TREVISANI
NEL MONDO
Istrana,
con un “ giudizio” sui personaggi
Giuseppe Rigato: una vita nel “cuore” dello
Stato
TREVISO - Giuseppe Rigato di Istrana è partito giovane
alla volta di Roma imbarcandosi in un’avventura interessante e non certo usuale:
quella di operare, come commesso, all’interno di Montecitorio. E lo ha fatto
per ben 30 anni; un lavoro delicato e
importante, riconosciuto da una medaglia d’oro al momento del commiato: dieci
anni fa, quando poco dopo il figlio Paolo gli è succeduto nel posto. Successivamente
è entrato nei gangli della Trevisani nel mondo, sezione di Roma, in veste di
vicepresidente. Fra la capitale della residenza e il suo paese di origine, quello
ritenuto vacanziero e di campagna, egli (con la moglie Santa)
fa sempre la spola. Insomma , il classico personaggio che ha vissuto
un cumulo di esperienze, trascorrendo una vita nel cuore
della vita politica italiana, piena di colpi di scena, di piccoli e grandi segreti
e di tensioni tremende vissute negli anni di piombo: vedi il rapimento e la
morte di Moro. Un ambito esclusivo tra
alti papaveri istituzionali, dove vigeva la regola del “non dire mai per chi
voti” e “vedi ma non senti”.
Ricordi indimenticabili, affidati alla riservatezza del
mestiere. Oggi fruibili, nel limite del lecito. Ci raccontò di una volta quando
nel corso di una delle ennesime risse parlamentari ne uscì con il volto graffiato
da parte di uno dei fratelli Pajetta. A scatenarsi vicendevolmente erano le
destre e le sinistre. Tuttavia, i rapporti dei parlamentari trevigiani erano
sempre di confidenza e cordialità, sia fra loro che con lui. Soprattutto con
In quanto a “profili”, ecco una curiosa disamina. Definisce
Almirante “intelligente e di grande stima” (una volta parlò per nove ore e non
dava segni di stanchezza) , Togliatti “bravo e serio” che non partecipava mai
alle zuffe, Berlinguer una “brava persona” anche lui, con Gronchi “sono entrato
a Montecitorio e lui si ricordava di questo”, Saragat era “serio ma alla mano”,
Pertini “una volta mi ha fermato per strada”, Sullo “teneva le distanze”, con
Zaccagnini “si lavorava bene”, Andreotti era “il più simpatico”, Moro “molto
buono e di tipica fede democristiana”, il trevigiano Fabbri “era gentile e di
grande correttezza” e di Tremaglia tiene a dire che “si è sempre battuto con grande passione per gli italiani
all’estero”. Una battuta di sensibilità “emigratoria” che trapela anche attraverso un “se mi mancasse
Istrana io sarei morto”, che quasi mormora a se stesso. Ma che è tutto dire
. (Riccardo Masini-Inform)