I giovani tra
integrazione e multiculturalismo. Un convegno a Padova
Generazione Glocal
Mobilità e informatica hanno mutato i rapporti sociali.
I giovani sono protagonisti di una rivoluzione epocale. Ma devono essere orientati
a cogliere le opportunità migliori.
Anticipiamo l’articolo che sarà pubblicato sul numero
di novembre del “Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero”.
PADOVA – “Le nuove generazioni
in un mondo globalizzato di fronte alle sfide dell’integrazione”. È questo il
tema di un importante convegno di studio svoltosi a Padova, organizzato dal
Messaggero di sant’Antonio-edizione italiana per l’estero e dal Sodalizio Abruzzese
Molisano di Padova, con la collaborazione del Club Ignoranti, l’Associazione
Bellunesi nel Mondo di Padova, e con il patrocinio della Regione del Veneto
– rappresentata dal dirigente del Dipartimento dei Flussi migratori, Egidio
Pistore –, della Regione Abruzzo, del Comune di Padova e delle Province di Padova
e Belluno. Numerose le associazioni d’emigrazione e culturali coinvolte nell’iniziativa
anche in virtù della stringente attualità del tema trattato.
Da un recente sondaggio
su un campione di 1300 giovani tra i 16 e i 30 anni, è emerso che il 35,5% definisce
la globalizzazione come il “governo dei Paesi ricchi sul resto del mondo”; il
24% come “il primato dell’economia sulla politica”; il 18% come “una maggiore
possibilità di comunicare con tutti”. L’11% del campione ritiene che la globalizzazione
offra maggiori possibilità di trovare lavoro; il 16,7% che dia “maggiore ricchezza
e benessere”; mentre il 17% che “produca insicurezza e inquietudine”.
Il problema di fondo
è come ognuno di noi si sa adattare a questo nuovo fenomeno. L’informatica,
e non solo, ha intaccato le categorie del tempo e dello spazio, ha detto Piero
Bassetti, presidente dell’Associazione Globus et Locus. Genitori, istituzioni
scolastiche, ecc. hanno spesso una sensibilità verso il glocale, inferiore a
quella che hanno i giovani, “i quali, invece, viaggiano, fanno stage all’estero,
comunicano con sms ed e-mail – ha ribadito Bassetti –. I giovani del terzo millennio
rifiutano le tradizioni, sono più condizionati dalle tematiche globali che da
quelle locali; hanno una dimensione dell’istante, del presente; hanno bisogno
di coltivare nuovi immaginari che accomunino il mondo globalizzato con quello
locale”.
Questi scenari fanno
paura ai giovani oppure evocano in loro speranze? Dove ci sono carenze educative,
la globalizzazione spaventa, sostengono gli studiosi. Tra le classi agiate,
invece, la globalizzazione è vista dai giovani come un’opportunità di crescita
e di sviluppo. Ma bisogna convincere i giovani che “la globalizzazione è un’occasione
per tutti – ha concluso Bassetti –, e occorre educarli ai valori condivisi soprattutto
perché la globalizzazione rompe il concetto di Stato-Nazione”. Questo vale,
in particolare, per i 250 milioni di italici che vivono in tutto il mondo e
che condividono valori, interessi, costumi, identità culturale. Essi stessi
possono fare da catalizzatore.
Il professor Vincenzo
Corsi, sociologo dell’Università di Chieti, intervenendo sull’argomento
del conflitto generazionale, ha rilevato che questo, sul terreno giovanile,
nasce dalla divergenza di scopi e obiettivi tra adulti e giovani, spesso in
condizioni di scarsità di ideali e di strumenti culturali. Tali conflitti possono
anche essere latenti. “La diversità intergenerazionale – ha sottolineato Corsi
– produce una successione di generazioni che induce, a sua volta, un cambiamento
di valori e di culture, e quindi un mutamento della società”. Quello della crescita
è un processo che porta all’acquisizione, da parte di ogni nuova generazione,
di valori e competenze tipici dell’età adulta: lavoro, impegno sociale e politico,
vita familiare. E in ogni generazione ci sono differenze nel modo in cui vengono
interiorizzati e fatti propri i valori sociali. Ma le generazioni non sono al
loro interno omogenee. “A partire dagli anni Ottanta – ha rammentato Corsi –
Il professor Gioachino
Bratti, presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, ha affermato che
l’esperienza dei giovani oriundi ha insegnato all’associazionismo tradizionale
quanto i giovani abbiano necessità di conseguire, in tempi brevi, risultati
e obiettivi. Ma questo, a volte, collide con i tempi lunghi con cui le associazioni
elaborano e realizzano strategie e progetti. Oggi i giovani si sentono cittadini
del mondo e si mobilitano con entusiasmo quando sentono parlare di giustizia,
pace, ambiente, ecc., ma tendono a percepire le associazioni come un limite.
