INFORM - N. 185 - 4 ottobre 2006


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Su “Tribuna Italiana” del 4.10.2006 l’editoriale del direttore Marco Basti

Rete consolare

A Buenos Aires è sospeso da anni l’inizio di nuove pratiche di riconoscimento della cittadinanza

 

BUENOS AIRES - Nelle ultime settimane, con crescente partecipazione, il problema della rete consolare italiana, viene messo in evidenza in Italia da vari protagonisti, a partire, naturalmente, dai parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero, che in quanto residenti all’estero, conoscono bene le difficoltà, le attese, le lungaggini che devono affrontare ogni giorno gli italiani che risiedono all’estero, per sbrigare le loro pratiche nei consolati italiani in tutto il mondo.

Un problema che col passare degli anni e dei governi è diventato sempre più grave, coinvolgendo oggi aree che una volta erano ben servite, come era il caso di alcuni Paesi europei, ma che da queste parti, cioè in Argentina e in altri Paesi dell’America latina, soffrono carenze croniche.

I vari protagonisti del dibattito, che sicuramente verrà a galla anche nell’assemblea plenaria del CGIE che da oggi si riunisce a Roma, hanno messo in evidenza vari aspetti della questione. Infatti, quello della rete o del servizio consolare in genere, è un argomento che coinvolge numerose problematiche dell’Italia e delle comunità italiane all’estero.

Un primo problema lo registra l’Italia, in quanto Paese sviluppato, civile, potenza economica e culturale, soffre un danno alla sua immagine, perché le famose file nelle sedi dell’America del Sud, ma non solo, e l’insufficienza del personale non parlano del suo poderoso sviluppo degli ultimi decenni, ma di una Italietta  che stenta a cambiare, a trattare gli italiani all’estero da cittadini e non da sudditi o... coloniali.

C’è inoltre il problema dell’Anagrafe e delle insufficienze per mantenere aggiornato e affidabile il registro degli italiani residenti all’estero, anche se in questo caso, bisogna ricordare che i cittadini residenti all’estero hanno l’obbligo di notificare il proprio indirizzo, così come i cambiamenti di stato civile. Un obbligo che per molti anni è stato reso inoperabile - almeno in Argentina, perché i consolati erano - e sono ancora - sempre lontani per la stragrande maggioranza dei connazionali che risiedono in questo Paese.

E arriviamo al nocciolo della questione che, non perché conosciuto da decenni, è cambiato un granché.  L’Argentina è un Paese che ha un territorio quasi dieci volte più grande dell’Italia e in esso risiede la comunità italiana più numerosa fuori dall’Europa. A causa delle ricorrenti crisi sociali ed economiche, negli ultimi decenni il numero dei discendenti che hanno chiesto il riconoscimento della cittadinanza è aumentato notevolmente, mentre la rete consolare e il numero degli addetti sono aumentati in misura molto minore, e certamente insufficiente.

Il caso più grave per la quantità di cittadini coinvolti è quello di Buenos Aires, ufficio nel quale è sospeso da anni l’inizio di nuove pratiche di riconoscimento della cittadinanza. Vengono accettate solo quelle di quanti hanno già un fascicolo aperto a nome di un ascendente. L’ufficio di Buenos Aires registra il più alto numero di cittadini italiani residenti in una circoscrizione consolare italiana al mondo. In altre parole, si tratta, per il numero di cittadini italiani registrati di una città come Trieste. Per dare servizio consolare a  tutte queste persone, il Consolato generale dispone di una cinquantina di addetti. Nel suo lavoro il Consolato generale, è aiutato dai Vice consoli onorari di Campana, Moreno, Tres de Febrero e San Isidro. In quest’ultimo sono registrati oltre quarantamila cittadini italiani, numero superiore a quanti sono registrati nelle agenzie consolari di prima categoria di Lomas de Zamora o di Moron. La differenza tra queste e i Vice consolati onorari è che in queste sedi ci sono uno o più funzionari di carriera che vengono dall’Italia e possono firmare tutte le pratiche. Sono un vero e proprio sportello di servizio. Invece i Vice consoli onorari, oltre a pagare di tasca propria gli impiegati necessari per ricevere i connazionali, pur registrando ogni pratica e mantenendo - con le responsabilità che comportano - tutti gli incartamenti di ogni cittadino residente nella  propria zona, nei fatti raccolgono tutti gli elementi per portarli alla sede consolare di riferimento, per conto dei cittadini che vi si rivolgono, perché in essa si svolga la pratica. Una volta che questa è conclusa, riportano indietro tutto e consegnano i documenti richiesti ai cittadini. Questi volenterosi e sacrificati vice consoli onorari, sono di grande aiuto non solo a Buenos Aires ma anche nell’interno, dove le distanze si contano a centinaia di chilometri dalla sede consolare e dove il personale dei consolati è generalmente insufficiente.

Nelle ultime settimane si è parlato anche di come far  fronte a questa carenza, che in partenza era dovuta alla politica di distacco dell’Italia dai suoi emigrati e oggi è frutto della politica di anni di tagli dei fondi del ministero degli Esteri, che ha  - come è noto - una tra le più esigue percentuali del bilancio dello Stato, così come il suo è fra i più bassi dei bilanci del ministero degli Esteri dei Paesi più sviluppati. Inoltre ha una delle reti consolari, pur se inefficiente, tra le più estese al mondo.

Il sen. Pallaro ne ha parlato con il premier Prodi, l’on. Angeli lo ha detto in una intervista della quale diamo notizia a pagina 10 e anche altri parlamentari dall’estero hanno parlato della questione. Si tratta di assumere personale in loco, almeno in Paesi dove è tanto grande la necessità di personale e dove gli stipendi sono più bassi di quelli che si pagano in Italia. Come faceva notare l’on. Angeli, con quello che si spende per mandare una persona dall’Italia in Argentina, si potrebbero contrattare dieci impiegati localmente. Vero è che non tutto il personale che arriva dall’Italia è fatto di semplici impiegati. Ma sicuramente non tutti gli impiegati che arrivano da Roma sono insostituibili.

In questo forse sarebbe bene che anche i sindacati facessero la loro parte, riconoscendo che anche i lavoratori residenti all’estero hanno diritto a un servizio consolare degno, e che, non essendoci la possibilità di inviare più personale dall’Italia, perché i fondi non ci sono, tale servizio potrebbe essere assicurato, o almeno migliorato, se si assumessero cittadini italiani residenti all’estero, lavoratori italiani residenti all’estero. Servitori e utenti, tutti lavoratori residenti all’estero, che hanno pari dignità e diritti di quelli che il sindacato difende in Italia, e che potrebbe - dovrebbe - difendere anche se residenti all’estero. (Marco Basti-Tribuna Italiana/Inform)

 (marcobasti@tribunaitaliana.com.ar)


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