INFORM - N. 149 - 28 luglio 2006


ESTERI

Conclusa la campagna elettorale nella Repubblica Democratica del Congo

Clima positivo nel Kivu, non così in altre parti del Paese . Osservatori della società civile italiana nell’est del Paese. Un rappresentante sindacale Fim-Cisl ha incontrato i colleghi congolesi

 

BUKAVU – Si è conclusa la campagna elettorale, nella Repubblica Democratica del Congo. Nell’est del Paese, dove sono dislocati i 61 osservatori della società civile italiana, le notizie sono di tono diverso rispetto a quelle della capitale, riferisce l’associazione di volontariato “Beati i Costruttori di Pace” che coordina con “Chiama l’Africa”. gli osservatori della società civile giunti nel Paese africano per seguire le elezioni presidenziali e parlamentari  di domenica prossima (v. Inform n. 147 del 26 luglio e n.144 del 21 luglio) .

Il Paese  dopo l’indipendenza nel 1960 in questi ultimi otto anni è stato teatro di una guerra civile che ha causato 4 milioni di vittime. Quelle del 30 luglio saranno le prime elezioni libere e multipartitiche in Congo da 40 anni.

C’è un clima di grande attesa a Bukavu, capoluogo del Sud Kivu. Le strade sono invase da gente che indossa berretti e magliette col volto dei candidati, si susseguono i comizi e le manifestazioni, tra canti e balli. Così accade anche quando per la strada si incrociano due cortei a sostegno di candidati diversi, che proseguono danzando senza incidenti. Anche i manifesti elettorali restano tutti appesi ai muri e agli alberi, uno aggiunto all’altro, nessuno strappato: tutti segni di grande coscienza civica.

In questa parte del Congo il consenso si coagula in altissima percentuale attorno al presidente uscente Joseph Kabila, che è ben consapevole di avere nel Kivu il suo bacino elettorale più convinto. “L’artisan de la paix” è il motto che si è scelto per quest’ultimo scampolo di campagna elettorale. E la gente lo vede proprio così, come il firmatario della pace e colui che ha restituito un po’ di tranquillità alla zona del Paese che più è stata martoriata dagli anni della guerra. “Non voteremo per coloro che hanno violentato le nostre mogli” dicono a mo’ di slogan.

Qui le attese sono tutte protese al voto di domenica, a cui probabilmente si registrerà un’affluenza altissima. Non c’è la sfiducia che si registra all’ovest, nella capitale; la gente crede e attende le elezioni come una svolta decisiva per il Paese e un’uscita dall’empasse della formula 1+4, un presidente e quattro vicepresidenti, che di fatto blocca qualunque decisione. La presenza di osservatori internazionali è molto ben accolta dalla popolazione, che li vede come un’ulteriore garanzia di legittimità per il voto.

In questo quadro, si inserisce l’attività dei sessantuno osservatori italiani, coordinati da Beati i costruttori di pace e Chiama l’Africa. Ormai tutte le équipe coppie di osservatori sono dislocate sul territorio del Nord e Sud Kivu, nelle città più importanti (Bukavu, Goma, Beni, Butembo, Uvira) e nei centri dove la tensione è più alta (da Matanda a Minemwe, da Luvungi a Walungu, da Rutshuru a Masisi).

Le attività delle équipe procedono a pieno ritmo in questi giorni: la presentazione alle autorità del luogo, tra cui i responsabili della Commissione Elettorale Indipendente, e la conoscenza del territorio, in particolare dei luoghi allestiti come seggi elettorali. Da tutti loro arrivano messaggi positivi sull’accoglienza ricevuta dalla popolazione e dalle autorità.

Il clima generalmente positivo e di grande attesa che si respira nel Kivu è in contrasto con le notizie che giungono da altre parti del Paese. In particolare, la Chiesa Cattolica in queste zone è da mesi protagonista di un intenso lavoro di formazione della popolazione, a cui viene spiegato come votare e con quale criterio scegliere i candidati. Folti gruppi di volontari hanno girato per tutta la provincia, fino nei villaggi più remoti, per fare incontri di educazione civica.

In relazione a quanto scritto da alcuni vescovi nei giorni scorsi, che hanno assunto una posizione critica verso il processo elettorale, Lisa Clark e Albino Bizzotto, responsabili di Beati i Costruttori di Pace, spiegano: “Viene dato molto credito a dichiarazioni fatte a titolo personale da due vescovi, che sono diffuse come notizia principale se non unica. Tutte queste informazioni vengono però prontamente e sistematicamente smentite, col risultato di ottenere un’informazione distorta. Andrebbero invece maggiormente pubblicizzate le dichiarazioni collettive dei vescovi: lo sforzo della Chiesa, a tutti i livelli, nella formazione e nell’educazione civica, è stato enorme e continua senza interruzione”.

