RASSEGNA
STAMPA
Intervista
del “Corriere della Sera” al Ministro degli Esteri
D’Alema: unilateralismo finito. L’Onu è
tornata protagonista
Secondo il New York Times il ministro degli Esteri Massimo
D’Alema è «preoccupato e compiaciuto» alla vigilia della partenza della forza
di pace Onu per il Libano. Nel suo ufficio alla Farnesina, circondato dal suo
staff, D’Alema sembra proprio orgoglioso per il risultato del suo governo e
consapevole dei grandi rischi ancora aperti in Medio Oriente. «Facciamo un passo
indietro, voglio spiegare il filo della nuova politica estera italiana. Noi
abbiamo contribuito all’apertura di una fase diversa nel mondo, caratterizzata
dalla fine dell’unilateralismo seguito all’11 settembre 2001. Siamo ritornati
al multilateralismo, l’Onu è protagonista, l’Europa al centro, l’Italia è tornata
sulla scena».
D. Perché la forza di pace internazionale schierata al
confine Libano-Israele dopo la guerra dei 33 giorni con la forte presenza di
truppe italiane rappresenta secondo lei una svolta?
R. «E’ il ritorno alla politica dopo l’ossessione dell’uso
della forza come sola risorsa. Parlo di un’intesa tra Onu, Europa e Stati Uniti
che pochi prevedevano. Abbiamo lavorato a contatto con gli Stati Uniti. So che
non pochi prevedevano la caduta del governo Prodi sulla politica estera e la
rottura con gli Stati Uniti. Invece agiamo con il consenso dell’opposizione
e l’amicizia e la collaborazione con Washington s’è rinsaldata».
D. E’ anche merito dei buoni rapporti stabiliti con Israele
ai tempi del governo Berlusconi?
R. «Preferisco parlare del presente e del futuro della
politica estera italiana».
D. Il “New York Times” la definisce «preoccupato e orgoglioso»
per il consenso alla missione internazionale e per il ruolo di Roma, ma anche
consapevole che il difficile comincia adesso. Le ragioni della guerra tra Israele
e Hezbollah sono intatte, l’ombra dell’Iran si proietta sul Libano.
R. «Le riserve più intelligenti e la posizione più onesta,
come spesso capita, le esprime Giuliano Ferrara sul Foglio. “E’ un successo”,
ha scritto,”ma non ci credo” E, certo, puntare in Medio Oriente sul pessimismo
è scontato. Ma io vedo un cambiamento di agenda: dopo l’Iraq sembrava che la
forza fosse la sola soluzione, oggi torna la politica. I fondamentalisti sfruttano
anche la risposta militare dell’occidente per reclutare e aumentare il consenso.
Ci sono fasi in cui l’uso della forza può servire a difendere i diritti umani
ma la soluzione deve essere essenzialmente ricercata nella politica».
D. Gli storici israeliani Van Creveld e Benny Morris
ritengono che Hezbollah e l’Iran escano incoraggiate dalle settimane di guerra
e non disposte a fare marcia indietro. La forza di pace non può disarmare direttamente
le milizie dello sceicco Nasrallah, l’esercito libanese non è agguerrito, Teheran
sa che Russia e Cina non lanceranno sanzioni all’Onu. Come ribaltare i pericoli?
R. «Il processo è solo cominciato. L’idea di una crociata
contro il fondamentalismo è sbagliata, il mondo islamico ha mille volti, l’Iran
è un grande paese, con culture e identità diverse e con una società civile molto
forte ed articolata. E’ stato il moderato Kathami a dire che la sola politica
di isolamento ha finito per rinforzare la popolarità di Ahmadinejad».
D. Che fare se Teheran alza la voce anche davanti alle
offerte blande, e lancia in sfida la repressione contro la Ebadi?
R. «La democrazia non ha alternative, la libertà non
è patrimonio dei neoconservatori. E’ piuttosto un processo complesso, la credibilità
di chi l’ha predicata e poi ha usato la tortura e gli abusi dei diritti civili
è in crisi e quelle campagne hanno nuociuto all’Occidente». La tesi di Massimo
D’Alema è semplice: l’unilateralismo del presidente Bush si è arenato, torna
l’ora della politica. La guerra al terrorismo c’è, la rivolta fondamentalista
va contrastata, ma alla forza deve accompagnarsi la politica, per drenare consenso.
«Hamas ed Hezbollah non sono al Qaeda. Oltre alle note responsabilità di azioni
terroristiche, hanno anche snodi politici, si occupano di assistenza. L’Ira
e l’Eta da gruppi terroristici sono diventati movimenti politici. Dobbiamo incoraggiare
questa metamorfosi in Medio Oriente. Le sigle che sono dedite al puro terrore
vanno invece combattute e sconfitte».
D. Osama e la sua rete sono però decisi a non arretrare,
sono in guerra contro ogni occidentale e contro ogni musulmano che non legga
il Corano da testo totalitario. Abu Mazen stesso è un loro nemico.
