MARCINELLE
"Marcinelle Cinquant’anni dopo".
Un libro del Ministero Esteri sul dramma del Bois du Cazier
La storia, i ricordi e le immagini di una
tragedia del passato divenuta simbolo del sacrificio degli italiani nel mondo
e della lotta per la sicurezza sul lavoro
ROMA - Per raccontare le grandi tragedie del passato,
al di là del freddo bilancio delle vittime, bisogna cercare di far rivivere
gli eventi, inquadrandoli nel giusto ambito di riferimento storico e sociale
e attraverso le testimonianze dei protagonisti ancora in vita. Un’operazione
complessa, volta alla paziente ricostruzione della memoria, che spesso però
rischia di rimanere imbrigliata o nella fredda cronaca degli accadimenti del
tempo o in una sterile rilettura ideologica del giorno dopo. Rivisitazioni superficiali
che appaiono ancora meno soddisfacenti quando si parla di una tragedia sul lavoro
come quella di Marcinelle, ricca di drammi umani e risvolti sociali, che l’8
agosto del 1956 costò la vita a 262 minatori, di cui 136 italiani.
A queste tentazioni narrative non hanno ceduto gli autori
del libro, curato dalla Direzione Generale per gli Italiani all’estero della
Farnesina e coordinato per la parte editoriale da Maura Crudeli, dal titolo
"Marcinelle Cinquant’anni dopo". La pubblicazione, che si rivolge
in primo luogo alle nuove generazioni, non si limita infatti ad una lettura
storica della tragedia, ma cerca di cogliere quanto possa ancora insegnarci
questo dramma sia sul piano dei diritti del lavoro, sia su quello dei valori
assoluti, come il rispetto della vita e della dignità dell’uomo. "La tragedia
di Marcinelle - scrive nel libro il vice ministro per gli italiani nel mondo
Franco Danieli ricordando l’alto numero di morti in Italia per incidenti sul
lavoro - è assolutamente storia contemporanea. E’ una porzione del passato che
ci richiama, in quanto italiani, ad un impegno per tutelare i diritti umani
ovunque nel mondo, per affermare i principi della nostra Costituzione sul diritto
del lavoro e sul diritto dei lavoratori". Un problema, quello delle morti
bianche, che viene affrontato anche da Tiziano Treu, presidente della commissione
lavoro del Senato. "Quella della sicurezza sul lavoro - spiega Treu dopo
aver chiesto una migliore applicazione delle attuali leggi di tutela degli occupati
- è una responsabilità di tutti che deve manifestarsi ogni giorno, e non risvegliarsi
solo quando si commemora una tragedia come quella di Marcinelle".
Il libro accompagna il lettore in un graduale avvicinamento
agli aspetti più drammatici della tragedia. Prima di arrivare alle dirette testimonianze
di chi visse in prima persona l’evento viene infatti proposta una dettagliata
ricostruzione dell’incidente minerario realizzata Alain Forti, conservatore
al Bois du Cazier. "Tutto avvenne rapidamente - spiega Forti ricordando
gli esiti dell’inchiesta - il vagonetto per il trasporto del carbone filò via
verso la superficie agganciando una trave. Agendo da vero e proprio ariete,
quest’ultima nella sua corsa danneggiò gravemente una canalizzazione dell’olio.
La formazione di archi elettrici, originata da due cavi danneggiati, provocò
l’accensione dell’olio nebulizzato".
Queste le cause della tragedia. Ma cosa provavano durante
i lunghi turni di lavoro i minatori che tutti i giorni scendevano nei profondi
cunicoli di Marcinelle? Al quesito ha cercato di dare una risposta Igor Man
nell’articolo "Soli nel cuore della terra". Il resoconto di un viaggio
a quota
E’ in questo contesto lavorativo, di estremo rischio
e dalle carenti misure di sicurezza, che l’8 agosto del 1956 si sviluppa il
rogo che non lascia scampo. "Fu un colpo terribile per noi…li abbiamo trovati
tutti uno sull’altro, morti per mancanza d’ossigeno - racconta Silvio di Luzio
che per due mesi lavorò nella Centrale di salvataggio sperando di trovare in
vita qualche superstite - Mi ricordo di quel ragazzetto di quindici anni che
abbiamo trovato dietro una porta, morto abbracciato ad un altro minatore. Se
lo trovavamo prima, chissà se si poteva salvare. E così per tanti altri, il
più grande dolore era di arrivare tardi".
Ma, oltre alle testimonianze, il libro presenta anche
una particolareggiata raccolta fotografica a colori ed in bianco e nero. Immagini,
realizzate da Marina Cavazza e tratte dall’archivio dei Padri Scalabriniani,
che non si limitano a mostrare i giorni del dramma, colmi di disperazione, ma
forniscono al lettore un’ampia panoramica della presenza migratoria italiana
in questa regione. Si parte dalle difficili condizioni di vita dei primi anni
‘50, fino ad arrivare all’attualità con le foto odierne dei familiari che hanno
perso i loro cari a Marcinelle. Questi scatti, realizzati nella miniera in attività,
nei cortili delle baracche e nelle camere degli emigrati, fanno toccare con
mano il duro lavoro dei nostri connazionali - alcuni scavano gallerie dove si
sta a stento in piedi mentre altri si accovacciano per entrare nelle strette
gabbie degli ascensori - e soprattutto il degrado sociale che gli italiani dovettero
affrontare. Un’emarginazione che appare evidente non solo dall’immagine dei
vecchi campi di prigionia abitati dalle famiglie dei minatori, ma anche dal
senso di assoluta solitudine che ci trasmette la foto, senza ombra di allegria,
scattata al minatore nel suo alloggio da scapolo. Una silenziosa rassegnazione
che ritroviamo nelle immagini delle opere ad olio dipinte su tela, raffiguranti
la vita della miniera, che completano la raccolta fotografica. Piccoli capolavori
che portano la firma di Giuseppe Flangini e di Van Gogh.(Goffredo Morgia-Inform)