STAMPA
ITALIANA PER L’ESTERO
Intervista
al prof. José Reovaldo Oltramari del “Messaggero di sant’Antonio” edizione per
l’estero (settembre 2006)
Piedi nella regione, occhi nel mondo
Docente di sociologia all'Università di
Caxias do Sul (Brasile), esalta il modello multiculturale brasiliano. La ricchezza
della diversità è la nostra forza, nella società, a scuola e nel mondo del lavoro
Il suo bisnonno era partito da Bergantino, un piccolo
centro veneto in provincia di Rovigo. Qualche anno fa ha iniziato le ricerche
per comporre l’albero genealogico di famiglia. Ma in casa Oltramari si è sempre
parlato il dialetto veneto. E fino all’età di 8 anni, José Reovaldo, oggi professore
di Sociologia all’Università di Caxias do Sul, nello Stato brasiliano di Rio
Grande do Sul, ha sempre parlato solo il dialetto veneto.
Dopo
Bettero. Quanto
è importante il rapporto tra le Università del Brasile e quelle italiane per
lo sviluppo delle relazioni tra i due Paesi?
Oltramari. L’Università di Caxias do Sul collabora con
numerose università italiane. In forza della presenza e della cultura dei nostri
ascendenti arrivati in Brasile, oggi i nostri concittadini e le nostre organizzazioni
fanno scambi a livello universitario e lavorano a progetti comuni essenzialmente
sul versante strutturale e organizzativo delle aziende, e anche sul versante
della formazione culturale.
L’Università
di Caxias do Sul ha molti studenti oltre ad un consistente ventaglio di insegnamenti.
Sì, la nostra Università ha 39 anni di vita; conta 36
mila studenti, 1.200 professori in una regione che ha un milione di abitanti.
Il Rio Grande do Sul si trova nel Brasile meridionale. Il nostro Stato confina
con Uruguay e Argentina, e la nostra regione è composta prevalentemente da discendenti
di italiani e soprattutto di veneti.
Quindi è un
luogo in cui si sperimenta l’integrazione di lingue e culture diverse.
Caxias do Sul ha 420 mila abitanti; 120 mila sono italiani.
Gli altri appartengono a gruppi etnici e linguistici diversi e sono arrivati
a Caxias in cerca di lavoro perché Caxias è un centro industriale. Ma la cultura
predominante resta quella italiana e coloro che arrivano, assorbono subito le
idee, lo spirito imprenditoriale e la cultura italiana.
Che cosa caratterizza
il modello multiculturale del sud del Brasile, per esempio rispetto al melting
pot americano?
Da noi non ci sono problemi di convivenza tra culture
diverse: siano esse polacca, tedesca, araba, ebrea; siamo una società multiculturale
e multietnica. E questa è una caratteristica che perdura fin dall’inizio della
colonizzazione del Brasile.
A livello universitario
ci sono scambi di studenti con atenei italiani?
La nostra università ha uno slogan: «Piedi nella regione,
occhi nel mondo». In Italia abbiamo rapporti con le Università di Padova, Venezia-Ca’
Foscari, Piacenza, Roma, Sassari. E poi con l’Inghilterra e
Quanto contano
la lingua e la cultura italiana oggi non solo nello Stato di Rio Grande do Sul
ma, più in generale, in tutto il Brasile?
La musica è sempre presente, ma per il resto: informazioni
giornalistiche, radiofoniche, ecc. non ne abbiamo molte.
Internet può
essere utile in questo scambio di informazioni con l’Italia?
Internet è adottata ovunque, a partire dalle scuole di
primo grado, ma i siti italiani si vedono poco. C’è una sorta di invasione americana.
Cosa fate all’interno
dell’Università per promuovere la lingua e la cultura italiana?
Abbiamo un sistema di corsi permanenti di lingue straniere.
Quello della lingua italiana è stato il primo corso con circa 400-500 studenti
all’anno. Dopo l’inglese e lo spagnolo, e prima di altre lingue, quella italiana
è la più studiata.
Oltre all’ambito
umanistico, in quello scientifico ed economico ci sono altre forme di collaborazione
e di cooperazione tra università? E in quali materie specificamente?
Principalmente nelle scienze sociali ed economiche. Nella
nostra università affrontiamo i problemi della comunità, della società locale,
dell’organizzazione del lavoro delle aziende industriali e commerciali. La nostra
università è sempre attenta a seguire le necessità di sviluppo della regione.
In Brasile funziona
la collaborazione tra università e impresa, cioè tra chi studia e chi poi diventa
soggetto attivo nel mondo del lavoro?
Da noi università e impresa lavorano sempre insieme.
Abbiamo degli «incubatori industriali» all’interno dell’università perché chi
vuole creare un nuovo prodotto, lo fa all’interno dell’università medesima.
Crede che questo
modello possa essere utilizzato anche dal Nord Est italiano?
La nostra università è fatta da e per la comunità, e
allora è integrata e abbiamo più facilità di voi a realizzare questa simbiosi.
Che cosa vorreste
copiare del modello del Nord Est italiano?
In questo momento il problema principale non è quello
di realizzare i prodotti ma riguarda l’organizzazione, come cioè articolarsi,
come inserire e mettere in rete le persone con le differenti aziende. Mi sembra
che il lavoro sia sempre meno individuale e sempre più collettivo.
Del made in
Italy, oggi che cosa piace di più?
Nel Rio Grande do Sul sono apprezzate moltissimo le macchine
industriali, i mobili, la pasta, i mezzi per uso agricolo da usare nelle nostre
aree montane.
Il Rio Grande
do Sul che cosa esporta in Italia?
Esportiamo soia, calzature, lana di pecora, pollame e
carne di maiale.
Lei crede che
unendo le forze, Italia e Brasile potrebbero affrontare la sfida asiatica?
Non è facile rispondere perché lo sviluppo italiano e
quello brasiliano stanno creando, secondo me, un nuovo modello.
Nel contesto
della globalizzazione, Italia e Brasile come possono collaborare, tenendo conto
del ruolo che gli italobrasiliani hanno nel vostro Paese?
Italia e Brasile dovrebbero lavorare di più insieme.
Purtroppo mancano rapporti più forti sul piano della tecnologia e dell’organizzazione
del lavoro.
I giovani brasiliani
d’origine italiana che cosa chiedono alle istituzioni politiche locali brasiliane
per migliorare i rapporti sia con la patria d’origine che con l’Europa?
I giovani si preoccupano di capire qual è il loro futuro
professionale, in funzione degli scambi internazionali, degli scambi tra aziende;
di capire quale sarà esattamente la struttura della società futura. Qualche
tempo fa abbiamo fatto dei corsi di amministrazione d’impresa, cioè su che tipo
d’impresa ci sarà in futuro: sarà la stessa oppure tra qualche anno cambierà?
Per loro questa è una domanda angosciante, e si chiedono cosa sarebbe meglio
fare. (Alessandro Bettero-Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per
l’estero/Inform)