INFORM - N. 168 - 11 settembre 2006


IMMIGRAZIONE

Per iniziativa del sindacato Fai-Cisl

Un libro sugli albanesi in Italia di Rando Devole e un incontro per parlare di integrazione, cittadinanza, tutele degli immigrati

Intervenuti il Ministro degli Esteri di Albania Besnik Mustafaj e il Sottosegretario all’Interno Marcella Lucidi

 

ROMA – Per noi erano brutti, sporchi e cattivi. Né più, né meno di come eravamo visti noi che cercavamo nella “Merica”, oltreoceano o nella stessa Europa, la terra promessa che ci avrebbe dato una vita migliore.

Loro, gli albanesi, la vedevano nell’Italia la terra promessa: “Lamerica”, per dirla con il titolo di quel grande film di Gianni Amelio (tra parentesi, il calabrese Amelio di emigrazione ne sa qualcosa; emigrati in Sud America bisnonno, nonno, padre e zii. “Io, mio padre, l’ho conosciuto quando avevo già 18  anni. Mio padre non ha mai conosciuto suo padre”, ha confessato in una intervista).

Tutti ricordano quelle carrette del mare, alveari della tragedia e della speranza, sulle quali gli albanesi si ammassavano per superare il braccio di mare che li separava dalle coste pugliesi. Erano gli inizi degli anni ’90, caduto il regime comunista in Albania. “Lamerica italiana” divenne la seconda meta per gli emigranti albanesi, dopo la Grecia. Si calcola che complessivamente nell’arco di 15 anni un milione di albanesi siano andati all’estero. Esodo è la parola giusta, se si considera che prima del 1990 l’Albania contava 3,3 milioni di abitanti.

Di quelli approdati facevamo di tutta un’erba un fascio: erano delinquenti, sfruttatori. Tagliagole dai quali guardarci. Erano diventati quasi una ossessione nel nostro immaginario, anche grazie a certe rappresentazioni mediatiche. Oggi non se ne parla più. O quasi. I media rivolgono la loro attenzione morbosa ad altri migranti , e quasi sempre per fatti di cronaca nera...La positività dell’immigrazione raramente fa notizia.

Ma dove sono finiti gli albanesi? Sono parte del nostro Paese. E sono oggi  “una componente molto dinamica della società italiana”. Parola del Ministro degli Esteri di Albania nonché scrittore Besnik Mustafaj (ultimo romanzo “Il vuoto”, ambientato nell’Albania del totalitarismo. Qualche anno fa Mustafa vinse il Premio Giorgio La Pira). Il Ministro dell’Italia è molto amico e sa delle strade in salita affrontate dai nostri connazionali nel mondo per raggiungere l’integrazione. Strade che a volte sono state percorse in tempi anche lunghi. Gli albanesi sono riusciti ad integrarsi invece “molto rapidamente” nel nostro Paese, sostiene Mustafaj, sia “per la capacità della società italiana di incoraggiare l’integrazione” , cosa che in taluni Paesi i nostri emigrati non hanno trovato, sia per la “straordinaria capacità di adattamento” degli albanesi. Nel bene e nel male, certo. Non si negano certi fenomeni di delinquenza, che pure ci sono. Ma gli albanesi nella grande maggioranza hanno dimostrato di sapersi integrare bene nella società. Fino a diventarne una componente dinamica appunto. E l’integrazione nei Paesi in cui gli albanesi già risiedono o sono diretti è uno dei punti cardine della strategia che il Governo albanese sta attuando con l’OIM (International Organization for Migration) insieme al sostegno agli emigranti, e all’attirare in Albania esperienze acquisite in altri Paesi dagli albanesi. Nonché loro investimenti. 

