono altresì esercitate da 79 cancellerie consolari istituite con decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, e da 28 sezioni consolari presenti presso alcune ambasciate. La rete è inoltre coadiuvata da 514 uffici consolari onorari e sostenuta in alcuni Paesi, soprattutto europei, dall’operato di corrispondenti consolari, cui competono essenzialmente compiti di raccolta di documentazione per pratiche consolari.

La distribuzione geografica è la seguente. Su 116 consolati, 60 sono situati in Europa (52 per cento); 32 nelle Americhe (28 per cento), di cui 18 nel Sud e nel Centro America (16 per cento) e 14 nel Nord America (12 per cento); 12 sono collocati in Asia ed Oceania (10 per cento); 8 nel Mediterraneo e Medio Oriente (7 per cento) e 4 nell’Africa sub-sahariana (3 per cento). Su 79 cancellerie consolari, 23 sono situate in Europa, 15 nelle Americhe, 15 in Asia ed Oceania, 11 nel Mediterraneo e Medio Oriente e 15 nell’Africa sub-sahariana. Su 28 sezioni consolari, 13 sono situate in Europa, 3 nelle Americhe, 2 in Asia ed Oceania, 5 nel Mediterraneo e Medio Oriente e 5 nell’Africa sub-sahariana. Su 514 uffici onorari, 152 sono in Europa, 271 nelle Americhe, 30 in Asia ed Oceania, 16 nel Mediterraneo e Medio Oriente, 45 nell’Africa sub-sahariana.

Tale geografia consolare riflette in maniera evidente la distribuzione della nostra prima emigrazione che, come è noto, era soprattutto concentrata in Europa e nelle Americhe.

La consistenza numerica dei connazionali all’estero e la loro relativa distribuzione geografica confermano, grosso modo, tale situazione. Su un totale di 3.484.821 connazionali (quali risultano dagli schedari consolari, aggiornati alla fine del 2005 in vista del voto 2006) il 56,9 per cento (pari a 1.983.247) è residente in Europa; il 37,9 per cento (pari a 1.321.735) è residente nelle Americhe; il 3,4 per cento (pari a 118.951) in Asia ed Oceania; l’1,1 per cento (pari a 38.160) in Africa sub-sahariana; lo 0,7 per cento (pari a 23.088) nel Mediterraneo e Medio Oriente.

La componente emigratoria, alla base dell’assetto della rete consolare, determina anche la tipologia dei servizi resi agli utenti, che sono prevalentemente servizi tradizionali (quali il rilascio o rinnovo di passaporti, atti di stato civile, atti di cittadinanza, atti notarili, amministrativi, giudiziari, extra-giudiziari, prestiti, notifiche, pratiche minorili, assistenza ai detenuti, eccetera) e servizi socio-culturali (quali attività di assistenza sociale, organizzazione di attività culturali, ricreative e sportive, controllo sulla gestione delle scuole e dei corsi di lingua organizzati da enti presenti sul territorio, ai sensi della legge n. 153 del 1971, rilascio di certificazione per il riconoscimento in Italia del titolo di studio e/o professionale degli immigrati).

Ad essi si deve aggiungere il rilascio di visti d’ingresso, servizio oggi particolarmente oneroso per gli addetti al settore, come rilevato in precedenza.

Nel 2005 sono stati rilasciati oltre 1.076.680 visti, soprattutto da consolati e cancellerie consolari di Paesi europei non membri dell’Unione europea (Russia e Balcani), di grandi Paesi extra-europei (Cina e India) e di alcuni Paesi del bacino Mediterraneo.

Le risorse umane e finanziarie costituiscono ulteriori elementi significativi da prendere in considerazione per l’analisi e la valutazione dell’assetto attuale della rete. Va premesso che i dati di riferimento considerati nel documento di mappatura sono riassuntivi degli elementi forniti da un totale di 195 sedi (e cioè la totalità degli uffici consolari e le 79 cancellerie consolari) relativamente all’anno 2005.

La consistenza del personale in servizio ammonta a circa 2.151 unità, ripartite tra 1.182 unità di ruolo (55 per cento) e 975 unità a contratto (45 per cento).

