INTERVENTI
Agostino Spataro: “Immigrati,oltre Lampedusa”
PALERMO - Parlando o scrivendo d’immigrati, solitamente
ci si ferma a Lampedusa. Sembra che questo immane dramma, umano e sociale, nasca
e finisca in questa sperduta isoletta del Mediterraneo.
Come se decine di migliaia di uomini e di donne e le
loro putride carrette sorgessero, all’improvviso, dalle profondità abissali
del mare tutt’intorno. Una volta consegnati, vivi o morti, al Cpt il problema
scompare e la nostra farisaica falsa coscienza torna ad acquietarsi.
Dopo Lampedusa, quasi nessuno sembra interessarsi della
sorte che attende gli immigrati, le pene che dovranno sopportare nella loro
triste condizione di clandestinità.
Molti saranno rimpatriati verso la “patria”, miserabile
e ingrata, da cui sono fuggiti. O, in mancanza di documenti, verso una patria
qualsiasi o ristretti in un carcere.
Chi riesce a sfuggire al fermo, vagherà senza meta, per
giorni o per mesi, per raggiungere regioni lontane o, addirittura, altri stati
di questa Europa opulenta e cinica che brama manodopera a prezzi stracciati
e scarica i disagi derivati sulle società e i suoi ceti più emarginati.
Soprattutto le donne, finiranno nelle grinfie di bande
di sfruttatori senza scrupoli, anche compatrioti, che le avvieranno alla prostituzione o, nel
migliore dei casi, a badare, 24 ore su 24, ai nostri vecchi cui nessuno bada.
Molti s’imboscheranno in un ovile o presso una sperduta
fattoria, nelle oscurità maleodoranti di un hotel, di un bar, di un ristorante,
di un retrobottega o chissà dove pur di non incappare nei rigori della Bossi-Fini.
Fino a quando dovremo assistere a tutto ciò?
In mancanza di una regolamentazione dei flussi e di una
tutela giuridica e salariale degli immigrati, avremo (in parte già abbiamo,come
documentato dalla scioccante inchiesta de l’Espresso sul caporalato in Puglia)
in questa nostra civilissima Europa una moderna schiavitù, simile a
quella classica abolita con
Ovviamente, fra vecchia e nuova schiavitù c’è qualche
differenza fra le quali la più evidente consiste nel fatto che mentre oggi i
giovani africani partono per il Vecchio Mondo volontariamente, pagando un esoso
passaggio su natanti precari, allora erano catturati nelle foreste da pii mercanti
islamici e trasportati, in catene, sopra galeoni olandesi, inglesi, portoghesi,
ecc, nei territori del Nuovo Mondo dove venivano acquistati da pii latifondisti
cristiani.
Una volta arrivati, l’Europa se li tiene ben stretti,
perché ne ha un bisogno estremo: senza questa forza-lavoro a basso costo non
potrebbe competere con le nuove potenze commerciali protagoniste della globalizzazione.
Questa è la verità che spiega quel cumulo di contraddizioni
che è l’attuale politica migratoria della Ue e dei singoli stati membri.
Lampedusa è divenuta un emblema di questa colossale ipocrisia,
principale punto di approdo e di snodo di una scandalosa tratta di esseri umani
“assistita”, quando non apertamente sostenuta, da governi e settori delle amministrazioni.
Senza volerlo, la piccola isola pelagica che li vede
arrivare e
Una ben strana concezione dello sviluppo che per affermarsi
deve ri-dislocare produzioni, saperi, servizi, capitali, tecnologie, spostando
intorno ai nuovi insediamenti masse enormi di forza lavoro sottopagata e non
tutelata.
In realtà, stiamo vivendo una lunga fase di convulsione
senza che se ne intravedano gli approdi. Dove sta andando il mondo? E questo
l’interrogativo più angosciante al quale, forse, si potrebbe rispondere: dove
vanno gli emigranti.
Ma torniamo a Lampedusa, alle ripetute tragedie, agli
annegati, ai corpi gettati in mare che quotidianamente ci ricordano l’estrema
gravità di una situazione che- come denunciano un cartello di forze che, nei
prossimi giorni, daranno vita ad una manifestazione sull’isola- non può essere
ridotta a mero problema di sicurezza pubblica, ma affrontato come questione
centrale della cooperazione euro-mediterranea.
Per averne un’idea non c’è bisogno d’andare in Burkina
Faso. Basta venire, d’inverno, in un paese qualsiasi della Sicilia interna per
accorgersi dei guasti irreparabili provocati dalla vecchia e dalla nuova emigrazione.
Si vedrebbero centri storici abbandonati, interi paesi agonizzanti, senza futuro,
abitati da anziani sopra i sessanta anni e da giovani sotto i diciotto. Generazioni,
fra loro, molto distanti che formano comunità che vivono solo d’estate, per
due mesi all’anno, una vita virtuale fatta di struscio e feste patronali che
attirano frotte di nostri emigrati i quali non possono più permettersi le ferie
in Spagna o nelle isole greche. (Agostino Spataro-Inform)