Il Ministro ha tenuto molto a richiamare l’attenzione su questi punti intervenendo a Roma, presso il Centro Congressi Cavour, alla presentazione dell’ultimo libro di Rando Devole “L’immigrazione albanese in Italia. Dati, riflessioni, emozioni”. Incontro promosso dalla Fai (Federazione Agricola Industriale Ambientale della Cisl) che, attraverso la sua casa editrice Agrilavoro ha pubblicato il volume. Sociologo, traduttore e giornalista Devole è un albanese che ha scelto l’Italia molti anni fa, ancora studente. E’ autore fra l’altro de “La scoperta dell’Albania. Gli albanesi secondo i mass media ” e “Albania. Fenomeni sociali e rappresentazioni”.

“L’immigrazione albanese in Italia” comprende, oltre a scritti inediti, una selezione di articoli dell’autore, molti dei quali pubblicati dall’unico giornale albanese in Italia, nato sette anni fa:  “Bota shqiptare” (Il mondo albanese). Più alcuni allegati statistici, che danno un quadro della presenza albanese in Italia raffrontata con altre comunità. Gran parte degli scritti del volume sono stati tradotti da Caterina Zuccaro, che appartiene alla minoranza linguistica albanese in Italia (arbëreshe) e ha ricordato come i legami tra il nostro Paese e l’Albania siano antichi. Ben sette le ondate migratorie degli albanesi in Italia tra gli inizi del ‘400 e il primo ‘800. E già nel Medio Evo albanesi si insediarono a Venezia, fondando tra l’altro la “Scola degli Albanesi”, confraternita che aiutava i connazionali in difficoltà. Migrazione antica. Pregiudizi altrettanto: già dalle cronache del ‘400 e ‘500 traspare ostilità nei confronti degli albanesi. Pregiudizi che non sono ancora scomparsi , ha commentato a sua volta il direttore di “Bota shqiptare” Roland Sejko confermando però che gli albanesi sono ben inseriti nel nostro Paese. E apportano energie. A tutti i livelli, compresi quelli culturali.

Devole ne è la conferma. Autore a metà tra la patria di origine e quella di arrivo non può che rivolgere lo sguardo sia al lettore albanese sia a quello italiano. Per aiutarli entrambi ad uscire dal cerchio dei luoghi comuni. Il libro è un importante spunto per la “conoscenza dell’altro” come ha spiegato lo stesso Devole nell’incontro di Roma. La conoscenza è la chiave di tutto: tramite essa “l’altro è meno ‘altro’ e il diverso è meno ‘diverso’ . E’ così che ci avviamo verso una società più umana, migliore” . Nel libro, dai confini oscillanti tra saggistica e narrativa (un cammeo, tra gli altri, è lo scritto sul rito del caffè ), la complessa e faticosa condizione del migrante e la sua evoluzione sono esplorate e osservate con attenzione grazie ai rigorosi studi dell’autore non disgiunti dai suoi sentimenti.

Il mondo albanese è il mondo dell’autore ma anche quello italiano gli appartiene. E’ questa l’integrazione. Per favorire la quale sono necessarie adeguate e mirate politiche nel Paese, come sottolineato dal sindacato promotore dell’incontro. Preziosa occasione per parlare di percorsi di cittadinanza e tutele. Il sindacato Fai e tutta la Cisl si sono sempre impegnati nella tutela dei diritti degli immigrati e nella promozione di una cultura della convivenza nel rispetto reciproco, come ha ribadito Albino Gorini, Segretario generale della Fai-Cisl. Il quale, facendo riferimento allo scioccante reportage de “l’Espresso” sui braccianti stranieri “schiavi” nel foggiano (http://espresso.repubblica.it/dettaglio/IoschiavoinPuglia/1370307&r ) , ha  plaudito all’iniziativa del Ministro dell’Interno Giuliano Amato di istituire una commissione di inchiesta per verificare le situazioni di illegalità connesse allo sfruttamento dei lavoratori extra comunitari, e di studiare una modifica dell’art.18 del Testo Unico sull’immigrazione che prevede una speciale tutela, anche attraverso la concessione di un permesso di soggiorno per i clandestini fruttati da organizzazioni. Dal canto suo, Gigi Bonfanti, Segretario confederale Cisl, ha richiamato l’attenzione sulla importanza, per una “cittadinanza reale”, della concessione del diritto di voto agli stranieri. Bonfanti  ha rimarcato che l’integrazione è “l’insieme di molte culture e molte dignità”. E ha invocato una revisione “radicale” della legge Bossi-Fini, perché “è ora che l’Italia si doti di una legislazione sull’immigrazione, degna di un Paese civile”.