Il rapporto tra il personale totale in servizio e il numero totale dei connazionali nelle 195 sedi è pari a 1.620. Tenuto conto che il valore medio per sede e per anno è pari a 1.304 (ovvero ogni dipendente teoricamente attende alle esigenze di 1.304 connazionali), si rileva che le sedi con un carico maggiore di utenti sono in grande maggioranza uffici consolari situati in Europa o in America Latina. In quest’ultima, inoltre, tenuto conto che i servizi erogati sono per lo più quelli di tipo tradizionale, emerge il fenomeno non trascurabile delle richieste di cittadinanza in giacenza (circa 400.000 domande individuali), non ancora evase dagli uffici, che si aggiungono ai già alti valori di pratiche trattate.

Quando il rapporto venga invece stabilito tra personale in servizio e numero di visti d’ingresso erogati, la situazione cambia sostanzialmente: in questo caso, pur rilevandosi che le sedi con un carico maggiore di visti sono in grande maggioranza uffici consolari e cancellerie consolari di ambasciate, situate nelle aree più sopra indicate, il rapporto personale-visti va dai 1.474 circa di Tirana e Bucarest ai 6.200 circa all’anno rilasciati dalla cancelleria dell’ambasciata di Mosca. E’ da precisare, tuttavia, che il dato medio sopra evidenziato è stato calcolato sulla media di tutto il personale in servizio presso le singole sedi e non è riferito al numero degli operatori effettivamente adibiti al servizio visti, elemento che porterebbe ad un sostanziale, cospicuo incremento del rapporto sopra indicato.

Dall’analisi di questi dati emerge che in alcuni uffici – sia consolati che cancellerie – il carico di lavoro è ai limiti della sopportabilità e che quindi una ridistribuzione del personale all’interno della rete si impone quale misura indispensabile non solo per un riequilibrio dei carichi di lavoro, ma anche per corrispondere in maniera più efficiente alle richieste degli utenti.

In merito alle risorse finanziarie – che, come per il personale, hanno subito pesanti decurtazioni – le principali voci di spesa prese in considerazione nella mappatura, sono relative al personale in servizio di ruolo e a contratto, al funzionamento delle strutture, alla manutenzione degli immobili ed agli affitti degli stessi. In assenza di elementi informativi per la totalità delle sedi e di termini di paragone omogenei, i dati medi sotto indicati sono riferiti a 103 uffici consolari (sono state escluse dall’analisi le cancellerie e alcune sedi consolari i cui dati risultano finora incompleti).

I risultati forniscono comunque un ordine di grandezza sufficientemente indicativo. Dai calcoli effettuati si evince che la media del totale delle spese sopra indicate, sostenute per sede e per anno, è pari a circa 1.475.000 euro.

Parimenti, gli introiti provenienti dalle percezioni consolari (sempre riferiti alle 103 sedi di cui sopra) ed affluiti alla fine del 2005 sul conto valuta tesoro ammontano a circa 35.000.000 di euro, con un importo medio annuo per sede pari a 342.600 euro circa. La materia delle percezioni consolari meriterebbe comunque un approfondimento, poiché l’entità di queste entrate – destinate ad aumentare considerando il raddoppio del costo del visto a carico dell’utente straniero a partire da gennaio 2007 – potrebbe equilibrare in alcuni casi una parte consistente dei costi sostenuti, soprattutto allorché riferite a sedi che erogano molti visti d’ingresso.

Per completezza di informazione, si segnala che da questo quadro di riferimento rimangono ovviamente escluse le erogazioni per i servizi e le attività a favore delle collettività residenti all’estero (assistenza ai connazionali, attività socio-culturali, corsi di lingua e cultura italiana).

Veniamo adesso alle prospettive future. Alla luce di quanto sopra esposto, il rilancio organizzativo e funzionale della rete richiede, innanzitutto, l’avvio di un processo di “razionalizzazione” inteso nel suo senso letterale, e cioè quello di rendere più equilibrato il rapporto tra risorse disponibili e carichi di lavoro nei diversi Paesi, in ragione dei diversi interessi dell’Italia nelle diverse aree geografiche.

Le misure che andranno privilegiate sono soprattutto quelle che riguardano la struttura e gli strumenti concreti – già disponibili o da predisporre – finalizzati a modernizzare il lavoro e a migliorare l’efficienza della rete consolare adeguandola ai nuovi compiti. Tali misure di modernizzazione dovranno essere modulate secondo criteri progressivi e temporali che andranno adattati alle diverse situazioni ed alle singole sedi.