Perciò le associazioni devono saper recepire questi cambiamenti generazionali,
e utilizzarli come motori propulsivi per un nuovo capitolo della loro storia
e attività.
Anche la politica può
avere un ruolo, come ha ricordato Ivano Foch, presidente del Club Ignoranti
di Padova. I giovani si fanno difficilmente attrarre dalla politica, ma chi
si fa carico dei problemi della società, resta poi affascinato e lo fa con entusiasmo
e passione.
Appassionante la testimonianza
di Nadia Malavasi, fondatrice dell’Associazione Thalidomidici italiani,
sulle conseguenze che questo farmaco ha avuto in passato sulla popolazione mondiale,
e sul fatto che oggi sia ancora utilizzato in ambito terapeutico pur senza un’adeguata
informazione, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Ed è sulle giovani generazioni
che occorre puntare affinché l’attenzione verso la salute e il rispetto dei
diritti fondamentali di ogni individuo non venga sacrificata a interessi di
parte.
La giovane avvocata
Cinzia Fuggetti ha lanciato una provocazione: “Oggi la vera sfida è lavorare
insieme. I giovani vogliono regole e strumenti operativi così come gli adulti
li hanno avuti in passato quando erano a loro volta giovani. Le nuove generazioni
stanno cercando di orientarsi in un mondo che cambia velocemente. Magari comunicano
in un nanosecondo via internet ma hanno perso pezzi della loro storia, del loro
patrimonio culturale”. Fuggetti ha rilevato che ai giovani non piace essere
“gestiti in una società in cui il concetto di democrazia, e quindi di partecipazione,
è spesso solo un’etichetta di facciata”. Serve il coraggio di guardare alla
società e alla vita con occhi disincantati, compiendo percorsi anche lontani
dalle rotte tradizionali: il mondo non è solo quello delle copertine patinate
dei giornali, ma anche quello dei vicoli di Baghdad e del Cairo, o quello degli
accampamenti dei beduini laddove deve avvenire davvero il confronto di culture
diverse senza l’arrogante presunzione, da parte di nessuno, di possedere il
primato della civiltà.
Antonella Spada del Servizio Volontario Internazionale ha posto l’accento
sull’importanza dell’impegno sociale dei giovani. Forte della sua esperienza
in Ecuador con un’Organizzazione non governativa, Spada ha ribadito che è importante
guardare oltre ogni estremismo: la globalizzazione ci mette di fronte a sfide
urgenti anche a livello interculturale. E questa capacità di dialogo può trovare
alimento nella vitalità, nell’effervescenza e nell’energia che i giovani esprimono.
Dal canto suo, don
Gigetto De Bortoli, presidente del Ceis-Integra di Belluno, riferendosi
alla propria esperienza, ha aggiunto che nell’ambito dell’impegno sociale, una
delle sfide decisive è quella dell’integrazione. Le migrazioni ci impongono
di imparare ad ascoltare chi è diverso da noi, costruendo quel senso di appartenenza
civica e solidale che fa di una società un mondo aperto, culturalmente più ricco,
“capace di garantire unità, parità, reciprocità e libertà”.
Gli ha fatto eco Cristiano
Caltabiano, responsabile scientifico dell’IREF di Roma, che ha evidenziato
il bisogno sempre più diffuso tra i giovani, di maturare esperienze nell’ambito
del volontariato, anche all’interno di organizzazioni internazionali. Il volontariato
è visto come occasione di conoscenza, come canale d’informazione. La partecipazione
è un’opportunità. Il volontariato non è in flessione: ha cambiato i modi in
cui si esprime anche perché la forbice della gioventù, come età anagrafica,
si è allargata.
Concludendo i lavori
del convegno, il giornalista Edoardo Pittalis, vicedirettore del quotidiano
Il Gazzettino, ha sottolineato il valore del meticciato: chi rifiuta
il multiculturalismo e il dialogo, teme di confrontarsi. La dilagante indifferenza
che ha inquinato molti ambiti della vita sociale, sconfina spesso in un cinico
egoismo. “Occorre, dunque, fare memoria senza vergognarsi di ciò che siamo,
o siamo stati; occorre rispettare le regole, ricostruire una politica della
solidarietà; puntare su un’informazione pluralista che combatta l’ignoranza”.
È questa la migliore eredità che possiamo lasciare ai giovani. (Alessandro Bettero-Messaggero di sant’Antonio/Inform)