STAMPA
ITALIANA ALL’ESTERO
Sulla
“Tribuna Italiana” del 13 settembre
Spetta a ognuno di noi impegnarci per la
nostra autentica priorità
BUENOS AIRES - Confesso che finora stavo sbagliando nell’indicare
le nostre autentiche priorità, come fare per ottenerne una effettiva soluzione
e a chi tocca impegnarsi per tale soluzione. A indicarmi l’errore sono stati
due lettori, Domenico De Vicenzo e Alba Ameri, nelle lettere che abbiamo pubblicato
mercoledì scorso, nelle quali hanno individuato la vera nostra priorità, quella
più pressante, per la quale ognuno di noi dovrebbe impegnarsi a fondo: io, tu,
caro Lettore, i nostri tre rappresentanti in Parlamento, i dirigenti delle istituzioni
della collettività, i funzionari dell’Ambasciata e dei Consolati d’Italia in
Argentina, per ottenere che finalmente a Roma si accorgano di noi e che Governo
e Parlamento sentano il dovere e la responsabilità di occuparsi veramente e
non soltanto con belle parole di questa parte della cittadinanza - siamo milioni
- che opera fuori dai confini della Patria, in tutti i continenti e che, con
l’azione operosa di decenni, più o meno coronata dal successo, ha meritato che
si tenga conto veramente di essa. Non solo per un GRAZIE!
E’ un problema fondamentale per il futuro di questa comunità
di italiani, di altre come essa e ancor più fondamentale per l’Italia stessa, che esige
un minimo di attenzione e di solidarietà non più rinviabile. Non c’è bisogno
che mi dilunghi su di esso, perché tu, caro Lettore, direttamente o indirettamente
interessato, lo conosci benissimo e come te lo conoscono il Capo dello Stato
e il presidente del Consiglio e il nostro ministro degli Esteri e il Vice degli
italiani nel mondo e il leader dell’opposizione e tutti gli onorevoli che siedono
a Palazzo Madama e a Montecitorio.
Ad ascoltare e guardare
Eppure questo interrogativo non se lo pone nessuno seriamente
e noi, di qui, noi che formiamo questa comunità, ingenuamente abbiamo atteso
e sperato finora che di questa realtà, la nostra presenza all’estero, ci si
rendesse conto a Roma nei palazzi del potere e si vedesse seriamente come impostare
con spirito di solidarietà nazionale le soluzioni. Abbiamo atteso e sperato
finora, con tanta ingenuità, da non prendere atto di una realtà concreta e cioè
che, se manca il nostro impegno, le soluzioni non arriveranno mai, ma per noi
ci saranno sempre e soltanto parole, belle ma vuote parole.
Non è andato forse così per la questione del voto? I
costituenti del 1946/48 non avevano scritto in nessun articolo che votare, che
eleggere i nostri rappresentanti, quelli che avrebbero dovuto occuparsi della
nostra situazione, per il benessere nazionale, era un privilegio di chi risiedeva
a Roma, a Milano, a Palermo o in qualunque altro degli ottomila e passa Comuni
italiani. Non l’avevano scritto in nessun articolo. Nei palazzi romani del potere
se ne sono accorti soltanto quando le comunità degli italiani d’Argentina e
degli Stati Uniti e dei Paesi europei, del Sudamerica e dell’Australia, del
mondo intero, si sono decisi a chiederlo a gran voce e senza stancarsi, fino
a convincere gli “Onorevoli” che italiani
siamo anche noi e che perciò anche di noi deve occuparsi l’Italia, eliminando
assurdi privilegi. Ed abbiamo votato ed abbiamo eletto 18 nostri rappresentanti
che siedono a Palazzo Madama e a Montecitorio.
Ma siedono in quei seggi proprio perché gli italiani residenti in Italia si
rendano conto che ci siamo anche noi, non meno italiani degli altri, malgrado
il luogo di residenza. E per conseguenza la solidarietà è doverosa anche per
noi.
Purtroppo abbiamo perduto molto, troppo tempo, purtroppo
tanti fra noi che avevano sperato non ci sono più. E, visto quanto ci è voluto
perché arrivasse alla soluzione il problema del nostro voto, non possiamo perdere
altro tempo, non possiamo rinviare ulteriormente
l’azione necessaria per la soluzione di questa priorità nell’interesse generale.
I due lettori che citavo all’inizio e ringrazio per le loro lettere - Alba Ameri
e Domenico De Vicenzo - hanno indicato senza possibilità di equivoci qual è
la priorità più urgente. Siamo una comunità italiana nella quale sono tanti
gli emigrati che risiedono qui da più di mezzo secolo, che hanno fatto onore
all’Italia, ma non tutti hanno fatto l’America e alcuni vivono in condizioni
di estremo disagio.
Quando arrivarono qui a metà del secolo scorso, il grande
esodo di emigrati che è stato fondamentale per la ricostruzione e lo sviluppo
dell’Italia, erano quasi mezzo milione. Poi circa la metà tornarono al Paese
natio, ma l’altra metà è rimasta qui, ha costituito famiglie, ha arricchito
la collettività di giovani figli e tra genitori e figli hanno dato e danno un
contributo rilevante allo sviluppo dell’Argentina e a quello dell’Italia: migliaia
di piccole e grandi imprese, di associazioni, di scuole, di ospedali documentano
il loro lavoro, la loro iniziativa, la ricchezza creata. Ma purtroppo per alcuni
- una minoranza, ma proprio per questo più NOSTRA - l’America è stata amara
ed oggi vivono in condizioni di estremo disagio ed hanno bisogno di concreta
solidarietà.
Come gli onorevoli costituenti del 1946/48 si erano dimenticati
del voto per noi, così i loro successori nei palazzi delle leggi si sono dimenticati
di un dovere di solidarietà per questi italiani che vivono male nel mondo.
E allora? Ci vuol molto a capire che non si può far finta
di niente? Che per l’Italia un impegno di solidarietà per loro è tanto doveroso
che nei confronti di chi risiede in Italia, che privarli della pensione o assegno
sociale - uguale a quello che giustamente si paga a chi abita in un comune italiano
- è una inumana ingiustizia? Non ci vuol molto a capirlo, ma visto che non lo
capiscono spetta a noi a tutta la comunità italiana, ai suoi eletti per il Parlamento,
alle sue istituzioni, da FEDITALIA a FEDIBA a tutte le associazioni farglielo
comprendere. e senza perdere ancora tempo, se vogliamo dimostrare che siamo
veramente una comunità per la quale la solidarietà
non è una parola vana. Come farlo? Non ti dispiacerà, caro Lettore, se
ne riparleremo mercoledì prossimo, visto che oggi non ho più spazio. Ma intanto
mi piacerebbe ricevere qualche idea o suggerimento concreto dal sen. Luigi Pallaro
e dai deputati Ricardo Merlo e Giuseppe Angeli che da tempo operano efficacemente
nell’associazionismo e che abbiamo eletto nostri rappresentanti perché a Roma
fra le proprie priorità considerino non un’elemosina ma l’assegno sociale per
gli anziani emigrati italiani in Argentina che non hanno fatto l’America, ma
meritano tutta la riconoscenza dell’Italia, anche perché sono emigrati.
Non l’elemosina, ma l’assegno sociale come se stessero
in Italia.
E’ difficile capirlo? (Mario Basti-Tribuna Italiana/Inform)