RASSEGNA
STAMPA
Intervista
de “l’Unità” al Ministro degli Esteri Massimo D’Alema
Ora l'America fermi Israele
ROMA - “Il voto americano segnala il venir meno della
fiducia nella guida del Paese. Una sfiducia che investe
Partiamo dal voto
di midterm negli Usa. Qual è il suo giudizio complessivo?
Il voto americano
è un fatto molto rilevante. Ho visto diversi tentativi di sminuirne la portata:
un voto atteso, si è scritto, l'alternanza…..E' vero in parte. Il risultato
è andato al di là delle aspettative. E' dal 1994 che i Democratici, persino
quando hanno avuto
Invece, ministro D'Alema?
Il voto americano
è sempre molto legato alla politica interna, ma in questo frangente si fondono
diversi aspetti. E in ogni caso emerge un problema più generale che mi pare
consista in un evidente calo della fiducia nella guida del Paese. E in definitiva,
anche la questione morale non è disgiunta dall'Iraq. La cosa che fondamentalmente
molti oppositori rimproverano a Bush è di avere mentito al Paese per fare la
guerra, per motivare un conflitto; di aver creato Guantanamo; di aver stabilito
un controllo sulla vita privata dei cittadini. E il voto di midterm segnala
una forte domanda di cambiamento.
Alla luce di queste
considerazioni sulle ragioni e la portata del voto Usa, quale cambiamento ritiene
possibile?
Naturalmente nel sistema
americano, che è molto complesso, la politica la continuerà a fare
Il “licenziamento”
del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld in tutto questo che valore assume?
Certamente Rumsfeld
è stato il più esposto nel senso di una sua maggiore responsabilità rispetto
ad errori e violazioni dei diritti umani. Dovendo pagare un prezzo politico,
è anche normale che chi è stato responsabile in prima linea di ciò che l'opinione
pubblica respinge, ne prenda atto e si dimetta.
L'uscita di scena
di Rumsfeld è l'ammissione da parte del presidente Bush del fallimento della
“strategia” irachena?
Nella leadership americana,
e non solo nell'opinione pubblica. La consapevolezza dello scacco iracheno c'era
già. Erano già alla ricerca di una via d'uscita. E' chiaro che il risultato
elettorale spingerà
Adesso il voto americano va proiettato sullo
scenario mediorientale; uno scenario sempre più segnato dalla violenza.
Io non credo che per
gli americani sarà molto facile avere un grande cambiamento nella loro politica
estera. La situazione dell'Iraq è obiettivamente complessa e non esiste una
facile via d'uscita. L'unica soluzione è aprire un negoziato con le forze che
si oppongono agli americani, in particolare con il mondo sunnita e con una parte
del mondo sciita, e cercare di trovare un accordo nazionale che a quel punto
isoli il terrorismo di Al Qaeda. Perché il vero problema dell'Iraq è l'accumularsi
di tre tipi di violenza, che troppi hanno semplicisticamente etichettato come
“Terrorismo”. C'è il terrorismo, ma ci sono anche gli insorti e c'è la violenza
religiosa. L'unica via è quella di trovare un compromesso nazionale che permetta
la creazione di un fronte iracheno per isolare ed espellere il terrorismo qaedista
che è un prodotto di importazione, venuto in Iraq a seguito del conflitto. Il
vero grande messaggio di novità che può essere dato al mondo arabo e islamico
è un altro; ed è il punto da cui si sarebbe dovuto partire in medio Oriente.
Qual è questo punto da cui si sarebbe dovuto
partire?
La questione Israelo-palestinese.
Penso che sarebbe una scelta lungimirante da parte americana mettere il focus
su questo conflitto, considerarlo la priorità dell'azione internazionale. Fin
qui l'Amministrazione Bush ha sempre ritenuto che quella fosse una questione
su cui non si potevano mettere le mani perché, in sostanza, non si poteva “disturbare”
Israele. Ora si tratta di rovesciare la gerarchia dei problemi, considerando
che la vicenda irachena è molto complessa e richiede un'azione rinnovata ma
di medio periodo, e agendo per voltare pagina con estrema rapidità laddove c'è
una emergenza drammatica, pena il rischio di una disgregazione della società
palestinese, con effetti di destabilizzazione di tutta l'area. E bisogna agire
spingendo Israele.
Tema sempre delicato e foriero di polemiche.
La cosa che mi colpisce
di più è isolamento delle voci ragionevoli, anche rispetto alle grandi comunità
ebraiche democratiche. La comunità ebraica americana comincia a dividersi su
questo punto, ma ciò non sembra avvenire nel nostro Paese. Penso al dramma di
David Grossman: un figlio ucciso in Libano, e lui che afferma che Israele non
può più affidarsi in modo esclusivo al mito della potenza militare, all'uso
della forza. Ebbene, il fatto che questa coraggiosa asserzione non trovi una
eco nel mondo democratico ebraico, ciò non può non porre preoccupanti interrogativi
Questo dopo la strage
di Beit Hanun.
C'è che di fronte
a questa tragedia ha parlato di un “errore”. Come un “errore”! Quello che è
accaduto a Beit Hanun è il frutto di una politica, è lo sbocco di una scelta.