Sarà necessario agire concretamente su diversi fronti, a cominciare dalla semplificazione delle procedure e dalla razionalizzazione dei servizi all’interno dei singoli uffici: sportelli polifunzionali per consentire agli utenti di finalizzare i diversi tipi di pratiche; gestione per posta, ove possibile, di taluni servizi; accorpamento in alcuni Paesi di servizi come il rilascio dei visti e offerta selettiva di alcune attività quali, ad esempio, gli atti notarili. Andranno attivate e potenziate, compatibilmente con le dotazioni finanziarie, “missioni temporanee” del personale dei consolati che si sposterà settimanalmente per favorire gli utenti nell’accesso ai servizi e si dovranno valorizzare la rete consolare onoraria, i cui contributi ai fini di rimborso spese hanno subito negli ultimi anni pesanti decurtazioni, e strutture di supporto locali (ad esempio, i patronati) in grado di assistere gli uffici consolari nell’espletamento di alcune attività a carattere assistenziale.

A tale proposito, è nostra intenzione dare seguito alle procedure dirette alla stipula di convenzioni con i patronati, come previsto dall’articolo 11 della legge 30 marzo 2001, n. 152, relativo all’attività di supporto alle autorità diplomatiche e consolari italiane all’estero. Intendiamo quindi attuare la legge.

Occorrerà sicuramente potenziare l’informatizzazione. Alcune esperienze, come l’archiviazione informatica, dovranno essere estese a tutte le sedi. Di primaria importanza sarà – come ho già sottolineato nella precedente audizione – la predisposizione di un nuovo programma anagrafico finalizzato alla creazione di una banca dati unificata al Ministero degli Affari Esteri, in grado di centralizzare tutte le posizioni anagrafiche delle banche dati dei Consolati. Con la rete RIPA (Rete internazionale delle pubbliche amministrazioni), inoltre, gli uffici consolari si potranno collegare con la totalità dei Comuni italiani. Sarà parimenti necessario aggiornare e standardizzare la home page dei consolati all’interno del Paese, con la previsione di collegamenti divisi per categoria (istituzioni, servizi, economia, cultura, turismo, eccetera).

La recente introduzione del passaporto elettronico – che, per aderire alle esigenze dei nostri connazionali, è stata realizzata secondo uno schema decentrato – ha fatto fronte ad un’esigenza inderogabile di sicurezza fatta valere consensualmente all’interno della comunità internazionale. In una prima fase applicativa, tuttavia, la nuova procedura comporterà inevitabilmente l’allungamento dei tempi di rilascio dei passaporti, rilascio che comunque, in molte sedi consolari, continua ad essere effettuato “a vista”. Vorrei comunque aggiungere che, nelle sedi che rilasciano un consistente numero di passaporti e nelle quali si è acquisita, seppure nel corso dei pochi giorni dall’entrata in vigore della nuova metodologia, una dimestichezza con le attrezzature e le apparecchiature elettroniche, il rilascio dei passaporti avviene entro otto minuti: l’obiettivo è arrivare a questo risultato importante in tutta la rete.

Penso, infine, ad una “carta servizi”, cioè una tessera personale rilasciata dai consolati ai connazionali per consentire, tra l’altro, di prenotare e richiedere servizi on line, con risparmio di tempo e di code. E penso ancora, soprattutto in relazione all’area europea, all’ipotesi di rilascio da parte degli uffici consolari della carta di identità elettronica – le cui modalità dovranno essere concordate con il Ministero dell’Interno, al quale spetta per legge la competenza in materia – al fine di evitare ai nostri cittadini all’estero di doversi recare nei Comuni di provenienza in Italia.

In tale contesto, particolare attenzione dovrà essere riservata alla formazione del personale, materia tanto più rilevante in una fase di risorse finanziarie limitate. E’ indispensabile prevedere un percorso formativo che consenta anche di responsabilizzare e coinvolgere il personale interessato, mettendolo in condizione di condividere l’intervento organizzativo e di gestire, a regime, l’attuazione e la manutenzione dei processi funzionali.

Alla formazione pre-posting in Italia per il personale di ruolo si deve accompagnare un’analoga serie di interventi formativi in loco per il personale a contratto, facendo ricorso eventualmente anche a strutture specializzate nella formazione del personale della pubblica amministrazione e alla progettazione di corsi in e-learning.

