INFORM - N. 171 - 14 settembre 2006


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Sulla “Tribuna Italiana” del 13 settembre La Finestra di Mario Basti

Spetta a ognuno di noi impegnarci per la nostra autentica priorità

 

BUENOS AIRES - Confesso che finora stavo sbagliando nell’indicare le nostre autentiche priorità, come fare per ottenerne una effettiva soluzione e a chi tocca impegnarsi per tale soluzione. A indicarmi l’errore sono stati due lettori, Domenico De Vicenzo e Alba Ameri, nelle lettere che abbiamo pubblicato mercoledì scorso, nelle quali hanno individuato la vera nostra priorità, quella più pressante, per la quale ognuno di noi dovrebbe impegnarsi a fondo: io, tu, caro Lettore, i nostri tre rappresentanti in Parlamento, i dirigenti delle istituzioni della collettività, i funzionari dell’Ambasciata e dei Consolati d’Italia in Argentina, per ottenere che finalmente a Roma si accorgano di noi e che Governo e Parlamento sentano il dovere e la responsabilità di occuparsi veramente e non soltanto con belle parole di questa parte della cittadinanza - siamo milioni - che opera fuori dai confini della Patria, in tutti i continenti e che, con l’azione operosa di decenni, più o meno coronata dal successo, ha meritato che si tenga conto veramente di essa. Non solo per un GRAZIE!

E’ un problema fondamentale per il futuro di questa comunità di italiani, di altre come essa e ancor  più fondamentale per l’Italia stessa, che esige un minimo di attenzione e di solidarietà non più rinviabile. Non c’è bisogno che mi dilunghi su di esso, perché tu, caro Lettore, direttamente o indirettamente interessato, lo conosci benissimo e come te lo conoscono il Capo dello Stato e il presidente del Consiglio e il nostro ministro degli Esteri e il Vice degli italiani nel mondo e il leader dell’opposizione e tutti gli onorevoli che siedono a Palazzo Madama e a Montecitorio.

Ad ascoltare e guardare la RAI, a leggere gli importanti quotidiani di Roma e di Milano si ha l’impressione che i problemi dell’Italia d’oggi, quelli per i quali tutti debbono impegnarsi e dare il loro contributo di solidarietà, siano la missione dei militari italiani nel Libano e, in generale nel Medio Oriente, la Finanziaria per affrontare seriamente la ripresa del Paese e il benessere de suoi abitanti e i quotidiani sbarchi di immigrati irregolari in Sicilia. Oltre naturalmente ai problemi quotidiani di ognuno. Sono - è vero - problemi reali e complessi che richiedono un impegno prioritario. Ma non sono anche un problema le comunità italiane all’estero e non meritano anch’esse un impegno e una solidarietà prioritari?

Eppure questo interrogativo non se lo pone nessuno seriamente e noi, di qui, noi che formiamo questa comunità, ingenuamente abbiamo atteso e sperato finora che di questa realtà, la nostra presenza all’estero, ci si rendesse conto a Roma nei palazzi del potere e si vedesse seriamente come impostare con spirito di solidarietà  nazionale le soluzioni. Abbiamo atteso e sperato finora, con tanta ingenuità, da non prendere atto di una realtà concreta e cioè che, se manca il nostro impegno, le soluzioni non arriveranno mai, ma per noi ci saranno sempre e soltanto parole, belle ma vuote parole.

Non è andato forse così per la questione del voto? I costituenti del 1946/48 non avevano scritto in nessun articolo che votare, che eleggere i nostri rappresentanti, quelli che avrebbero dovuto occuparsi della nostra situazione, per il benessere nazionale, era un privilegio di chi risiedeva a Roma, a Milano, a Palermo o in qualunque altro degli ottomila e passa Comuni italiani. Non l’avevano scritto in nessun articolo. Nei palazzi romani del potere se ne sono accorti soltanto quando le comunità degli italiani d’Argentina e degli Stati Uniti e dei Paesi europei, del Sudamerica e dell’Australia, del mondo intero, si sono decisi a chiederlo a gran voce e senza stancarsi, fino a convincere gli “Onorevoli”  che italiani siamo anche noi e che perciò anche di noi deve occuparsi l’Italia, eliminando assurdi privilegi. Ed abbiamo votato ed abbiamo eletto 18 nostri rappresentanti che  siedono a Palazzo Madama e a Montecitorio. Ma siedono in quei seggi proprio perché gli italiani residenti in Italia si rendano conto che ci siamo anche noi, non meno italiani degli altri, malgrado il luogo di residenza. E per conseguenza la solidarietà è doverosa anche per noi.

