INFORM - N. 196 - 19 ottobre 2006


STAMPA PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO

Editoriale di Aldo Lorigiola su “Il Canguro” (Anea)

Sostanza e accidenti in materia di cittadinanza

 

PADOVA - C’è un motivo per esibire la lettera con la quale, verso la fine degli anni ‘50, il ministro federale australiano per l’Immigrazione inviava a tutti (proprio a  tutti) i nuovi arrivati invitandoli ad assumere, appena possibile, la cittadinanza del loro nuovo Paese. Era ormai stato bandito l’uso del termine “immigrati”, ritenuto improprio, se non addirittura offensivo, per gente che aveva risposto positivamente e con entusiasmo alla chiamata di divenire parte del colossale sviluppo di un ricchissimo Paese-continente praticamente spopolato.

Allo schiudersi degli anni ’50, l’Australia era ferma  a 7-8 milioni di abitanti. Validissime ragioni di geopolitica, come è noto, avevano consigliato le sue forze politiche a disegnare e adottare un efficace progetto di popolamento mediante una massiccia immigrazione “bianca” dall’Europa appena uscita malconcia dalla guerra. Per quanto “massiccia”, l’immigrazione era “gestita” fin dalla scelta di ogni candidato (identità personale, salute, capacità lavorative, progetti e, con discrezione, affiliazione politica, da scoprire magari per vie traverse). Per questa ragione aveva aperto uffici di reclutamento in diversi Paesi europei. Per l’Australia l’immigrazione non era un’avventura subita, ma un progetto ben studiato,  voluto e seguito attentamente. L’avventura sarebbe avvenuta più tardi, durante il processo di assestamento dei nuovi arrivati, di sperimentazione fra assimilazione e integrazione, di formazione di una nuova identità nazionale che si allontanava gradualmente, quasi senza accorgersene, dal sentirsi in maniera ferrea britannica. Ma i valori di fondo rimanevano gli stessi. Si lasciava condurre, pur con qualche apprensione, ad assumere le caratteristiche  proprie di una nazione moderna,  con valori tutti suoi, acquisiti con il concorso di decine e decine di nuove etnie insediatesi nel suo territorio, convinte di trovarsi a casa propria. Casa, comunque , europea, bianca, liberale, per la maggioranza, e in maniera multiforme, cristiana. Si capisce, quindi, come questo Paese, volendo e scegliendo i suoi immigrati, li seguisse passo passo, uno per uno; mettesse a loro disposizione ogni mezzo, con iniziative mirate e molto costose (soprattutto per l’apprendimento della lingua inglese, per la conoscenza dei valori nazionali, per la riqualificazione professionale, per l’interagire  con  altri gruppi etnici). Il fine era quello di farli sentire al più presto cittadini della nuova terra, cioè, in casa propria. E qui arrivava l’invito individuale da parte del ministro dell’Immigrazione a chiedere la cittadinanza australiana, ancora prima che scadesse il termine di attesa e di preparazione stabilito per legge, inizialmente, in cinque anni, ridotti poi a tre e infine a due.

Ma nel frattempo, caduta la clausola “bianca” degli immigrati, principalmente per l’assottigliarsi dell’offerta di mano d’opera europea , le porte dell’immigrazione furono aperte ai paesi asiatici, a quelli mediorientali e latinoamericani, sempre lungo il binario di quote stabilite annualmente dal governo. In un giro di pochi anni, tuttavia, l’Australia ha visto mutare il percorso di integrazione di una sostanziale fetta dei suoi nuovi arrivati e quindi anche il processo della loro maturazione per l’acquisto della cittadinanza australiana, che aveva fortunatamente ormai perso la qualifica di “British Subject”. Mutare percorso  integrativo ha voluto dire mescolare  un multiculturalismo europeo e occidentale con  un multiculturalismo asiatico e mediorientale. E qui la politica del multiculturalismo è entrata in crisi, perché sono stati messi in discussione i fondamentali valori occidentali che avevano costruito e ancora costruiscono il Paese.

Dove finisce allora la maturazione per l’acquisizione della cittadinanza e quanto dura il tempo di maturazione? E’ il tormento dell’Australia di oggi che ha da qualche tempo in parlamento un disegno di legge teso ad allungare l’attesa ( da due a tre anni), ora aggiornato a quattro. Non farebbe meraviglia se ritornasse ai cinque di quasi sessanta anni fa o addirittura superarli, poiché non sembrano bastare il solo numero di anni né la concessione di un riconoscimento formale, qual’ è la cittadinanza, ad integrare gente esterna in una comunità.  Mi sfugge se l’attuale Ministro dell’Immigrazione invii ancora, con lettera personale, l’invito che Athol Townley aveva fatto pervenire nel  luglio1956 ad un nostro tesserato, il quale, e noi con lui, ha pensato di usarla a mo’ di contributo  della nostra associazione nel vivacissimo dibattito  sulla cittadinanza da conseguire (gratis et amore dei?) dai nuovi arrivati in Italia, grazie ad una immigrazione distrattamente subita e generalmente poco voluta. (Aldo Lorigiola- Il Canguro, settembre 2006/Inform)


Vai a: