CGIE
L’on. Marco Fedi si dimette
ROMA
- Colleghi e colleghe del CGIE
non
vi nascondo una forte emozione nel rassegnare le mie dimissioni dal Consiglio
Generale degli Italiani all’Estero, come d’altronde già ampiamente annunciato
in occasione della plenaria di ottobre.
Colgo
questa occasione, peraltro, per riflettere con voi tutti sul futuro del CGIE
e sulle scelte che insieme saremo chiamati a fare, da responsabilità diverse
ma convergenti. Diciassette anni di appartenenza ad un Consiglio sono molti
– qualche comico di turno direbbe troppi. E’ stata un’esperienza importante,
formativa, sia nella mia via vita personale che professionale.
Grazie
ai tanti amici ed amiche, colleghe e colleghi, che ho incontrato, apprezzato
e stimato in tanti anni di ininterrotto impegno: prima in qualità di consigliere,
poi componente del comitato di presidenza e, infine, vice segretario dell’area
anglofona.
E’
stata un’esperienza importante sul piano professionale, consentendomi di accrescere
le mie conoscenze e di meglio rappresentare la mia comunità. Sono oggi un parlamentare
anche grazie al CGIE, ai suoi componenti, al loro generoso lavoro ed aiuto.
Alla capacità del Consiglio di approfondire tematiche del nostro tempo quali
l’identità, il multiculturalismo, il rapporto con le nuove generazioni.
Come
esponente della mia comunità, come persona che si occupa da molti anni della
storia dell’emigrazione, del futuro dei migranti,
della loro paritaria importanza nella globalizzazione delle civiltà, sono felice
di aver vissuto questa esperienza davvero unica ed irripetibile: per molti versi
simile all’esperienza parlamentare ma più fluida, meno regolamentata, più aperta
nel confronto e quindi anche alla discussione ed all’approfondimento.
E’
stata un’autentica esperienza politica che mi ha permesso di confrontarmi nel
merito dei problemi, con tanti esponenti di forze politiche, di associazioni,
movimenti, sindacati, patronati, ed amministrazioni dello Stato e delle autonomie:
un confronto sempre rispettoso delle posizioni di ognuno, sempre attento alle
esigenze degli italiani all’estero, sempre impegnato a trovare soluzioni.
Il
CGIE ha dato un esempio di autentica politica bipartisan, di capacità di analisi
e di significativo impegno comune: sarebbe auspicabile che almeno gli eletti
all’estero portassero questo contributo, oltre al patrimonio di idee e riflessioni,
in seno al Parlamento.
Cosa
sarà del CGIE? Il futuro del consiglio è nelle nostre mani. E’ giusto ragionare
sulle riforme e credo che – tra le priorità – vi sia anche la necessaria revisione
di questo organismo. Non a caso ho detto che l’esperienza del CGIE ha delle
peculiarità nell’atteggiamento bipartisan, nell’approfondimento, nella discussione
legata al bisogno di conoscenza che ancora oggi abbiamo dei fenomeni migratori.
In questo senso rappresenta uno strumento unico nel suo genere.
Questo
è l’aspetto che dovremmo rafforzare. Allora scusate ma non si tratta di una
sterile polemica sulle influenze “relative” di partiti o coalizioni ed associazioni,
sindacati e patronati. Si tratta di riconsegnare il CGIE alla sfera dell’analisi
e dell’approfondimento liberandolo dalla discussione “di parte” che invece avverrà
in Parlamento. Questo non significa svuotarlo di elementi di confronto politico.
Significa
dare al confronto politico maggiori spazi, relativamente a programmi ed idee
delle forze politiche e delle coalizioni, che assumono le riflessioni del CGIE
come utile contributo alla presentazione di un piano di riforme ed alla predisposizione
di proposte di legge.
Nel
momento in cui sosteniamo – come io ho sostenuto – che l’investimento nel CGIE
va in direzione di un rafforzamento del sistema Italia, dobbiamo essere convinti
che vada riformato: per rafforzarne il collegamento con le istituzioni, con
le Regioni e con tutte le autonomie locali.
Un
CGIE più forte è un organismo di rappresentanza che continua anche a svolgere
un’azione conoscitiva per capire le grandi trasformazioni in atto, i bisogni
di comunità integrate ma desiderose di costruire legami culturali ed economico-commerciali,
le necessità di vaste comunità, non solo nelle aree più povere del mondo ma
anche in Europa, America del Nord ed Oceania. Comunità che chiedono tutela,
servizi e politiche tese a favorire l’integrazione.
Credo
che i componenti di questo consiglio abbiano ampiamente dimostrato negli anni,
fin dal primo insediamento di questo insostituibile organismo di rappresentanza
delle comunità italiane all’estero, di avere una visione alta della politica,
di saper costruire proposte e risposte da presentare alle Istituzioni, di porsi
l’obiettivo di migliorare la presenza del sistema Italia all’estero, con le
nuove realtà dettate dalle mobilità sociali e gli obblighi di tutela dei diritti
di cittadinanza che riguardano tutti i nostri connazionali all’estero. Non abbiamo
timore, quindi, nel dire che questo costo della politica di rappresentanza è
un buon “investimento per la conoscenza” ed anche per la politica quando questa
è fatta di prospettive, di riforme, di idee forti.
Non
abbiamo timore, in conclusione, a dire che, con responsabilità diverse, continueremo
a rafforzare compiti, struttura e piano ideale del Consiglio Generale degli
Italiani all’Estero.
Buon
lavoro ed un sentito e sincero ringraziamento a tutti. (On. Marco Fedi)
Inform