INFORM - N. 176 - 21 settembre 2006


TREVISANI NEL MONDO

Istrana, con un “ giudizio” sui personaggi

Giuseppe Rigato: una vita nel “cuore” dello Stato

 

TREVISO - Giuseppe Rigato di Istrana è partito giovane alla volta di Roma imbarcandosi in un’avventura interessante e non certo usuale: quella di operare, come commesso, all’interno di Montecitorio. E lo ha fatto per ben  30 anni; un lavoro delicato e importante, riconosciuto da una medaglia d’oro al momento del commiato: dieci anni fa, quando poco dopo il figlio Paolo gli è succeduto nel posto. Successivamente è entrato nei gangli della Trevisani nel mondo, sezione di Roma, in veste di vicepresidente. Fra la capitale della residenza e il suo paese di origine, quello ritenuto vacanziero e di campagna, egli (con la moglie Santa)  fa sempre la spola. Insomma , il classico personaggio che ha vissuto un cumulo di  esperienze, trascorrendo una vita nel cuore della vita politica italiana, piena di colpi di scena, di piccoli e grandi segreti e di tensioni tremende vissute negli anni di piombo: vedi il rapimento e la morte di Moro.  Un ambito esclusivo tra alti papaveri istituzionali, dove vigeva la regola del “non dire mai per chi voti” e “vedi ma non senti”.

Ricordi indimenticabili, affidati alla riservatezza del mestiere. Oggi fruibili, nel limite del lecito. Ci raccontò di una volta quando nel corso di una delle ennesime risse parlamentari ne uscì con il volto graffiato da parte di uno dei fratelli Pajetta. A scatenarsi vicendevolmente erano le destre e le sinistre. Tuttavia, i rapporti dei parlamentari trevigiani erano sempre di confidenza e cordialità, sia fra loro che con lui. Soprattutto con la Dal Canton.

In quanto a “profili”, ecco una curiosa disamina. Definisce Almirante “intelligente e di grande stima” (una volta parlò per nove ore e non dava segni di stanchezza) , Togliatti “bravo e serio” che non partecipava mai alle zuffe, Berlinguer una “brava persona” anche lui, con Gronchi “sono entrato a Montecitorio e lui si ricordava di questo”, Saragat era “serio ma alla mano”, Pertini “una volta mi ha fermato per strada”, Sullo “teneva le distanze”, con Zaccagnini “si lavorava bene”, Andreotti era “il più simpatico”, Moro “molto buono e di tipica fede democristiana”, il trevigiano Fabbri “era gentile e di grande correttezza” e di  Tremaglia tiene a dire che “si è sempre  battuto con grande passione per gli italiani all’estero”. Una battuta di sensibilità “emigratoria”  che trapela anche attraverso un “se mi mancasse Istrana io sarei morto”, che quasi mormora a se stesso. Ma che è tutto dire . (Riccardo Masini-Inform)


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