MIGRAZIONI
"Siamo tutti migranti"
Una nuova consapevolezza della Chiesa
in Italia dopo il convegno di Verona?
Dal 16 al 20 ottobre
Seguendo come delegata degli italiani
all'estero i lavori del Convegno di Verona mi è parso di cogliere dai vari documenti
ed interventi una visione delle migrazioni certamente come grande sfida emergente,
che può generare inquietudine e presentare nuove complesse problematiche, ma
al tempo stesso come un segno dei tempi che invita alla conversione e ci ricorda
la nostra vocazione ed "elezione" come cristiani. Proprio all'apertura
del Convegno, nella sua omelia il Vescovo di Verona Mons. Flavio Roberto Carraro,
riferendosi alla Prima Lettera di Pietro, leitmotiv delle giornate veronesi,
ha detto: "La lettera è rivolta a cristiani di comunità lontane da Roma,
piccole e «disperse». (...) «L’elezione» comporta inevitabilmente una «nuova
posizione» nel proprio mondo e nel proprio tempo. Possiamo affermare che ci
si scopre stranieri proprio dove viviamo. Benché nati e legittimamente iscritti
all’anagrafe di un popolo, in seguito al battesimo veniamo automaticamente iscritti
all’anagrafe della nuova patria". A queste parole hanno fatto eco altri
interventi, tra cui quello di Paola Bignardi sulla prospettiva spirituale del
Convegno: "Nell’odierno contesto socio-culturale, i cristiani si sentono
estraniati, resi estranei ad un mondo con cui forse si sono troppo identificati
e che non c’è più, ma anche provocati da questa situazione a riscoprire la loro
natura di stranieri da questo mondo, perché stranieri ad ogni mondo. C’è un percorso di grazia nella
realtà attuale: quello che ci porta a riscoprire il paradosso del nostro essere,
come cristiani, stranieri pur dentro un mondo in cui siamo cittadini; pur accanto
a donne e uomini di cui ci sentiamo fratelli. Il dono di questo tempo è per
noi quello di assumere la percezione dell’essere stranieri non come esito di
un’espropriazione di identità, ma come frutto di un’identità riscoperta in forma
più pura e più profondamente nostra: quella pasquale dell’amore che si dona,
assunta e vissuta come fonte di pienezza per tutti".
Nel corso del Convegno tale dimensione
di una Chiesa che è tutta migrante non è rimasta solo un suggestivo pensiero
spirituale, che non si confronta di fatto con la realtà di una sempre più accentuata
mobilità umana, ma è stata declinata spesso nell'invito, ripetuto da diversi
relatori, all'accoglienza, al dialogo con le diversità, riconosciute anche come
arricchimento. Ha sintetizzato bene questo aspetto Don Michele Morando, responsabile
del Centro pastorale per le migrazioni della diocesi di Verona, nella sua riflessione
spirituale proposta all'intera assemblea del Convegno: "Nella situazione,
poi, di forti migrazioni, che caratterizza il nostro tempo e segna anche il
nostro paese, la conversione richiesta alle nostre comunità è quella di trasformare
la paura del diverso in disponibilità ad arricchirsi della diversità, di mutare
il pregiudizio in incontro, il sospetto in dialogo, la noncuranza, in solidarietà
accogliente. (...) Dobbiamo interrogarci se, in questo nostro compito di testimonianza,
non possiamo trovare degli “alleati inattesi”. Ci sono in mezzo a noi, uomini
e donne di differenti popoli e culture, che nelle loro tradizioni religiose
o in una fede espressa con linguaggi nuovi cantano con semplicità le “meraviglie
di Dio”. (...) Non può essere un “kairòs”
carico di speranza il dono che essi ci offrono e la domanda che essi sollevano?".
Nei vari temi considerati dal Convegno
- la vita affettiva, il lavoro e la festa, la trasmissione della fede, le vecchie
e nuove fragilità e povertà, la cittadinanza - le migrazioni sono via via apparse
sempre nel duplice aspetto di sfida problematica e di segno dei tempi carico
di significati anche positivi per i credenti. Se in passato nel linguaggio dei
cattolici italiani ha prevalso soprattutto l'idea che i migranti fossero un'emergenza
o una categoria da assistere, rimane da vedere se negli sviluppi futuri del
Convegno di Verona prenderanno forza questi nuovi accenti.
Da parte nostra, come migranti italiani,
possiamo continuare a dare il nostro contributo alle Chiese locali in cui viviamo
e alla Chiesa in Italia, testimoniando con la vita che l'emigrazione ha un senso
nel progetto di Dio in vista della nascita di una nuova umanità riconciliata.
(Luisa Deponti-CSERPE Basilea/Inform)