Passi in questa direzione l’attuale Governo li sta facendo. Che sta lavorando per rivedere la normativa sull’immigrazione in più punti. Un Governo che ha la volontà di contrastare lo sfruttamento degli immigrati e che punta alla tutela dei diritti fondamentali, ha sottolineato il Sottosegretario all’Interno Marcella Lucidi. Rimarcando che “l’azione repressiva non può essere il segno di una legge sull’immigrazione: deve accompagnarla”. Una legge che deve anche saper dire agli stranieri “che conviene entrare regolarmente e vivere regolarmente in Italia. Ricevendone in cambio una tutela”. Lucidi ha anche richiamato l’attenzione sul ddl governativo che prevede nuove norme sulla cittadinanza. Un testo “che associa all’idea tradizionale di appartenenza alla comunità italiana, tutta ancorata al legame di sangue , una concezione più dinamica, più inclusiva”. E che guarda dunque “all’effettivo inserimento della persona nel tessuto sociale, economico e politico del Paese”. Occorre però, ha puntualizzato Lucidi richiamandosi alle parole del Presidente Napolitano (v. Inform n.165 del 6 settembre ), che il segno formale della cittadinanza “coincida con una condivisione delle regole e dei principi della società”.

Per quanto riguarda poi l’immigrazione albanese, “il risultato dell'impegno comune tra Italia e Albania ha consentito di superare la situazione emergenziale ed oggi la comunità albanese è la seconda in Italia e la presenza è passata dalle 2.034 persone del 1990 alle 255 mila del 2005”. E l’Albania è al quinto posto per le domande presentate per il decreto flussi 2006, ha aggiunto Lucidi. Facendo infine osservare che il fenomeno migratorio è ormai “strutturale” e non più  “emergenziale” . E’ “un fenomeno epocale che ci accompagnerà per molti anni ancora” (nel 2005, dati Onu, sono state 191 milioni le persone che hanno lasciato la loro terra). Per questo la “strategia di governo deve affrontare l'oggi e guardare nello stesso tempo al futuro” .

Per le istituzioni italiane valido strumento per favorire la conoscenza del fenomeno migratorio nel Paese è l’annuale Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. L’edizione 2006 sarà presentata a Roma il 25 ottobre, come annunciato dal coordinatore del Dossier Franco Pittau, che ha moderato l’incontro. E che ha incalzato, ricordando che il nostro Paese è  “in ritardo” e che “serve una grande politica” sul fronte dell’immigrazione. Pittau ha evidenziato che l’Italia, naturalmente facendo le dovute proporzioni, ha “uno sviluppo migratorio più significativo degli Stati Uniti”: negli Usa 1 milione di immigrati all’anno, in Italia 300 mila tra ricongiungimenti familiari e nuovi lavoratori. Da Pittau – che da emigrato in Germania ha svolto anche attività sindacale - anche la sottolineatura del grande impegno dei tre sindacati confederali nell’allestire l’accoglienza agli stranieri. Impegno ben ripagato dagli immigrati che, ha osservato, “sono più sindacalizzati degli italiani stessi” . Pittau non ha infine mancato di ricordare che l’Italia, oggi terra di accoglienza, è stato “un grande Paese di emigrazione” . E allora un altro appuntamento dà Pittau: il 4 ottobre, presso l’Associazione Stampa Estera a Roma, sarà presentato il “Rapporto Italiani nel Mondo” Le anticipazioni della indagine, coordinata dalla redazione del Dossier statistico Caritas/Migrantes, erano state presentate a Roma nel luglio scorso (v. servizio Inform sul n.136 http://www.mclink.it/com/inform/art/06n13636.htm. (Simonetta Pitari-Inform)


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