In questi giorni riferisce sempre l’Associazione Beati i Costruttori di Pace insieme alla delegazione di osservatori si trova nel Paese anche Emilio Lonati, rappresentante sindacale della FIM-Cisl. La sua presenza a Bukavu, capoluogo della regione del Sud Kivu, è stata l’occasione per due incontri con i rappresentanti sindacali locali: uno scambio informale ma fecondo tra esperienze sindacali molto diverse, un’organizzazione occidentale con decenni di esperienza da un lato e dall’altro un sindacato nascente in un paese che esce da decenni di dittatura e guerre.

Il sindacalista italiano ha incontrato il 27 luglio, Padyrj Kyalumba Lugano, responsabile provinciale del sindacato ufficiale UNTC, l’Union nationale de travailleurs congolais. Fino al ’90 esisteva infatti quest’unico sindacato nel Paese, con iscrizione obbligatoria, voluto dal dittatore Mobutu. Il quale, avvertita aria di tempesta con il crollo del muro di Berlino, decise di mettere fine al partito e al sindacato unico, aprendo così al pluralismo sindacale. “Da lì – spiega Emilio Lonati – ha avuto avvio una polverizzazione, che ha portato alla nascita di 278 sindacati nel paese. Anche gli immobili di proprietà di questo sindacato unico sono stati rivendicati dai vari gruppi e si è arrivati a una divisione del patrimonio”. Fino a quando, nel 2004, viene varata una legge per la rappresentanza sindacale che, attraverso rinnovi delle rappresentanze con elezioni periodiche, consente di identificare i sindacati maggiormente rappresentativi e ha riportato l’UNTC in posizione di preminenza, insieme a una decina d’altri. La legge prevederebbe al massimo cinque sindacati e dunque c’è ancora uno sforzo da compiere per concentrare quelli esistenti, in genere unioni sindacali che rappresentano le varie categorie. Prosegue Lonati: “Per le elezioni che si terranno domenica nessuno dei candidati alla presidenza ha inserito nel programma dei punti specifici sul lavoro. Così, i sindacati hanno presentato il loro candidato presidente e altri due candidati per il Parlamento”. Dall’incontro con il responsabile dell’UNTC sono scaturite non solo informazioni generali, ma anche belle storie personali: “Kyalumba Lugano ci ha raccontato che nel ’92 ha guidato la lotta in un’azienda mineraria (la Sominki, un’azienda per il 70% in mano ai belgi e per il resto al governo congolese, che estraeva oro e cassiterite) ed è stato arrestato, pur essendo nel sindacato governativo, per aver portato avanti una lotta con 54 giorni di sciopero”.

“Oltre alle esperienze sindacali derivanti dal vecchio regime – spiega ancora Emilio Lonati –, ci sono i sindacati emergenti, ancora senza riconoscimento ufficiale ma che hanno già portato avanti iniziative e lotte”. Nella regione del Sud Kivu in cui si trova, l’unico sindacato autonomo organizzato è quello degli insegnanti delle scuole cattoliche, nato spontaneamente dalla base. Lonati ne ha incontrato il responsabile, Pièrre. “Con il loro sindacato sono riusciti a ottenere già buoni risultati, primo fra tutti l’aumento della retribuzione da 8$ al mese a 30$. Questa rivendicazione li accomuna tra l’altro a militari e polizia, le altre due categorie di lavoratori che percepiscono (quando li percepiscono) stipendi ridottissimi. Per “ovviare”, soldati e poliziotti spesso taglieggiano la gente, mentre gli insegnanti sono costretti a chiedere alle famiglie di pagare per mandare i figli a scuola, cosa che ha causato un abbandono scolastico del 40%”.

Un piccolo ma significativo esempio che mostra come una questione sindacale influisca in maniera decisiva sul futuro di un paese. “È essenziale che si crei una confederalità sindacale – commenta Lonati – perché se non si mettono insieme, mai potranno avere forza contrattuale per fare rivendicazioni e lobbing sul nuovo governo che sarà in carica nei prossimi mesi”.“Mentre i sindacati che derivano dal precedente regime hanno mantenuto un minimo di struttura ed esperienza, queste nuove forme sindacali non ne hanno alcuna e per questo mi hanno chiesto la possibilità di fare degli stage. La CISL internazionale (la Confederazione Internazionale dei Sindacati dei Lavoratori), che ha sede a Ginevra, dovrà seguire con attenzione l’evolversi della situazione e favorirla, perché con la nuova Costituzione e il sindacato nascente si è creata una condizione ottimale”.

“In questa fase di transizione – conclude Lonati – i sindacati sopravvivono in qualche maniera, dato che l’iscrizione obbligatoria è stata tolta nel 2000. Qui nella regione del Sud Kivu esistono 47 grosse imprese con seimila addetti, eppure il sindacato ufficiale ha un piccolo ufficio con solo una vecchia fotocopiatrice e una macchina da scrivere anni ’70, in cui riceve la gente che ogni giorno arriva con contenziosi di lavoro. L’unico pagamento che ottengono è una piccola percentuale sulla somma che riescono eventualmente a recuperare con la trattativa con il datore di lavoro. Stanno cercando forme di mutualità sulla sanità, che sono le prime cose che il sindacato nascente ha realizzato in Europa nell’Ottocento: c’è dunque ancora tanto cammino da fare”. (Inform)


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