INFORM - N. 155 - 7 agosto 2006


MARCINELLE

Una riflessione di Gianni Farina, deputato eletto nel collegio europeo, sul 50° anniversario della tragedia

 

ROMA – Gianni Farina, in occasione del 50° anniversario della tragedia di Marcinelle, ricordata solennemente in Parlamento dal Presidente della Camera dei deputati Fausto Bertinotti,  ripropone all’attenzione dei lettori, anche perchè deputato eletto nel collegio europeo, una sua riflessione sulle  spesso drammatiche vicende dei nostri concittadini in Europa e nel mondo.

“Come deputato e membro permanente della Delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea dell’OSCE - assicura Farina - farò il possibile, per ciò che mi compete, perché tali tragedie non abbiano più a ripetersi e non vengano dimenticate”.

 

Carissimi connazionali di Marcinelle, rinnoviamo oggi, memoria e affetto, dolore e riconoscenza per i tanti piccoli grandi uomini che hanno arricchito l’umanità con limpide storie di vita.

Storie che sono dentro noi. Dentro ogni famiglia e in ogni villaggio di una Italia che non dimentica il suo passato. Il passato di figli suoi che hanno avuto coraggio. Che hanno travolto i sentimenti, spezzato le radici che li legavano ad una  terra avara e matrigna violentata dall’alba al tramonto per carpirne la tenue speranza di un futuro più giusto, più umano.

Che cosa sei venuto a fare tu, fanciullo lucano, in terra di Francia? Assunto a noleggio (siamo a fine ottocento) per servire i vetrai della Loira e del Rodano in uno dei mestieri più bestiali e malsani esistenti. Un negriero che ti estorce gran parte del già misero salario costringendoti persino a mendicare per strada nel giorno del raccoglimento e del riposo.

Che cosa sei venuto a fare tu, giovane ligure, alle saline di Fangousse, se non per essere vittima del massacro di Aigues Mortes di un  maledetto Agosto 1893. Vittima,  tra decine, della guerra tra i poveri per un misero tozzo di pane.

Mort aux Italiens! Il grido si alza possente. Sono i lavoratori francesi scesi a combattere lo sfruttatore sbagliato, colpevole solo della sua disarmata miseria.

Che cosa sei venuto a fare giovane dell’Emilia o dell’agro pontino, veneto, calabro, figlio dei monti d’Abruzzo o della misera terra campana se non per fuggire incontro all’ignoto laggiù sul Rio de la Plata o ancor più lontano, nel nuovissimo mondo, in quel Queensland  a violentare canneti per carpirne la dolce mistura.

Che cosa sei venuto a fare? Non stavi bene lassù o laggiù, tra i tuoi colli o le tue montagne, tra il tuo sole e il tuo mare? Protagonisti ognuno dell’ esodo di massa di cui é  ricca e vittima la storia della nostra Patria .

Insegnamola questa storia nelle scuole della repubblica , recuperiamo quei tanti valori di cui é ricca quella lunga e spesso drammatica vicenda. Insegnamola nelle scuole ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze che si apprestano a vivere la straordinaria avventura dell’Unione dei popoli d’Europa. L’Unione dei liberi, dei diversi e solidali.

Insegnamola anche attraverso l’istituzione, in ogni regione e provincia italiana, dei musei dell’emigrazione.

Se si parte da quel passato, recuperando quelle radici, allora possiamo costruire un sogno: cittadini italiani che vivono in Italia, in Europa e nel mondo offrendo ogni giorno il loro sapere di uomini e donne liberi, tra popoli e nazioni libere e solidali.

Liberi come non furono gli «schiavi bianchi» nella agghiacciante descrizione di un giornale italiano di Sao Paolo nel Brasile del novembre 1892. Fuggiti dalla miseria, allettati dalle promesse degli agenti dell’emigrazione e poi costretti a vendere l’unica loro ricchezza : le braccia da lavoro , a condizioni sovente persino più disumane che in Italia. Il loro unico conforto, l’opera misericordiosa degli Scalabriniani.

