MISSIONARI ITALIANI
Nello Ruffaldi
(Brasile) consigliere del Consiglio indigenista missionario : “Il missionario
vede Dio negli indios e vuole condividere la sua esperienza con loro”
“Va valorizzata
la peculiarità degli indios, ricchezza per tutta la Chiesa”
BELEM - “Non siamo qui per difendere la terra; c’è già chi la abita da sempre e la difende, pure con molte sofferenze e ostacoli. Siamo qui per offrire risposte concrete alle prime necessità dei popoli nativi e, quindi, naturalmente il diritto alla terra, senza la quale non ci può essere la vita”. La voce di padre Nello Ruffaldi, missionario del Pime e consigliere del Consiglio indigenista missionario (Cimi), arriva limpida al telefono dalla redazione del ‘Mensageiro’, rivista dedicata ai popoli indigeni con sede a Belém, nello stato amazzonico di Pará.
Non è semplice descrivere in poche frasi il senso del servizio missionario tra i popoli nativi, ma padre Nello riesce ad essere molto chiaro: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza”. Questo passaggio del Vangelo di Giovanni (10:10) riassume in sé tutta la nostra missione. Il servizio missionario con i popoli indigeni promuove il diritto alla vita, in tutti i suoi aspetti: il rispetto delle culture e delle religioni tradizionali, il diritto alla salute, alla preservazione dell’ambiente, alla valorizzazione delle conoscenze dei nativi...”.
Il Parà è ancora oggi una delle aree più conflittuali del Brasile: la lotta per il possesso della terra, il saccheggio delle risorse naturali, il cosiddetto ‘agro-negocio’, ovvero lo sviluppo agricolo su scala industriale, lo sfruttamento abusivo del legname, l’apertura illegale e l’allargamento di nuovi latifondi, il possesso arbitrario di terre (‘grilagem’), il lavoro in forma di schiavitù sono alcuni dei fenomeni che ancora oggi restano largamente impuniti. “Le politiche economiche neoliberali hanno favorito l’interesse di pochi per un guadagno immediato che comporta la distruzione di questa riserva verde, l’Amazzonia, patrimonio di tutti. Le grandi aziende agricole nazionali e internazionali piantano soia o eucaliptus per la cellulosa, monocolture che distruggono la bio-diversità, impoveriscono il terreno e uccidono le colture autoctone” spiega padre Nello. “In questo contesto, gli indigeni sono depredati delle loro terre, ma anche delle loro conoscenze. Il sapere nativo è vittima della bio-pirateria, i nomi autoctoni di piante e frutti vengono registrati da società estere che addirittura ne reclamano il copyright. L’Amazzonia rischia di sembrare un immenso giacimento di ricchezze infinite, un mercato in cui tutti vengono a prendersi quello che vogliono per trarne un profitto...”.
Di fronte a queste sfide, i missionari aiutano i popoli indigeni a preservare e difendere la loro identità e rivendicare il diritto alla sopravvivenza: “È questa la grande differenza tra la missione di un tempo e quella disegnata dopo il Concilio Vaticano II, quando in Brasile nacque il Consiglio indigenista missionario (Cimi) – spiega ancora padre Nello -. Il missionario non fa proselitismo, ha visto Dio negli indios e ha voluto condividere la sua esperienza con loro, insegna e impara a sua volta, dialoga, evangelizza ed è evangelizzato. Questa è anche l’eredità che ci ha lasciato dom Franco Masserdotti, già presidente del Cimi, scomparso recentemente in un incidente stradale, in nome dei popoli che amava. Gli indios non hanno bisogno del nostro modo di pregare, del nostro modo di essere sacerdoti, va invece valorizzata la loro peculiarità che è una ricchezza per tutta la Chiesa. Cattolico, ricordiamolo, significa pluralista, universale...”. (Francesca Belloni-Misna)
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