INFORM - N. 202 - 27 ottobre 2006


MIGRAZIONI

"Siamo tutti migranti"

Una nuova consapevolezza della Chiesa in Italia dopo il convegno di Verona?

 

Dal 16 al 20 ottobre 2006 a Verona si è tenuto il IV Convegno Ecclesiale Nazionale "Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo", un avvenimento che ha luogo ogni dieci anni con l'intento di verificare il cammino della Chiesa italiana nelle sue scelte pastorali e di impegno educativo e sociale. Gli italiani che vivono all'estero ne hanno sentito parlare certamente a motivo della partecipazione di Papa Benedetto XVI ad una delle giornate veronesi, che hanno visto la partecipazione di ben 2700 delegati delle diocesi, degli organismi e dei movimenti ecclesiali. Per la prima volta anche gli emigrati italiani erano rappresentati da 20 persone provenienti da diversi paesi dell'Europa, delle Americhe, dell'Africa e dall'Australia, fianco a fianco con 30 immigrati in Italia appartenenti a varie comunità cattoliche. La Fondazione Migrantes, infatti, organismo della Conferenza Episcopale Italiana per la pastorale della mobilità umana, ha ottenuto con il suo impegno di sensibilizzazione che la realtà migratoria fosse pienamente presente a Verona, non solo come tema su cui discutere, ma come esperienza di vita e di fede comunicata da coloro che ne sono i protagonisti.

Seguendo come delegata degli italiani all'estero i lavori del Convegno di Verona mi è parso di cogliere dai vari documenti ed interventi una visione delle migrazioni certamente come grande sfida emergente, che può generare inquietudine e presentare nuove complesse problematiche, ma al tempo stesso come un segno dei tempi che invita alla conversione e ci ricorda la nostra vocazione ed "elezione" come cristiani. Proprio all'apertura del Convegno, nella sua omelia il Vescovo di Verona Mons. Flavio Roberto Carraro, riferendosi alla Prima Lettera di Pietro, leitmotiv delle giornate veronesi, ha detto: "La lettera è rivolta a cristiani di comunità lontane da Roma, piccole e «disperse». (...) «L’elezione» comporta inevitabilmente una «nuova posizione» nel proprio mondo e nel proprio tempo. Possiamo affermare che ci si scopre stranieri proprio dove viviamo. Benché nati e legittimamente iscritti all’anagrafe di un popolo, in seguito al battesimo veniamo automaticamente iscritti all’anagrafe della nuova patria". A queste parole hanno fatto eco altri interventi, tra cui quello di Paola Bignardi sulla prospettiva spirituale del Convegno: "Nell’odierno contesto socio-culturale, i cristiani si sentono estraniati, resi estranei ad un mondo con cui forse si sono troppo identificati e che non c’è più, ma anche provocati da questa situazione a riscoprire la loro natura di stranieri da questo mondo, perché stranieri ad ogni mondo. C’è un percorso di grazia nella realtà attuale: quello che ci porta a riscoprire il paradosso del nostro essere, come cristiani, stranieri pur dentro un mondo in cui siamo cittadini; pur accanto a donne e uomini di cui ci sentiamo fratelli. Il dono di questo tempo è per noi quello di assumere la percezione dell’essere stranieri non come esito di un’espropriazione di identità, ma come frutto di un’identità riscoperta in forma più pura e più profondamente nostra: quella pasquale dell’amore che si dona, assunta e vissuta come fonte di pienezza per tutti".

Nel corso del Convegno tale dimensione di una Chiesa che è tutta migrante non è rimasta solo un suggestivo pensiero spirituale, che non si confronta di fatto con la realtà di una sempre più accentuata mobilità umana, ma è stata declinata spesso nell'invito, ripetuto da diversi relatori, all'accoglienza, al dialogo con le diversità, riconosciute anche come arricchimento. Ha sintetizzato bene questo aspetto Don Michele Morando, responsabile del Centro pastorale per le migrazioni della diocesi di Verona, nella sua riflessione spirituale proposta all'intera assemblea del Convegno: "Nella situazione, poi, di forti migrazioni, che caratterizza il nostro tempo e segna anche il nostro paese, la conversione richiesta alle nostre comunità è quella di trasformare la paura del diverso in disponibilità ad arricchirsi della diversità, di mutare il pregiudizio in incontro, il sospetto in dialogo, la noncuranza, in solidarietà accogliente. (...) Dobbiamo interrogarci se, in questo nostro compito di testimonianza, non possiamo trovare degli “alleati inattesi”. Ci sono in mezzo a noi, uomini e donne di differenti popoli e culture, che nelle loro tradizioni religiose o in una fede espressa con linguaggi nuovi cantano con semplicità le “meraviglie di Dio”. (...) Non può essere un “kairòs” carico di speranza il dono che essi ci offrono e la domanda che essi sollevano?".

Nei vari temi considerati dal Convegno - la vita affettiva, il lavoro e la festa, la trasmissione della fede, le vecchie e nuove fragilità e povertà, la cittadinanza - le migrazioni sono via via apparse sempre nel duplice aspetto di sfida problematica e di segno dei tempi carico di significati anche positivi per i credenti. Se in passato nel linguaggio dei cattolici italiani ha prevalso soprattutto l'idea che i migranti fossero un'emergenza o una categoria da assistere, rimane da vedere se negli sviluppi futuri del Convegno di Verona prenderanno forza questi nuovi accenti.

Da parte nostra, come migranti italiani, possiamo continuare a dare il nostro contributo alle Chiese locali in cui viviamo e alla Chiesa in Italia, testimoniando con la vita che l'emigrazione ha un senso nel progetto di Dio in vista della nascita di una nuova umanità riconciliata. (Luisa Deponti-CSERPE  Basilea/Inform)


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