TAMPA
ITALIANA ALL’ESTERO
Il “Corriere d’Italia” di Francoforte incontra
Emanuele Crialese
E’ il vincitore con “Nuovomondo” del Leone
D’Argento-Rivelazione alla Mostra di Venezia
FRANCOFORTE - Premiato alla recente Mostra del cinema
di Venezia con un “Leone d’argento rivelazione”, appositamente istituito dalla
giuria, il regista Emanuele Crialese racconta nel film Nuovomondo una storia
classica di emigrazione.
All’inizio del Novecento i Mancuso, una famiglia siciliana
guidata da Salvatore con al seguito l’anziana madre e tre figli, si imbarca
verso l’America, paese di sogno, per sfuggire alla miseria della terra natia.
Al termine del loro faticoso viaggio i poveri contadini
di Nuovomondo sbarcano a Ellis Island, l’isoletta di fronte a New York, una
sorta di dogana-lager dove sono tenuti in quarantena e sottoposti ad umilianti
test per conquistarsi il diritto di entrare finalmente nella tanto sognata America.
Col film precedente, intitolato Respiro e distribuito
anche in Germania (col titolo Lampedusa), Crialese si è fatto conoscere e apprezzare
dal pubblico, oltre che dai critici, rivelandosi una delle migliori promesse
della cinematografia italiana. Ora con Nuovomondo si è confermato una realtà
di notevole spessore. Al regista abbiamo rivolto alcune domande sul film premiato
a Venezia.
Crialese, quando è nata l’idea di un film sull’emigrazione
italiana verso l’America?
L’idea era nata parecchi anni fa quando ancora risiedevo
a New York. Avevo trovato un finanziamento e girato del materiale per un documentario,
ma poi quel progetto è rimasto fermo alcuni anni. Adesso l’ho ripreso e concluso.
Dove avete girato le riprese?
Le scene iniziali, quelle prima della partenza, in Sicilia.
Le scene relative al viaggio e all’arrivo le ho girate in Argentina ricreando
Ellis Island nell’Hotel degli Immigrati nel porto di Buenos Aires.
Un aspetto che colpisce del film è la visione poco realistica
e molto onirica, direi metaforica. L’America viene evocata dai protagonisti
come un paradiso di benessere in cui tutto è grandioso e meraviglioso (ortaggi
enormi, piante su cui crescono monete, fiumi di latte). Come mai?
Al realismo preferisco il mito, che lascia più spazio
all’immaginazione. Dietro il viaggio di Salvatore Mancuso e della sua famiglia
io vedo il passaggio epocale dall’uomo antico a quello moderno. È questo che
in questo film ho voluto raccontare.
Ma ci sono elementi di realtà storica?
Certamente. Sono assolutamente veri e documentati i test
di intelligenza e attitudinali cui venivano sottoposti gli immigrati per poter
ottenere il visto. Di fatto gli immigrati erano utilizzati come cavie per studi
di eugenetica. Venivano catalogati in base all’intelligenza e alla percentuale
di “negritudine”: chi ne aveva di più era considerato più adatto per i lavori
di fatica.
E chi aveva qualche handicap o malattia, come uno dei
figli di Salvatore Mancuso, il protagonista della storia raccontata?
Veniva rimpatriato all’istante, come accade appunto al
figlio sordomuto. Solamente coloro che erano ritenuti perfettamente sani potevano
varcare le porte del “nuovo mondo”. Migliaia di persone furono sterilizzate
per evitare che si riproducessero.
Ma questa selezione così feroce riguardava tutti o c’erano
distinzioni?
Non riguardava i ricchi. Per i passeggeri della prima
classe l’ingresso era libero e senza problemi. Le donne, come si vede bene nel
mio film, potevano entrare solo se erano sposate o accompagnate da un uomo della
famiglia. Ellis Island era piena di chiese proprio per celebrare matrimoni improvvisati.
Si temeva che le donne sole si sarebbero poi date alla prostituzione.
C’è un insegnamento che possiamo desumere da Nuovomondo
valido per l’immigrazione nell’Italia di oggi?
Il mio non è un film politico o sociale. Ma credo sia
utile riflettere su come furono trattati i nostri antenati cent’anni fa da chi
si riteneva detentore della civiltà. Come è noto, noi italiani abbiamo un record
in quanto a emigrazione. In venti milioni abbiamo lasciato il nostro paese per
andare all’estero mescolandoci con altre popolazioni. Bisogna riflettere di
più su quello che ciò ha significato per noi e bisogna accogliere oggi gli immigrati
nel nostro Paese: non sono criminali, ma solo gente che vuole lavorare.
Lei stesso è espatriato per andare a vivere a New York.
Qual è il Suo rapporto con l’Italia?
Ma è proprio all’estero che è nata l’identità degli italiani.
Io non ho vissuto esperienze drammatiche come i protagonisti del film, ma stando
fuori ho cominciato a pensare al mio paese e ho scoperto la mia identità di
italiano. (Gherardo Ugolini-Corriere d’Italia/Inform)