Purtroppo abbiamo perduto molto, troppo tempo, purtroppo tanti fra noi che avevano sperato non ci sono più. E, visto quanto ci è voluto perché arrivasse alla soluzione il problema del nostro voto, non possiamo perdere altro tempo, non  possiamo rinviare ulteriormente l’azione necessaria per la soluzione di questa priorità nell’interesse generale. I due lettori che citavo all’inizio e ringrazio per le loro lettere - Alba Ameri e Domenico De Vicenzo - hanno indicato senza possibilità di equivoci qual è la priorità più urgente. Siamo una comunità italiana nella quale sono tanti gli emigrati che risiedono qui da più di mezzo secolo, che hanno fatto onore all’Italia, ma non tutti hanno fatto l’America e alcuni vivono in condizioni di estremo disagio.

Quando arrivarono qui a metà del secolo scorso, il grande esodo di emigrati che è stato fondamentale per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Italia, erano quasi mezzo milione. Poi circa la metà tornarono al Paese natio, ma l’altra metà è rimasta qui, ha costituito famiglie, ha arricchito la collettività di giovani figli e tra genitori e figli hanno dato e danno un contributo rilevante allo sviluppo dell’Argentina e a quello dell’Italia: migliaia di piccole e grandi imprese, di associazioni, di scuole, di ospedali documentano il loro lavoro, la loro iniziativa, la ricchezza creata. Ma purtroppo per alcuni - una minoranza, ma proprio per questo più NOSTRA - l’America è stata amara ed oggi vivono in condizioni di estremo disagio ed hanno bisogno di concreta solidarietà.

Come gli onorevoli costituenti del 1946/48 si erano dimenticati del voto per noi, così i loro successori nei palazzi delle leggi si sono dimenticati di un dovere di solidarietà per questi italiani che vivono male nel mondo.

E allora? Ci vuol molto a capire che non si può far finta di niente? Che per l’Italia un impegno di solidarietà per loro è tanto doveroso che nei confronti di chi risiede in Italia, che privarli della pensione o assegno sociale - uguale a quello che giustamente si paga a chi abita in un comune italiano - è una inumana ingiustizia? Non ci vuol molto a capirlo, ma visto che non lo capiscono spetta a noi a tutta la comunità italiana, ai suoi eletti per il Parlamento, alle sue istituzioni, da FEDITALIA a FEDIBA a tutte le associazioni farglielo comprendere. e senza perdere ancora tempo, se vogliamo dimostrare che siamo veramente una comunità per la quale la solidarietà  non è una parola vana. Come farlo? Non ti dispiacerà, caro Lettore, se ne riparleremo mercoledì prossimo, visto che oggi non ho più spazio. Ma intanto mi piacerebbe ricevere qualche idea o suggerimento concreto dal sen. Luigi Pallaro e dai deputati Ricardo Merlo e Giuseppe Angeli che da tempo operano efficacemente nell’associazionismo e che abbiamo eletto nostri rappresentanti perché a Roma fra le proprie priorità considerino non un’elemosina ma l’assegno sociale per gli anziani emigrati italiani in Argentina che non hanno fatto l’America, ma meritano tutta la riconoscenza dell’Italia, anche perché sono emigrati.

Non l’elemosina, ma l’assegno sociale come se stessero in Italia.

E’ difficile capirlo? (Mario Basti-Tribuna Italiana/Inform)


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