DIRITTI UMANI
Medici
Senza Frontiere: “Gli sfollati del Darfur
“Impossibile
portare assistenza alle popolazioni isolate a causa della crescente insicurezza”
ROMA - La situazione in Darfur rimane critica: due milioni
di persone sono costrette a vivere nei campi sfollati, in condizioni di vita
estremamente precarie, mentre il peggioramento delle condizioni di sicurezza
da diversi mesi a questa parte (con numerosi attacchi alle organizzazioni umanitarie)
ha reso di fatto impossibile l'accesso ad alcune popolazioni.
Jean-Sébastien Matte, capo missione di Medici Senza Frontiere
nel Darfur occidentale spiega - in una intervista sul sito italiano dell’organizzazione
umanitaria (http://www.medicisenzafrontiere.it/
) - che le condizioni di vita degli sfollati in Darfur sono “sicuramente
migliorate da come erano 3 anni fa” ma che “purtroppo c'è stato un peggioramento
nell'ultimo anno e mezzo”. Tra la fine del 2003 e l'inizio del 2004, Matte ha
fatto parte dell'equipe che ha avviato le operazioni di Medici Senza Frontiere
nel Darfur occidentale. “Rispetto a quel periodo, oggi ci sono molte organizzazioni
umanitarie in Darfur. La quantità di acqua e cibo distribuita è aumentata e
le persone hanno un riparo. Ma continuano ad ammassarsi da tre anni e le forniture
di base (taniche, coperte e teli di plastica per alloggi) che sono state distribuite
loro non sono state sostituite da un anno e mezzo”.
“Due milioni di persone restano completamente dipendenti da
assistenza esterna” dice Matte. Spiegando che “i campi dove vivono – che possono
ospitare fino a 100.000 persone – assomigliano a delle prigioni a cielo aperto”,
che “per le donne è molto pericoloso uscire fuori dal campo per cercare della
legna da ardere” e che “sono pochi gli uomini che escono, evitano persino di
andare negli ospedali governativi, per paura di essere scambiati per sostenitori
di un gruppo ribelle ed arrestati”.
“Gli sfollati del Darfur stanno vivendo in una situazione
insostenibile” sottolinea Matte.
Il livello di insicurezza è elevato come in passato? “La situazione
è significativamente peggiorata da maggio 2006. Invece di portare la pace –
rimarca Matte - l'accordo tra il governo
sudanese e uno dei gruppi ribelli ha avuto esattamente l'effetto contrario.
Le fazioni che non hanno firmato si sono scisse e si combattono fra di loro.
Questo ha avuto delle ripercussioni sulla popolazione e su di noi, gli operatori
umanitari”. Inoltre “negli ultimi tre mesi sono aumentati gli episodi di violenza
contro le organizzazioni umanitarie” che sono “spesso bersagli di attacchi,
percosse e rapine”. “Si sono verificati più di 12 incidenti mortali che hanno
colpito tali organizzazioni, più del doppio dei casi avvenuti nei due anni precedenti”
spiega Matte.
“Svolgiamo -prosegue
Matte - operazioni importanti per circa 200.000 persone nel Niertiti, Zalingei,
e Mornay, anche se le nostre attività sono diminuite e questo non è di certo
un bene. Ad oggi, per via dei pericoli crescenti non possiamo girare per le
strade che collegano i nostri 3 progetti. Dalla fine di settembre, quindi, non
è più possibile trasportare in macchina i pazienti da Mornay e Niertiti per
essere operati nell'ospedale di Zalingei”. Ormai, a causa della situazione precaria
della sicurezza, “è impossibile arrivare a Jebel Marra, una regione ribelle
dove vivono circa 100.000 persone che si trovano in una zona montagnosa del
Darfur centrale. A metà settembre, durante un'epidemia di colera durata 6 settimane,
siamo stati obbligati a evacuare il villaggio di Kutrum dove stavamo curando
i malati. Abbiamo lasciato le nostre forniture sul posto e stiamo tentando di
monitorare la situazione. Ci sono sicuramente un centinaio di casi e la gente
muore per mancanza di assistenza. Non possiamo valutare il tasso di mortalità
di colera ma riteniamo che sia piuttosto alto. Abbiamo il divieto di entrare
in tutta la zona settentrionale del Darfur perché né il governo né i gruppi
ribelli ci concedono l'accesso. E ci chiediamo – aggiunge Matte - se la popolazione civile abbia accesso ad acqua,
cibo, assistenza sanitaria, ma non lo sappiamo”.
Cosa si prevede per le organizzazioni umanitarie e la popolazione
nei prossimi mesi? “Il nostro lavoro continua nei campi sfollati dove abbiamo
la possibilità di lavorare, anche se la mancanza di sicurezza resta un problema
grave. Le nostre equipe – spiega Matte - si trovano tra due fuochi: la comunità
internazionale vuole fare credere agli sfollati che le truppe dell'ONU saranno
in grado di ristabilire la pace, mentre il governo risponde con la propaganda
che paragona gli stranieri ai nuovi crociati. Il risultato sul terreno è che
le nostre equipe diventano dei veri e propri bersagli. Vorremo soltanto – conclude
il capo missione di Medici Senza Frontiere nel Darfur occidentale - che entrambi
i belligeranti rispettassero il nostro lavoro di operatori umanitari”. (Inform)