In sostanza, il percorso di razionalizzazione della rete da un lato deve tendere a ridurre le attuali criticità funzionali intrinseche al sistema (scarsità di risorse umane e finanziarie, modestia delle dotazioni strumentali, rigidità normative), dall’altro deve incidere sui processi funzionali e sui modelli organizzativi e comportamentali, la cui efficacia può essere sensibilmente migliorata intervenendo sui processi e sulle competenze degli addetti.

Realisticamente, tale processo dovrà essere accompagnato anche da un’analisi che tenga conto di un più equilibrato rapporto costi/benefici e da una ridistribuzione sul territorio dell’attuale rete. In ogni caso, non si potrà prescindere dalla necessaria considerazione dei nuovi compiti e dei nuovi obiettivi in termini qualitativi e quantitativi vieppiù richiesti alla rete consolare che si pone oggi, più che in passato, quale strumento operativo di politica estera assai rilevante per la promozione e la difesa dei nostri interessi in campo economico, commerciale, culturale e, in alcuni casi specifici, anche politico. Ad un esame, anche se indicativo, dei costi globali delle nostre strutture, non si può non sottolineare che un costo annuo per la totalità della rete consolare certamente non superiore a 300 milioni di euro appare piuttosto contenuto se rapportato all’importanza ed alla consistenza dei servizi offerti all’utenza.

Nel procedere, d’intesa con le organizzazioni sindacali, ad un approfondimento dello schema di ridimensionamenti e di riallocazioni del personale, si dovrà naturalmente operare per rendere più innovative le strutture e competitivi i servizi, assicurando alla nostra rete una più forte rispondenza alle mutate ed accresciute esigenze dell’utenza sia italiana che straniera.

 

Sono poi intervenuti nell’ordine, oltre al presidente Dini, i senatori Andreotti, Mantica, Pollastri, Burani Procaccini, Antonione, Fruscio, Del Roio, ai quali ha così replicato il Vice Ministro Danieli.

 

Signor Presidente, desidero in primo luogo ringraziare tutti i colleghi intervenuti, in quanto ritengo che la discussione odierna sia stata assai utile anche in vista dell’attività che siamo chiamati a svolgere.

Vorrei ricordare che la situazione descritta, ovvero la fotografia così come risulta dall’indagine molto dettagliata che è stata svolta (di cui mi sono limitato a citare solo alcuni dati, tralasciando, ad esempio, quelli relativi alla tipologia, alla quantità e ai tempi medi degli atti realizzati) e che è stata da me per primo giudicata inadeguata rispetto all’evoluzione dei tempi, rappresenta comunque già il risultato di una prima riforma intervenuta tra il 1996 e il 2000; lo dico sedendo a fianco di colui, il presidente Dini, che operò una riforma non solo della rete consolare, ma dello stesso Ministero degli Affari Esteri. Si trattò di una riforma coraggiosa, considerato che quella revisione portò alla chiusura e alla contestuale apertura di nuove sedi. In particolare, tra il 1996 e il 2000 si chiusero 31 uffici consolari, ma si aprirono nuove sedi (uffici consolari e ambasciate) in quei paesi che cominciavano ad emergere sotto diversi punti di vista. Ebbene, ora registriamo che il processo di revisione avviato dall’allora ministro Dini, oggi Presidente di questa Commissione, è rimasto incompiuto, posto che ci sono state resistenze, tensioni e in qualche caso anche reazioni delle comunità di connazionali, a volte condivisibili, altre volte meno. Ne consegue che il dato conclusivo è quello appena indicato. Sono convinto che il lavoro che questa Commissione è chiamata a svolgere, anche mediante atti di indirizzo, potrà aiutarci efficacemente nell’individuare la direzione lungo la quale anche l’azione di Governo dovrà muoversi.

Vorrei ora fornire alcune risposte molto sintetiche ai diversi quesiti che sono stati posti.

