STAMPA
ITALIANA ALL’ESTERO
Su
“Tribuna Italiana” del 27 settembre 2006 l’editoriale del direttore Marco Basti
CGIE sì o no?
BUENOS AIRES - La settimana scorsa si è tenuta la riunione
del Comitato di Presidenza del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero,
preparatoria della seduta plenaria del CGIE, che si riunirà a Roma
tra mercoledì e venerdì della settimana ventura. La riunione della settimana
scorsa non ha evitato la polemica che si sta sviluppando da qualche giorno e
cioè se dopo l’elezione dei nostri 18 parlamentari, il CGIE ha ancora una ragione
di esistere oppure se sia più giusto decidere che il suo tempo è già passato.
Al riguardo conviene ricordare che il Consiglio Generale
degli Italiani all’Estero nacque nel 1986 come “parlamentino” degli italiani
all’estero. Si tratta di un organo di rappresentanza delle comunità italiane nel mondo, di secondo grado.
Ciò significa che non viene eletto direttamente dai cittadini italiani residenti
all’estero, ma da una assemblea che si svolge in ognuno dei Paesi che ospitano
le comunità italiane più numerose, della quale fanno parte tutti i consiglieri
dei Comites del Paese, e un numero quasi pari, di esponenti delle Associazioni
rappresentative della comunità, designate dalla sede diplomatica italiana.
In rappresentanza dell’Argentina, sono eletti otto consiglieri
al CGIE e dal 1987 quando è stato eletto per la prima volta, il CGIE si è rinnovato
quattro volte, l’ultima due anni fa, in coincidenza con il rinnovo dei Comites.
Oltre ai 67 consiglieri eletti dalle comunità all’estero,
ci sono 29 consiglieri nominati dal governo, in rappresentanza di partiti, sindacati
o enti in qualche modo legati agli italiani all’estero.
Interlocutori del CGIE sono il governo e il Parlamento
e tra i compiti del Consiglio, c’è anche l’espressione di un parere obbligatorio,
sui capitoli di spesa della Finanziaria, che riguardano gli italiani residenti
all’estero.
Tornando alla domanda dell’inizio, il dibattito in corso,
che sarà riproposto durante l’assemblea che comincerà il 4 ottobre, dovrà mettere giù le basi per capire se il CGIE
continuerà ad esistere o se sarà cancellato.
Tra chi sostiene la seconda tesi, si afferma che esso
diventa una spesa inutile, con spostamenti e alloggi in diverse città dei quattro
continenti (ci sono quattro vicesegreterie continentali) per i consiglieri e
le loro riunioni continentali e plenarie e che la loro funzione ormai dev’essere
assunta dai nuovi parlamentari.
C’è invece chi sostiene che il CGIE, pur se bisogna adeguarlo
alla mutata situazione, resta un valido strumento di legame con le comunità,
perché si sostiene, tra l’altro, che i parlamentari non hanno nemmeno il tempo
materiale per prendere contatto con ognuna delle comunità italiane sparse nel
mondo (si pensi a quelle dell’America Meridionale, costituite in ognuno dei
grandi Paesi del Sud America). Allora i consiglieri del CGIE dovrebbero diventare efficaci interlocutori
dei parlamentari eletti all’estero, in modo da segnalare le attese e le richieste
delle varie comunità, ai nostri rappresentanti.
Durante il suo intervento davanti al Cdp del CGIE, il
Vice ministro agli Esteri con delega per gli italiani nel mondo, Franco Danieli,
non si è espresso in modo netto sull’argomento, manifestando però che dovrebbe
essere riformato.
Netta invece la posizione a difesa del Consiglio di Franco
Narducci che da tre periodi è il suo segretario generale: E’ evidente - ha detto
Narducci dopo aver sottolineato che Comites, Cgie e parlamentari eletti all’estero
dovranno interagire fra di loro secondo compiti precisi - che il Consiglio generale
degli italiani all’estero, che negli ultimi anni ha operato svolgendo mansioni
consultive, programmatiche, di indagine e di proposta legislativa, è un organismo
importante che deve continuare ad esercitare il ruolo che ha portato avanti
sinora. Un nuovo Cgie - quello ipotizzato dal segretario generale - rappresentativo
di tutte le collettività, aperto all’associazionismo, alleggerito nel numero
dei consiglieri, in rapporti più stretti con i Comites e forse eletto direttamente
dagli italiani all’estero.
E nella nostra comunità, quale è la posizione? La domanda
è aperta a tutti. Si ricevono interventi.
Senza
notizie di Colombo
Si avvicina il 12 ottobre, che in Argentina alcuni ricordano
come “el Día de
Per noi, comunità italiana dell’Argentina, dovrebbe essere
il “Giorno di Colombo”, come fu per la collettività italiana dei primi decenni
del XX secolo. L’obiettivo era di rendere omaggio al Grande Navigatore genovese,
espressione del genio di un popolo e di una cultura, delle quali, gli emigrati
che ci hanno preceduto, erano molto fieri. In migliaia riempivano la piazza
dedicata a Cristoforo Colombo e la ricorrenza era un avvenimento importante
per tutta la città. Lo stesso valeva per le città dell’interno.
Noi invece pur se siamo fieri della nostra cultura, di
quanto abbiamo fatto anche in Argentina, possiamo, al massimo, ripetere il rito
di ogni anno, cioè l’organizzazione di una cerimonia davanti al monumento a
Colombo, dietro alla “Casa Rosada” promosso dalla
Finora non abbiamo ricevuto nessuna comunicazione ma
siamo quasi certi che il rito di ogni anno è quasi assicurato. Ci piacerebbe
essere smentiti. Forse a qualcuno avrà avuto qualche idea innovativa. Anche
perché nella piazza dove c’è il monumento a Colombo il Comune sta facendo lavori
di ristrutturazione e forse non sarà nemmeno accessibile per quella data.
Temiamo però che non ci sarà niente di nuovo e che il
povero Colombo resterà solo a guardare, dall’alto del suo bel monumento, sperando
che almeno quelli che proprio non lo vogliono bene, non tornino a imbrattarlo
come hanno fatto in passato. Sperando che, come avveniva in passato, una comunità
fiera della sua gesta, torni a rendergli doveroso omaggio. (Marco Basti-Tribuna
Italiana/Inform)
(marcobasti@tribunaitaliana.com.ar)