STAMPA
PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO
Editoriale
di Aldo Lorigiola su “Il Canguro” (Anea)
Sostanza e accidenti in materia di cittadinanza
PADOVA - C’è un motivo per esibire la lettera con la
quale, verso la fine degli anni ‘50, il ministro federale australiano per l’Immigrazione
inviava a tutti (proprio a tutti) i nuovi
arrivati invitandoli ad assumere, appena possibile, la cittadinanza del loro
nuovo Paese. Era ormai stato bandito l’uso del termine “immigrati”, ritenuto
improprio, se non addirittura offensivo, per gente che aveva risposto positivamente
e con entusiasmo alla chiamata di divenire parte del colossale sviluppo di un
ricchissimo Paese-continente praticamente spopolato.
Allo schiudersi degli anni ’50, l’Australia era ferma
a 7-8 milioni di abitanti. Validissime ragioni di geopolitica, come è
noto, avevano consigliato le sue forze politiche a disegnare e adottare un efficace
progetto di popolamento mediante una massiccia immigrazione “bianca” dall’Europa
appena uscita malconcia dalla guerra. Per quanto “massiccia”, l’immigrazione
era “gestita” fin dalla scelta di ogni candidato (identità personale, salute,
capacità lavorative, progetti e, con discrezione, affiliazione politica, da
scoprire magari per vie traverse). Per questa ragione aveva aperto uffici di
reclutamento in diversi Paesi europei. Per l’Australia l’immigrazione non era
un’avventura subita, ma un progetto ben studiato, voluto e seguito attentamente. L’avventura sarebbe
avvenuta più tardi, durante il processo di assestamento dei nuovi arrivati,
di sperimentazione fra assimilazione e integrazione, di formazione di una nuova
identità nazionale che si allontanava gradualmente, quasi senza accorgersene,
dal sentirsi in maniera ferrea britannica. Ma i valori di fondo rimanevano gli
stessi. Si lasciava condurre, pur con qualche apprensione, ad assumere le caratteristiche
proprie di una nazione moderna, con
valori tutti suoi, acquisiti con il concorso di decine e decine di nuove etnie
insediatesi nel suo territorio, convinte di trovarsi a casa propria. Casa, comunque
, europea, bianca, liberale, per la maggioranza, e in maniera multiforme, cristiana.
Si capisce, quindi, come questo Paese, volendo e scegliendo i suoi immigrati,
li seguisse passo passo, uno per uno; mettesse a loro disposizione ogni mezzo,
con iniziative mirate e molto costose (soprattutto per l’apprendimento della
lingua inglese, per la conoscenza dei valori nazionali, per la riqualificazione
professionale, per l’interagire con altri gruppi etnici). Il fine era quello di
farli sentire al più presto cittadini della nuova terra, cioè, in casa propria.
E qui arrivava l’invito individuale da parte del ministro dell’Immigrazione
a chiedere la cittadinanza australiana, ancora prima che scadesse il termine
di attesa e di preparazione stabilito per legge, inizialmente, in cinque anni,
ridotti poi a tre e infine a due.
Ma nel frattempo, caduta la clausola “bianca” degli immigrati,
principalmente per l’assottigliarsi dell’offerta di mano d’opera europea , le
porte dell’immigrazione furono aperte ai paesi asiatici, a quelli mediorientali
e latinoamericani, sempre lungo il binario di quote stabilite annualmente dal
governo. In un giro di pochi anni, tuttavia, l’Australia ha visto mutare il
percorso di integrazione di una sostanziale fetta dei suoi nuovi arrivati e
quindi anche il processo della loro maturazione per l’acquisto della cittadinanza
australiana, che aveva fortunatamente ormai perso la qualifica di “British Subject”.
Mutare percorso integrativo ha voluto
dire mescolare un multiculturalismo europeo
e occidentale con un multiculturalismo asiatico e mediorientale.
E qui la politica del multiculturalismo è entrata in crisi, perché sono stati
messi in discussione i fondamentali valori occidentali che avevano costruito
e ancora costruiscono il Paese.
Dove finisce allora la maturazione per l’acquisizione
della cittadinanza e quanto dura il tempo di maturazione? E’ il tormento dell’Australia
di oggi che ha da qualche tempo in parlamento un disegno di legge teso ad allungare
l’attesa ( da due a tre anni), ora aggiornato a quattro. Non farebbe meraviglia
se ritornasse ai cinque di quasi sessanta anni fa o addirittura superarli, poiché
non sembrano bastare il solo numero di anni né la concessione di un riconoscimento
formale, qual’ è la cittadinanza, ad integrare gente esterna in una comunità.
Mi sfugge se l’attuale Ministro dell’Immigrazione invii ancora, con lettera
personale, l’invito che Athol Townley aveva fatto pervenire nel luglio1956 ad un nostro tesserato, il quale,
e noi con lui, ha pensato di usarla a mo’ di contributo della nostra associazione nel vivacissimo dibattito
sulla cittadinanza da conseguire (gratis et amore dei?) dai nuovi arrivati
in Italia, grazie ad una immigrazione distrattamente subita e generalmente poco
voluta. (Aldo Lorigiola- Il Canguro, settembre 2006/Inform)