ESTERI
Conclusa
la campagna elettorale nella Repubblica Democratica del Congo
Clima positivo nel Kivu, non così in altre
parti del Paese . Osservatori della società civile italiana nell’est del Paese.
Un rappresentante sindacale Fim-Cisl ha incontrato i colleghi congolesi
BUKAVU – Si è conclusa
la campagna elettorale, nella Repubblica Democratica del Congo. Nell’est del
Paese, dove sono dislocati i 61 osservatori della società civile italiana, le
notizie sono di tono diverso rispetto a quelle della capitale, riferisce l’associazione
di volontariato “Beati i Costruttori di Pace” che coordina con “Chiama l’Africa”.
gli osservatori della società civile giunti nel Paese africano per seguire le
elezioni presidenziali e parlamentari di
domenica prossima (v. Inform n. 147 del 26 luglio e n.144 del 21 luglio) .
Il Paese dopo l’indipendenza nel 1960 in questi ultimi
otto anni è stato teatro di una guerra civile che ha causato 4 milioni di vittime.
Quelle del 30 luglio saranno le prime elezioni libere e multipartitiche in Congo
da 40 anni.
C’è un clima di grande
attesa a Bukavu, capoluogo del Sud Kivu. Le strade sono invase da gente che
indossa berretti e magliette col volto dei candidati, si susseguono i comizi
e le manifestazioni, tra canti e balli. Così accade anche quando per la strada
si incrociano due cortei a sostegno di candidati diversi, che proseguono danzando
senza incidenti. Anche i manifesti elettorali restano tutti appesi ai muri e
agli alberi, uno aggiunto all’altro, nessuno strappato: tutti segni di grande
coscienza civica.
In questa parte del
Congo il consenso si coagula in altissima percentuale attorno al presidente
uscente Joseph Kabila, che è ben consapevole di avere nel Kivu il suo bacino
elettorale più convinto. “L’artisan de la paix” è il motto che si è scelto per
quest’ultimo scampolo di campagna elettorale. E la gente lo vede proprio così,
come il firmatario della pace e colui che ha restituito un po’ di tranquillità
alla zona del Paese che più è stata martoriata dagli anni della guerra. “Non
voteremo per coloro che hanno violentato le nostre mogli” dicono a mo’ di slogan.
Qui le attese sono tutte
protese al voto di domenica, a cui probabilmente si registrerà un’affluenza
altissima. