INFORM - N. 156 - 8 agosto 2006


MARCINELLE

"Marcinelle Cinquant’anni dopo". Un libro del Ministero Esteri sul dramma del Bois du Cazier

La storia, i ricordi e le immagini di una tragedia del passato divenuta simbolo del sacrificio degli italiani nel mondo e della lotta per la sicurezza sul lavoro

 

ROMA - Per raccontare le grandi tragedie del passato, al di là del freddo bilancio delle vittime, bisogna cercare di far rivivere gli eventi, inquadrandoli nel giusto ambito di riferimento storico e sociale e attraverso le testimonianze dei protagonisti ancora in vita. Un’operazione complessa, volta alla paziente ricostruzione della memoria, che spesso però rischia di rimanere imbrigliata o nella fredda cronaca degli accadimenti del tempo o in una sterile rilettura ideologica del giorno dopo. Rivisitazioni superficiali che appaiono ancora meno soddisfacenti quando si parla di una tragedia sul lavoro come quella di Marcinelle, ricca di drammi umani e risvolti sociali, che l’8 agosto del 1956 costò la vita a 262 minatori, di cui 136 italiani.

A queste tentazioni narrative non hanno ceduto gli autori del libro, curato dalla Direzione Generale per gli Italiani all’estero della Farnesina e coordinato per la parte editoriale da Maura Crudeli, dal titolo "Marcinelle Cinquant’anni dopo". La pubblicazione, che si rivolge in primo luogo alle nuove generazioni, non si limita infatti ad una lettura storica della tragedia, ma cerca di cogliere quanto possa ancora insegnarci questo dramma sia sul piano dei diritti del lavoro, sia su quello dei valori assoluti, come il rispetto della vita e della dignità dell’uomo. "La tragedia di Marcinelle - scrive nel libro il vice ministro per gli italiani nel mondo Franco Danieli ricordando l’alto numero di morti in Italia per incidenti sul lavoro - è assolutamente storia contemporanea. E’ una porzione del passato che ci richiama, in quanto italiani, ad un impegno per tutelare i diritti umani ovunque nel mondo, per affermare i principi della nostra Costituzione sul diritto del lavoro e sul diritto dei lavoratori". Un problema, quello delle morti bianche, che viene affrontato anche da Tiziano Treu, presidente della commissione lavoro del Senato. "Quella della sicurezza sul lavoro - spiega Treu dopo aver chiesto una migliore applicazione delle attuali leggi di tutela degli occupati - è una responsabilità di tutti che deve manifestarsi ogni giorno, e non risvegliarsi solo quando si commemora una tragedia come quella di Marcinelle".

Il libro accompagna il lettore in un graduale avvicinamento agli aspetti più drammatici della tragedia. Prima di arrivare alle dirette testimonianze di chi visse in prima persona l’evento viene infatti proposta una dettagliata ricostruzione dell’incidente minerario realizzata Alain Forti, conservatore al Bois du Cazier. "Tutto avvenne rapidamente - spiega Forti ricordando gli esiti dell’inchiesta - il vagonetto per il trasporto del carbone filò via verso la superficie agganciando una trave. Agendo da vero e proprio ariete, quest’ultima nella sua corsa danneggiò gravemente una canalizzazione dell’olio. La formazione di archi elettrici, originata da due cavi danneggiati, provocò l’accensione dell’olio nebulizzato".

Queste le cause della tragedia. Ma cosa provavano durante i lunghi turni di lavoro i minatori che tutti i giorni scendevano nei profondi cunicoli di Marcinelle? Al quesito ha cercato di dare una risposta Igor Man nell’articolo "Soli nel cuore della terra". Il resoconto di un viaggio a quota 1035 metri compiuto dal giornalista nei cunicoli del Bois du Cazier il 4 luglio del 1966. "Rassegnatamente - scrive Igor Man descrivendo con parole semplici l’angosciosa realtà e gli automatismi dei minatori che lavorano a queste profondità - scivolo sprofondando in un abisso senza fine. Da quando ho indossato la divisa del minatore ho abdicato alla mia volontà, non mi è neanche concessa l’autonomia di un gesto, né riesco a formulare un pensiero che non sia legato all’immediato presente. I minatori lavorano a cottimo. Non esiste esperienza che possa aiutarli; può schiacciarli in qualsiasi momento il peso della montagna; può investirli, uccidendoli, un getto d’acqua o di gas".

E’ in questo contesto lavorativo, di estremo rischio e dalle carenti misure di sicurezza, che l’8 agosto del 1956 si sviluppa il rogo che non lascia scampo. "Fu un colpo terribile per noi…li abbiamo trovati tutti uno sull’altro, morti per mancanza d’ossigeno - racconta Silvio di Luzio che per due mesi lavorò nella Centrale di salvataggio sperando di trovare in vita qualche superstite - Mi ricordo di quel ragazzetto di quindici anni che abbiamo trovato dietro una porta, morto abbracciato ad un altro minatore. Se lo trovavamo prima, chissà se si poteva salvare. E così per tanti altri, il più grande dolore era di arrivare tardi".

Ma, oltre alle testimonianze, il libro presenta anche una particolareggiata raccolta fotografica a colori ed in bianco e nero. Immagini, realizzate da Marina Cavazza e tratte dall’archivio dei Padri Scalabriniani, che non si limitano a mostrare i giorni del dramma, colmi di disperazione, ma forniscono al lettore un’ampia panoramica della presenza migratoria italiana in questa regione. Si parte dalle difficili condizioni di vita dei primi anni ‘50, fino ad arrivare all’attualità con le foto odierne dei familiari che hanno perso i loro cari a Marcinelle. Questi scatti, realizzati nella miniera in attività, nei cortili delle baracche e nelle camere degli emigrati, fanno toccare con mano il duro lavoro dei nostri connazionali - alcuni scavano gallerie dove si sta a stento in piedi mentre altri si accovacciano per entrare nelle strette gabbie degli ascensori - e soprattutto il degrado sociale che gli italiani dovettero affrontare. Un’emarginazione che appare evidente non solo dall’immagine dei vecchi campi di prigionia abitati dalle famiglie dei minatori, ma anche dal senso di assoluta solitudine che ci trasmette la foto, senza ombra di allegria, scattata al minatore nel suo alloggio da scapolo. Una silenziosa rassegnazione che ritroviamo nelle immagini delle opere ad olio dipinte su tela, raffiguranti la vita della miniera, che completano la raccolta fotografica. Piccoli capolavori che portano la firma di Giuseppe Flangini e di Van Gogh.(Goffredo Morgia-Inform)


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