Il presidente Andreotti ha fatto riferimento ad una auspicabile unificazione delle sedi e delle rappresentanze nell’ambito dell’Unione europea. Nel merito credo che in qualche modo il senatore Antonione abbia già dato un’indicazione, posto che allo stato abbiamo solo alcune esperienze positive in tal senso che per il momento vedono soltanto la condivisione di alcuni servizi generali. Un esempio per tutti è il consolato italiano a Minsk, che utilizza lo stesso edificio e gli stessi servizi generali in partnership con il consolato della Gran Bretagna. Riteniamo che operazioni di questa natura dovrebbero essere maggiormente diffuse, fermo restando che è inimmaginabile la costituzione di rappresentanze uniche dei paesi membri dell’Unione europea in assenza di una politica estera e di sicurezza comune e permanendo interessi sia di natura interna sia commerciali, imprenditoriali ed economici spesso divergenti o confliggenti.

Ciò premesso, ritengo si possa comunque lavorare per la gestione di edifici in comune, così come si può operare per razionalizzare la rete diplomatica e consolare laddove in una stessa città siano esenti più organismi internazionali: mi riferisco a Vienna, Bruxelles, Ginevra, Parigi, New York. Tali iniziative possono rappresentare una soluzione che, oltre a positive ricadute sul piano economico, conduce anche ad un miglioramento dei servizi. Un altro esempio su cui ragionare è costituito dalla possibilità di riunire in un’unica sede i consolati e le cancellerie che in alcune capitali sono collocati in sedi fisicamente distaccate.

Quanto alla questione del personale a contratto i dati numerici sono quelli prima ricordati. Va aggiunto che nel corso degli anni c’è stato un incremento costante del ricorso al personale a contratto su base locale. Naturalmente esistono ragioni di ordine sindacale e vincoli contrattuali con i quali bisogna fare i conti.

Vorrei ora soffermarmi su alcune situazioni concrete, per poi concludere con una considerazione di carattere più generale relativa alle tendenze in atto. Allo stato non sono in grado di rispondere al senatore Del Roio in ordine al numero di carabinieri in servizio presso le nostre sedi all’estero; posso comunque dire che i relativi costi vengono sostenuti dal Ministero degli Affari Esteri.

Quanto alle 400.000 richieste di cittadinanza in giacenza, condivido la necessità di decidere come procedere e di farlo in fretta. A questo proposito tengo a precisare che stiamo lavorando a una rivisitazione della normativa sulla cittadinanza in base al principio dello ius sanguinis, tenendo conto ovviamente della norma in discussione presso la Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati, che si fonda sul criterio dello ius soli. Si tratta di un tema su cui riflettere. E’ necessario infatti tenere in considerazione che gran parte di queste 400.000 richieste di cittadinanza sono fondate sulla norma che consente agli aventi diritto (ovvero a chi ha ascendenze italiane) di rivendicare la cittadinanza italiana, anche se in molti casi, in realtà, c’è solo un interesse per il passaporto italiano che viene considerato solo un documento di viaggio. Conseguentemente ci troviamo all’interno di una sorta di tenaglia che vede, da un lato, un diritto sancito dalla legge e, dall’altro, un uso strumentale – non ho difficoltà a definirlo in tal modo – del passaporto italiano come documento di viaggio. Questi sono in sostanza i due estremi della questione con cui fare i conti e su cui riflettere insieme in sede di revisione della normativa generale.

E’ stato chiesto quanti sono i connazionali che rientrano in patria dall’estero e quanti quelli che partono. I rientri sono in calo, non raggiungono più i 50.000 l’anno come in passato, mentre i trasferimenti verso l’estero sono circa 40.000. In questo caso, però, non si può parlare di emigrazione, ma di mobilità determinata da varie esigenze, di natura imprenditoriale ma anche culturale. Ad esempio, non tutti i ricercatori italiani vanno all’estero perché in Italia non si riesce a fare ricerca: certo, questo è un dato strutturale, ma molti andrebbero comunque all’estero anche se in Italia vi fossero le condizioni per fare ricerca; lo consideriamo un fenomeno legato alla dimensione globalizzata del mondo.

Alla collega Burani Procaccini posso assicurare che vi è la totale disponibilità a lavorare sia con questa Commissione, sia con quelle che più specificamente si occupano della problematica delle adozioni e degli affidi internazionali, per delineare un’ipotesi di lavoro che possa fornire risposte alle questioni sollevate – che io condivido – anche attraverso meccanismi derogatori della normativa attualmente vigente. Ritengo altresì necessario individuare quelle realtà che operano nei paesi da cui l’afflusso di bambini verso l’Italia a fini di adozione è più rilevante (non mi riferisco all’affido internazionale che è questione diversa), onde garantire a ciascuna di esse, attraverso specifici corsi di formazione, perlomeno un’unità di personale adeguatamente formata e in grado di fornire assistenza.

