INFORM - N. 157 - 9 agosto 2006


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Su “Tribuna Italiana” del 9 agosto 2006 l’editoriale del direttore Marco Basti

Marcinelle oggi

Perché Marcinelle non rimanga una ferita aperta nella storia dell’emigrazione e nella storia del Paese, il primo debito che l’Italia deve onorare è quello assunto con la diaspora italiana nel mondo

 

BUENOS AIRES - Ieri a Marcinelle si è svolta la cerimonia centrale in ricordo delle vittime della tragedia nella miniera del Bois du Cazier, avvenuta cinquanta anni fa, nella quale, come è noto, morirono 262 minatori dei quali, oltre la metà erano italiani. Una tragedia per la quale pochi anni fa, l’ex ministro Mirko Tremaglia  - che a Marcinelle vi si reca da decenni - ottenne che il Parlamento dichiarasse l’8 agosto Giornata Nazionale del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo.

Aderendo a questa iniziativa, numerosi esponenti istituzionali, espressero negli ultimi anni le loro riflessioni su un fatto doloroso ed emblematico della storia italiana contemporanea. Anche quest’anno, sono stati tanti gli interventi sull’esplosione e l’incendio nella miniera belga.

In genere, della tragedia viene ricordato il fatto che i colpiti furono emigrati italiani. Ma abbiamo l’impressione - sarà perché siamo permalosi o perché non abbiamo letto con sufficiente cura messaggi e interventi - che non si va oltre al generico riconoscimento del fatto che milioni di connazionali dovettero lasciare la terra natia per cercare un avvenire migliore altrove. E che invece la tragedia di allora e l’epopea  dell’emigrazione vengono usate per giustificare atteggiamenti di politica interna, mentre invece dovrebbero servire per trarre la prima conclusione e cioè che l’ingiustizia dovrebbe essere sanata dall’Italia con una politica efficace per gli italiani all’estero che vada al di là della retorica e che certamente non si esaurisce con l’aver riconosciuto il diritto di voto attivo e passivo.

Invece serve per altro: per parlare delle morti bianche, cioè gli infortuni sul lavoro che causano la morte di tante persone, sia in Italia che all’estero, per insufficienti condizioni di sicurezza nel lavoro. O per promuovere una politica diversa nei confronti degli immigrati, ora che l’Italia si presenta come Paese d’immigrazione e come società multiculturale.

«In questo la tragedia di Martinelle - conclude la prefazione che ha scritto il Vice ministro Franco Danieli a un libro sul 50º della tragedia -  è assolutamente storia contemporanea in quanto storia aperta e incompiuta. È una porzione del passato che fa parte del presente che stiamo vivendo e che ci richiama, ognuno di noi singolarmente e tutti in quanto italiani, ad una responsabilità civica e morale, ad un impegno per tutelare i diritti umani ovunque nel mondo, per affermare i principi della nostra Costituzione sul diritto al lavoro e sul diritto dei lavoratori. Senza mai dimenticare che al centro dei nostri obbiettivi ci sono le persone, la loro aspirazione ad una vita dignitosa e responsabile. Portare avanti questo impegno è il modo migliore per ricordare e onorare i nostri connazionali che l'8 agosto del 1956 persero la vita a Marcinelle».

Belle parole e giuste. Ma c’è da chiedersi se “l’impegno per tutelare i diritti umani ovunque nel mondo, per affermare i principi della nostra Costituzione sul diritto al lavoro e sul diritto dei lavoratori” comprende anche i lavoratori italiani emigrati, residenti in Paesi come l’Argentina, che non hanno fatto l’America, anziani senza una pensione che da anni attendono un gesto dall’Italia. Spesso c’è l’impressione che dei loro diritti umani, a cominciare da quello di avere una anzianità serena e dignitosa, ci si dimentica facilmente in Italia, per non parlare dell’Argentina.

Invece anche questi nostri connazionali dovrebbero essere al centro degli obbiettivi del governo, della classe politica italiana, dei mass media italiani, del mondo della cultura, perché pure loro sono persone - come tante per le quali il governo e tutti gli altri si preoccupano - , e va difesa e rispettata “la loro aspirazione ad una vita dignitosa e responsabile”. Se non prima, al meno al pari degli altri. 

Perché Marcinelle non rimanga una ferita aperta nella storia dell’emigrazione e nella storia del Paese, il primo debito che l’Italia deve onorare è quello assunto con la diaspora italiana nel mondo.

Non sono sufficienti una targa, un libro o un monumento. Non sono sufficienti i discorsi e i messaggi, se si continua a posticipare  gli impegni con le comunità italiane all’estero, se si trovano sempre argomenti di urgente attualità - che sia l’assestamento del bilancio, che sia la crisi mediorientaele, che sia l’emergenza immigrazione, che sia il riordino dei ministeri e altro ancora.

Se l’Italia vuole veramente rendere omaggio ai 136 connazionali morti a Marcinelle e alle altre migliaia e migliaia morti nei cinque continenti, cercando un avvenire che l’Italia per tanti decenni non potè o non volle o non seppe assicurare, cominci a riscoprire, senza preconcetti, senza prese in giro, senza “macchiettare”, le comunità italiane nel mondo.

Come insistiamo da anni, ha tutto da guadagnare.  (Marco Basti-Tribuna Italiana/Inform)


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