INTERVENTI
Rodolfo Ricci: Il destino del CGIE si decide
a dicembre
ROMA - La prossima assemblea plenaria del CGIE di dicembre
sarà molto importante per capire se questo organismo tanto reclamato dalle collettività
italiane all’estero abbia, o meno, dopo l’elezione della compagine di 18 parlamentari
all’estero, un futuro e una funzione credibile ed utile.
La legge istitutiva del CGIE, nata, successivamente a
quella dei COEMIT/COMITES, sulla base di lunghi anni di discussione e confronti
in tutti i paesi di emigrazione, demanda la nomina della sua componente nazionale
ad una puntuale disamina, analisi, valutazione e scelta delle organizzazioni
italiane maggiormente rappresentative, e l’elezione dei suoi membri esteri a
elezioni di secondo grado da realizzarsi in ogni paese da parte degli eletti
a suffragio universale nei Comites insieme ad una consistente rappresentanza
espressa dalle associazioni maggiormente rappresentative in ogni paese.
In questo modo la legge istitutive del CGIE riconosceva
ed intendeva giustamente tutelare la variegata rappresentanza del mondo dell’emigrazione
organizzata e l’importante impegno storicamente assunto dalle diverse forme
di organizzazione (associazioni, sindacati, patronati, organizzazioni di servizio,
ecc.); allo stesso tempo, istituiva al suo interno con una funzione di di interlocuzione
attiva, una rappresentanza dei maggiori partiti, delle Regioni, dei Ministeri.
All’estero, i candidati al CGIE non vengono eletti sulla
base di liste, ma sulla base di candidature individuali su cui convergono i
voti delle assemblee elettive; per quanto concerne l’elezione dei Comites, invece,
vengono presentate differenti liste con il divieto esplicito di utilizzare simboli
di partito.
Nell’un caso (CGIE), come nell’altro (COMITES), si tratta
quindi di elezioni che tendono a valorizzare la rappresentanza sociale e della
società civile.
La conseguenza che si dedurrebbe dalla volontà molto
esplicita del legislatore è che tali organismi costituiscano le proprie maggioranze
e minoranze sulla base di programmi o di ispirazioni ideali e culturali, non
sulla base di esplicite posizioni politiche. Lo stesso dicasi della funzione
ed attività di questi organismi, anche esse ben definite e delimitate ad una
funzione di rappresentanza di bisogni e problemi e parimenti di ricerca e orientamento
alla loro soluzione.
La legge istitutiva per il voto all’estero e le diverse
modifiche costituzionali, hanno consentito di colmare il vuoto di rappresentanza
che esisteva per la pratica impossibilità di esercitare il voto direttamente
dai luoghi di residenza dei connazionali emigrati e di poter eleggere parlamentari
diretta rappresentanza del mondo dell’emigrazione. I 18 eletti, come tutti gli
altri parlamentari sono diretta espressione del mondo dei partiti, sulla cui
base è costituito il nostro sistema democratico rappresentativo.
E’ noto che finché non è stato possibile esercitare questa
rappresentanza universale in Parlamento, il CGIE ha supplito, in maniera impropria,
ma per certi versi comprensibile, a questa carenza: cioè si è trasformato, diversamente
a quanto
Più o meno, quasi tutti i suoi componenti, ognuno per
la propria parte, sono stati coinvolti in questa dinamica di maggioranze e minoranze
che facevano riferimento allo schieramento politico-partitico italiano. Ciò,
come detto, aveva una sua ragion d’essere quasi oggettiva, ed è stato da tutti
accettato e praticato.
Ora le cose sono cambiate: la rappresentanza politica
c’è, ed è in parlamento. Lì può e deve esercitarsi questa funzione di rappresentanza.
Allora il quesito è: il CGIE, deve continuare ad essere,
nei fatti, ciò che è stato fino allo scorso aprile, oppure deve recuperare lo
spirito della legge che ne ha definito natura e funzioni e praticarlo concretamente?
Da più parti si parla da diversi mesi di necessarie modifiche
legislative che ne configurino la funzione alla luce della novità della rappresentanza
parlamentare, ma forse non sarebbe vano rileggere la legge per capire che fino
ad oggi, il CGIE non ha assolto del tutto, almeno metodologicamente, ad importanti
compiti che gli erano propri e che adesso invece, forse per la prima volta,
può pienamente realizzare in piena autonomia e consapevolezza della sua costitutiva
natura: la rappresentanza della società civile organizzata.
(Se invece si continua come si è continuato nell’ultima
plenaria, con frequenti interventi e tenzoni retorici degli auto nominatisi
rappresentanti di maggioranze e minoranze partitiche, il rischio è che la platea
silente degli eletti dall’estero accentui la sua frustrazione: perché come accade
in parlamento, lo spazio più significativo è monopolizzato dai capigruppo i
quali dispongono di fornito vocabolario e vivaci interlocuzioni rigorosamente
in italiano, mentre invece gli eletti dell’estero hanno, magari, le stesse capacità,
solo in un'altra lingua, quella del paese in cui risiedono.
Non si arrischiano quindi a competere con i Ferretti
o i Lombardi. Ne discende una situazione tra l’altro, un po’ paradossale: c’è
chi fa fino a
Ora, perché è importante la prossima assemblea plenaria
di dicembre 2006?
Perché deve rinnovare le cariche al suo interno, cosa
certamente significativa, anche se non di capitale importanza. Tuttavia l’evento
costituirà un banco di prova per capire se gli eletti del CGIE hanno davvero
compreso che una fase si è chiusa e se ne apre un’altra, oppure se la storia
del CGIE si è chiusa e basta; nel primo caso si può sperare che esso ritrovi
la sua funzione originale e assolva ai suoi compiti con rinnovata capacità di
interlocuzione attiva, critica e competente con il mondo politico dei parlamentari,
dei partiti, del MAE e del Governo centrale e delle Regioni ed enti locali.
Nel secondo caso la ridondanza politico-partitica da
cui è stato affetto fino ad oggi, ne determinerà la fine e la chiusura, se non
oggi, domani, o dopodomani.
Perché infatti la comunità nazionale dovrebbe sobbarcarsi
il suo costo, non enorme, ma neanche indifferente? Per fornire occasioni di
emulazione dei parlamentari in Parlamento? Sarebbe alquanto improbabile, vista
l’aria che tira.
Meglio vedere se invece i suoi componenti riescono ad
esprimere il meglio di sé sulle questioni di merito, cioè su bisogni, fabbisogni,
diritti e opportunità degli italiani nel mondo: cioè su orientamenti, ipotesi
di soluzioni dei problemi, ecc..
All’uopo non è inopportuno che ognuno dei candidati in
pectore alle cariche rimaste vacanti dalle giuste dimissioni degli eletti alla
Camera o al Senato, presenti un proprio programma di metodo e di merito da sottoporre
al gradimento dell’assemblea; altrimenti, su quali altre basi ci si sentirà
di chiedere il sostegno e il voto dei grandi elettori?
Dal modo in cui sarà autogestita l’assemblea di dicembre,
capiremo, cioè, se il CGIE ha ancora un futuro o se il suo destino procede lievemente,
irreparabilmente verso la chiusura. (Rodolfo Ricci*-Emigrazione Notizie/Inform)
*Segretario
generale FIEI