Concludo rapidamente svolgendo alcune brevi considerazioni di carattere più generale in riferimento alle osservazioni altrettanto generali svolte dai colleghi Mantica e Antonione.

E’ vero, le rigidità ci sono e sono rigidità di natura contrattuale e sindacale, purtroppo in qualche caso anche di natura normativa. Esistono poi rigidità che attengono a quella che personalmente considero una “ottusità” (utilizzo volutamente e senza alcuna preoccupazione questo termine, perché ne sono convinto) della dimensione ragionieristica nella gestione delle risorse finanziarie pubbliche. Il senatore Mantica ha sollevato la questione, del tutto condivisibile, dell’importante patrimonio immobiliare delle sedi all’estero; nel merito basti considerare l’insipienza amministrativa che, fino ad ora, ha impedito di ricorrere alla formula del leasing per queste sedi. Lo considero incredibile. Bisogna lavorare su tale aspetto e sono convinto che si possa introdurre qualche elemento positivo.

Nel corso dell’esame dei documenti di bilancio abbiamo ottenuto qualche risultato, al di là degli elementi di natura finanziaria, in termini, ad esempio, di accorpamento di capitoli di bilancio (che già rappresenta un risultato importante) e della possibilità per i consolati di costituire fondi consolari dotati di una duttilità e una flessibilità di utilizzo che sfugge ai criteri attualmente seguiti. Ciò sarà possibile anche grazie all’utilizzo di risorse che possono provenire dai privati nella forma di sponsorizzazioni e donazioni e che possono confluire in tali fondi a disposizione dei consoli. Ci sono realtà in cui i privati sono disponibili a dare una mano in questo senso.

Per quanto riguarda i patronati, con molta schiettezza dico che ci sono patronati di sinistra, di centro e di destra. Questo è un dato di fatto. (Interruzione del senatore Mantica (An): Io intendevo abolire anche quelli di destra, lo stesso concetto di patronato).  C’è una legge però e credo che sia doveroso darle attuazione, fermo restando che ci limitiamo semplicemente ad una serie di attività che oggi, ad esempio, sono svolte da alcune agenzie alle quali viene esternalizzato il disbrigo di pratiche preliminari allo svolgimento di attività consolari. Guai – e non ci penso minimamente – a immaginare di esternalizzare presso i patronati o presso altre realtà attività del consolato. E’ semplicemente un ausilio che può venirci incontro.

Anche il collega Antonione ha accennato all’insufficienza delle risorse e quindi, in qualche modo, questa forma di flessibilità presso i patronati può aiutare. In seguito a una negoziazione con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il prossimo anno passeremo da un ristorno del 10 per cento delle percezioni consolari, com’è attualmente, a un ristorno del 20 per cento. Può sembrare poca cosa, ma attraverso l’attività di regolarizzazione di 350.000 posizioni, che potrebbero diventare 250.000, e attraverso l’aumento dei costi per il rilascio dei visti si ipotizza un passaggio delle percezioni consolari da 40 a 80 milioni di euro. E’ un ulteriore risultato.

Concordo con il senatore Antonione anche sulla strategia di priorità, fermo restando che non per questo possiamo distogliere lo sguardo dall’innalzamento dell’efficienza e della qualità e da una razionalizzazione e riorganizzazione dell’intera rete. Ad esempio, poiché c’è una situazione disastrosa, immagino di dover inviare a San Paolo una task force temporanea che possa dare una mano; in altre realtà, come diceva il senatore Fruscio, immagino invece di procedere ad una necessaria riorganizzazione anche fisica dei luoghi (nella mappatura c’è la fotografia dello stato fisico dei luoghi), da realizzare con le risorse disponibili. Quindi, fermo restando che il lavoro deve essere realizzato sull’intera rete consolare – ha concluso Danieli -, sono totalmente d’accordo sull’individuazione di priorità per le quali fare uno sforzo di investimenti, anche attraverso l’individuazione di meccanismi pilota da sviluppare e poi esaminare. (Inform)


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