R. «Ragione di più per appoggiare Abu Mazen e chiunque
nel mondo islamico, moderato, riformista,pragmatico, sia nostro interlocutore
contro i terroristi. Credo che Hezbollah abbia preso una botta militare dura,
ragione di più per lavorare al rilascio degli ostaggi, alla sicurezza di Israele
e alla pace in Libano. La Siria va ricondotta nel processo di pace, dicendole
chiaro che altrimenti resterà isolata. Nei miei viaggi mi hanno colpito il premier
libanese Siniora, persuaso che la democrazia sia la strada per il suo paese,
Abu Mazen il solo che possa arginare Hamas nella prospettiva di un governo di
unità nazionale, e noi dobbiamo negoziare con lui, e il presidente egiziano
Mubarak, preoccupato dalla crescita dei fondamentalisti».
D. Ma i Fratelli Musulmani si sono moltiplicati al Cairo,
proprio perché si sono alimentati di un risentimento all’interno del mondo arabo.
R. «Vero. Sono paesi in cui c’è bisogno di più democrazia,
non è facile cambiarli in breve e certamente la fretta e le forzature non aiutano».
D. Anche in America molti sono persuasi che l’unilateralismo
dei repubblicani sia al tramonto. I democratici, per bocca dell’esperto senatore
Joe Biden sembrano rassegnati all’Iran nucleare, parlano di tornare al “contenimento”,
come ai tempi della guerra fredda. Come dialogherete con questa strategia?
R. «E’ possibile che Biden sia troppo pessimista. Se
coinvolgiamo la Russia e l’Onu nella trattativa con Teheran non vedo perché
dovremmo fallire. L’Italia deve entrare nel gruppo che dialoga con l’Iran, la
nostra storia e i nostri interessi ci legittimano. Da gennaio saremo nel Consiglio
dì Sicurezza dell’Onu fino al 2008, e useremo il nostro seggio in chiave europea,
per far sentire meglio, e con più forza, la voce dell’Unione all’Onu. Il diritto
internazionale è la bussola, ne ha scritto bene per il Corriere lo storico Sergio
Luzzatto. Possiamo seguire un corso che non eliminerà subito ne guerra nè terrorismo,
ma ci legittimerà proprio in ragione della difesa dei valori fondamentali della
democrazia».
D. Alla manifestazione per la pace di Assisi c’erano
i ritratti di Nasrallah e molte voci ostili alla missione a Kabul hanno applaudito
quella in Libano. Come persuaderà il movimento pacifista della sua strategia
delle forze internazionali al servizio dei diritti umani?
R. «Ad Assisi i ritratti erano due, ma all’interno di
una manifestazione il cui slogan era “forza Onu”.Tuttavia va detto che in alcune
circostanze i diritti umani possono essere difesi anche con un intervento di
peacekeeping, come ora in Libano. Ero primo ministro ai tempi della guerra nei
Balcani, quando abbiamo impedito il genocidio in Kosovo, poi però abbiamo contribuito
a pacificare la regione proteggendo anche i serbi. La guerra asimmetrica si
vince anche con il consenso, non solo con i soldati».
D. I suoi avversari l’hanno criticata per la “passeggiata”a
Beirut con un leader Hezbollah. Quali sono invece i suoi ricordi personali?
R. «E’ squallido sentire definire cinicamente “passeggiata”un
gesto che voleva testimoniare la solidarietà con una popolazione colpita dagli
orrori della guerra appena tre ore dopo la fine di un bombardamento. Intuivo
che ci potessero essere Hezbollah, ma ero coinvolto dal dramma umano in corso,
non mi interessava chiedere documenti. Perché non ricordare piuttosto il mio
incontro con la giovanissima e affranta moglie di uno dei soldati israeliani
rapiti? Ho lavorato per portarli a casa, non per seminare odio. Per questo il
ricordo che mi porterò per sempre dentro è il discorso dello scrittore israeliano
Grossman sulla tomba del figlio Uri, caduto tra i paracadutisti di Gerusalemme.
La pace e la ragione contro l’odio. Mi sono ricordato che i politici valgono
per quel che fanno non per quel che dicono».
D. Dicono che il suo rapporto con la segretario di stato
Condoleezza Rice sia buono, contraddicendo le previsioni di qualcuno. Com’è
in realtà?
R. «Ottimo, è una donna seria e preparata. Sull’isola
di Marettimo, a barca ormeggiata, le stavo parlando proprio con questo telefonino
e ho concluso dicendo “Bye bye Condy”. Un pescatore ha scosso appena la lenza
e mi ha detto “Onorevole, non stava parlando con la Rice! Non ci credo». È il
solo sorriso di D’Alema, dopo quello meno allegro riservato a chi gli ricorda
la sconfitta della sua Roma in super Coppa.
D. E ora ministro?
R. «Mi piacerebbe scrivere un libro sulla storia della
mia generazione, sul bene e il male che abbiamo attraversato. Ma per ora il
tempo è poco». Con l’Italia in Libano, in Consiglio di Sicurezza e forse a negoziare
con l’Iran perché la preoccupazione descritta dal New York Times si sciolga
tutta in orgoglio ci vorrà molta fatica e una buona dose di fortuna».(Gianni
Riotta-Corriere della Sera del 29 agosto 2006)
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