Liberi come non furono i «piccoli vagabondi» descritti da Hector Malot, addetti, sin nei primi decenni del secolo scorso, ai lavori più umili e miserevoli: saltimbanchi, lustrascarpe, spazzacamini, vetrai. Liberi come vollero esseri quei sognatori dell’utopia realizzata, che raccogliendo l’eredità di Luigi De Negrelli, liberarono le acque del Mediterraneo per congiungerle attraverso il Mar Rosso all’immensità degli oceani.

Liberi come nell’invocazione lirica del Canto a la Argentina di Rubén Dario.

Liberi come i Matarazzo e i Lunardelli, i Borghi ed i Morganti, protagonisti dello sviluppo economico e sociale delle grandi metropoli brasiliane, i Perfetto in Cile, i Pittalunga in Uruguay, i Giannini negli Stati Uniti d’America.

Liberi nei cuori e nelle menti come i milioni di anonimi protagonisti delle rimesse verso la patria, la fonte gocciolante del sudore degli onesti a cui si abbeverarono masse di gente italica immiserite in un atavico sottosviluppo.

Liberi come aspiravano ad essere quei nostri emigranti calabri incontrati  poco più di  un quarto di secolo fa in un circolo italiano della capitale argentina  vittima della sanguinaria dittatura fascista.

L’inno verdiano del dolore «o mia patria sì bella e perduta» era il loro canto e la loro bandiera.

Quel «Canto dei prigionieri» assunto a simbolo della perduta libertà, senza conoscerne forse l’autore, il grande maestro.

Liberi come i combattenti della libertà che osarano sollevarsi, sino al sacrificio, contro le tirannidi in ogni parte dell’Europa e del mondo, impersonati tutti dalla straordinaria figura di Giuseppe Garibaldi.

Liberi come i milioni di uomini e di donne costretti ad abbandonare la terra tanto amata in quell’esodo di massa di un dopoguerra figlio di una umiliante sconfitta storica e morale.

Storia del sacrificio italiano nel mondo. Storia di ieri. Storia vissuta sulla nostra pelle.

Tutti noi, milioni di cittadini italiani hanno ben impresso nella memoria le desolanti scene degli addii.

Quell’andare casa per casa a salutare i parenti, i conoscenti, i commilitoni con i quali si era vissuta la terribile vicenda  della guerra al fronte, o  più tardi sulle montagne, a cercare la via maestra del riscatto e dell’onore.

E poi, l’ultimo saluto: alla sposa, alla fidanzata, ai figli, alla donna amata.

Da lì veniamo. Da quel sacrificio. Da quel giuramento nell’attimo dell’arrivederci, o tante, troppe volte, dell’addio.

Riscattare un destino cinico e baro, costruire, con la forza delle tue braccia, un avvenire più giusto per i tuoi cari, per i figli della terra amata.

L’Italia, la nostra Repubblica, é oggi un paese libero e sviluppato nel contesto dei popoli e delle nazioni, grazie anche e in tanta parte, al realizzarsi di quel giuramento e di quel sogno.

L’Italia democratica é oggi più forte perché i figli di quegli eroi del lavoro sono entrati nel tempio della sovranità popolare, in quel parlamento repubblicano in cui porteranno la miscela delle intelligenze, la ricchezza dei diversi, i colori dell’universalità, la forza dei saperi per fare l’Italia ancora più bella e più libera. Altri, assolvono già ad alte funzioni nelle professioni, nelle città,  nei parlamenti e nei governi in Europa e nel mondo.

Abbiamo vissuto combattendo la povertà, l’emarginazione e la solitudine, così limpidamente espressa da Salvatore Quasimodo: «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera» (da “Acque e terre”, 1930).

Abbiamo combattuto per i Diritti e i Doveri di ogni persona. Perché sappiamo che in ogni uomo c’è un cuore che batte, un’anima, un’aspirazione, una speranza. Ed è per questo che tanti di noi hanno lottato e lottano per sconfiggere gli istinti razzisti e xenofobi di cui noi stessi siamo stati vittime.

Lavoreremo in Italia, in Europa e nel mondo, alla costruzione delle unioni dei liberi e dei diversi come solennemente affermato nella costruenda costituzione europea.

Se ci riusciremo, anche il sacrificio degli eroi del lavoro dell’otto Agosto 1956, al Bois du Cazier di Marcinelle, non sarà stato vano. (Gianni Farina-Inform)


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