INTERVENTI
Domenico Pisano (Azzurri nel Mondo): Il
momento economico in Italia
LOS ANGELES - Francamente, pur con tutta la buona volontà,
quando giorni fa ho letto le dichiarazioni di Prodi su quello che, secondo lui,
sarebbe già un risultato positivo dei primi mesi del suo governo, mi è venuto
da sorridere: per niente sorpreso, conoscendo ormai da tempo gli atteggiamenti
del nostro premier, giunti all’abilita’ assai conosciuta degli uomini di sinistra
in genere e dagli ex-democristiani in particolare, che li porta alle affermazioni
più assurde ed improbabili.
Come pure non mi hanno sorpreso più di tanto l’improvvisa
sparizione, a campagna elettorale conclusa, delle precedenti martellanti affermazioni
dell’opposizione di prima sull’italiano medio che”non arriva alla fine del mese”:
non si sente più dire, pur sapendo tutti perfettamente che dal marzo 2006 al
dopo elezioni non sono aumentati salari, ma, anzi sono aumentati i costi fissi
di alcune utenze necessarie al sostentamento quotidiano del cittadino!
Ma credo sia meglio lasciare perdere le polemiche,
e soffermarsi su riflessioni serene e logiche, che dovrebbero essere
proprie, anche in politica, di chi vuole bene al proprio Paese, indipendentemente
dal colore dei governi che lo guidano.
Infatti, le recenti buone, anzi ottime notizie sull’aumento
delle entrate dello Stato, che verosimilmente permetterebbero almeno un ammorbidimento
dei gravami imposti dalla finanziaria in pectore, sono state rivendicate dal
Professore e dalla sua compagnia di governo come un primo eclatante risultato,
frutto (dicono) del clima di fiducia che gli Italiani ora mostrano nei confronti
di un equipe che ancora non ha deciso proprio nulla e, quel poco che aveva deciso,
se lo e’ velocemente rimangiato a causa degli aut aut impostigli dalle categorie
interessate e colpite dai cosiddetti provvedimenti miranti al rilancio della
competività ed alla compressione dei costi.
Si, perché credo che persino uno studente ai primi anni
di ragioneria sa benissimo che qualsiasi variazione di postulati economici produce
i suoi effetti a distanza sensibile di
tempo, non solo dopo qualche settimana o qualche mese, ma solo qualche volta
dopo parecchi mesi e quasi sempre dopo almeno un anno.
Gli effetti positivi sulle entrate dello Stato non sono
invece forse il risultato di un’economia italiana, europea e mondiale che, sin
dalla fine dello scorso anno e più segnatamente dall’inizio del 2006 ha dato
segni evidenti di netta ripresa, convalidati da un aumento della produzione
complessiva e da un sia pur lieve incremento delle nostre esportazioni; tutto
ciò nonostante il rilevantissimo aumento della bolletta energetica ed i riflessi
negativi in economia dell’instabilità mediorientale.
Ma, nonostante tutto, vorrei abbandonarmi ad un certo
ottimismo: ebbene si, nonostante i venti che sembrano portare il governo in
carica a spendere mesi, se non anni di legislatura a cercare di cancellare molte
delle leggi chiave fatte dal precedente governo, rovesciandole o cambiandone
sostanzialmente spirito ed effetti, spesso per accontentare questo o quel piccolo
partito dei tanti che compongono la compagine governativa attuale.
Infatti, ci sono alcuni segnali, pare via via più frequenti,
di inizi di dialogo che sono iniziati in queste ultime settimane da visuali
se non comuni, certamente non distanti, in tema di politica estera.
Preoccupa certo un po’ l’atteggiamento del Ministro dell’Economia,
uomo di indubbio prestigio, che, almeno a livello di dialettica, sembra non
sopportare critica alcuna, anche se viene da Fogli (Il Corriere) che sono da
tempo esplicitamente schierati a favore del Governo intero.
Preoccupa anche un po’ la politica economica dell’Unione
Europea che sembra sempre meno capace di equilibrare le singole economie nazionali:
compito certamente assai difficile e complicato, ma non facilitato dall’ansia
che l’Unione sembra avere costantemente di copiare opinioni ed orientamenti
del binomio Germania-Francia.
Certamente noi siamo l’economia più debole (da sempre),
ma sembra anche che abbiamo perso anche quel peso che sembravamo avere, almeno
in parte, conquistato, appiattendoci sulle decisioni franco-tedesche, le cui
economie, cosi diverse dalla nostra altrimenti strutturata ed articolata, si
fondano su presupposti molto diversi e tendono, per loro natura e per potenzialità
industriale, a sovrastare e condizionare quelle dei Paesi più deboli ed esposti,
come l’Italia, dove ancora oggi siamo appesantiti dalle ripercussioni della
moneta comune europea, il cui tasso di cambio con la lira e’ stato sciaguratamente
fissato in una misura assai penalizzante e non rispondente ai rispettivi valori.
Quanto sopra non negando certamente una certa inerzia
nei controlli del caso e nell’impedire la bolla speculativa che ne è seguita:
ricordiamoci però che nell’economia liberale di un Paese democratico i controlli
sia preventivi, che contestuali o successivi avrebbero richiesto un dispiegamento
di forze probabilmente insopportabile e che, quasi certamente, avrebbe avuto
conseguenze nefaste sui cambi, dando luogo ad un vero e proprio mercato nero
e, in certi generi alimentari di prima necessità, ad accaparramenti e speculazioni
di vario segno e gravità.
D’altronde, se pure più lievi, conseguenze dello stesso
segno si sono verificate negli altri Paesi Europei che hanno introdotto l’euro,
pur sapendo che, in casi come questo, “il mal comune” non significa affatto
alcun “mezzo gaudio”. (Domenico Pisano*/Inform)
*Portavoce
Azzurri nel Mondo Usa