Israele ha reagito alla crisi che si è aperta con il rapimento del caporale
Shalit con una offensiva militare che ha prodotto 360 morti e 4000 feriti. Hanno
bloccato i Territori, impedendo persino l'afflusso di medicinali. Non metto
nel conto le persone che sono morte negli ospedali per mancanza di cure. Hanno
distrutto le centrali elettriche, i servizi essenziali. A Beit Hanun sono morti
8 bambini in un colpo solo e questo ha fatto notizia, ma giorno dopo giorno
ne sono morti 57, di bambini palestinesi, nella indifferenza pressoché totale
dell'opinione pubblica internazionale. Oltretutto, la escalation militare è
intervenuta anche ad ostacolare l'avvio di un processo politico nuovo tra i
palestinesi, perché è evidente che la violenza chiama altra violenza, esplode
la rabbia e si finisce per vanificare gli sforzi del presidente Abu Mazen di
fare un governo di unità nazionale per indurre Hamas a riconoscere Israele e
a riprendere il negoziato. In questo senso, quindi, Beit Hanun rappresenta il
risultato di una politica che affida in modo esclusivo all'uso della forza la
sicurezza di Israele, una politica sbagliata per questioni di principio - il
rispetto della vita umana, il fatto che in questo modo si colpiscono civili
inermi - ma anche perché questa strategia risponde a una logica tutta interna
a Israele.
A quale logica interna
si riferisce?
Mi riferisco a un
governo indebolito dalla guerra in Libano, incalzato da destra, con l'accusa
di non essere stato abbastanza determinato nelle operazioni militari e che per
questo colpisce i palestinesi per dimostrare che invece è forte. Io trovo che
questa è una spirale politicamente disastrosa.
Come si può intervenire?
Innanzitutto c'è chi
in Israele si oppone a questa politica. Penso ad una parte dello stesso partito
laburista, e a settori importanti della società civile. Ma la cosa che mi colpisce
è che questi settori più ragionevoli, più moderati della politica israeliana
non hanno un adeguato sostegno internazionale da parte del mondo ebraico più
democratico. E non si capisce che questa politica della forza è destinata a
creare una situazione di patologica insicurezza per Israele. Qualche anno fa
non c'era Hamas e non c'era Hezbollah. Tra qualche mese a Gaza non ci sarà più
soltanto Hamas, ci sarà il rischio di una infiltrazione anche di Al Qaeda. E'
inevitabile che senza speranze e sotto il peso di un attacco militare spietato
che semina vittime tra i civili, prenda piede una radicalizzazione estrema.
Il giorno in cui dovesse cedere anche l'Autorità nazionale palestinese di Abu
Mazen, nei Territori ci sarebbero l'anarchia e il terrorismo, e null'altro.
Credo davvero che siamo arrivati ad una emergenza rispetto alla quale non è
più possibile rimanere con le mani in mano. Bisogna chiedere, e l'Europa deve
essere portatrice di questa istanza, che si fermi l'attacco militare israeliano.
Si tratta di una richiesta minima, elementare, e al tempo stesso occorre che
la comunità internazionale intervenga attivamente perché si trovi un accordo
tra i palestinesi, stimolando anche la classe dirigente palestinese che deve
assumersi le proprie responsabilità rispetto al suo popolo. La costituzione
di un governo di unità nazionale palestinese è l'unica via per riavviare un
percorso negoziale.
Un percorso con quali
una politica ulteriori?
Una volta dato vita
a questo governo, si dovrebbe attivare un meccanismo che passi attraverso una
risoluzione del Consiglio di Sicurezza che riprenda
In questo quadro resta
infiammabile la situazione nel Libano dove opera in ambito Onu il contingente
italiano. Corriamo dei rischi?
In Libano ci sono
dei pericoli. E possono diventare molto gravi se la situazione sul fronte israelo-palestinese
non fa passi in avanti. Sulla situazione libanese gravano molte incertezze.
Innanzitutto un'azione volta a destabilizzare il governo di Fuad Siniora, con
il rischio del riaprirsi di un conflitto interno al Libano. I pericoli non riguardano
quindi solo la frontiera israelo libanese, dove, comunque, anche qui l'atteggiamento
israeliano non ha aiutato la stabilizzazione. Penso alle bombe a grappolo disseminate
e ai ripetuti sorvoli dello spazio aereo libanese. Ma dall'altra parte c'è anche
una azione di destabilizzazione che viene da forze radicali islamiche e da Paesi
vicini come
I nostri soldati sono
presenti anche in Afghanistan. Ci resteranno?
Non vedo come si possa
andar via dall'Afghanistan in questa situazione e credo che nessuno tra noi
voglia il ritorno del regime oscurantista dei Talebani. Detto questo, in Afghanistan
ci vuole un forte rilancio dell'iniziativa internazionale, e forse anche di
un ripensamento delle linee di azione, potenziando gli aspetti politici, economici
e umanitari, dato che sul piano esclusivamente militare è difficile trovare
una soluzione alla crisi. Perciò stiamo lavorando a una nuova conferenza internazionale
sull'Afghanistan in grado di coinvolgere anche i paesi della ragione. Sabato
a Kabul parleremo di questo con le autorità afghane.( Umberto De Giovannangeli-l’Unità
del 10 novembre 2006)
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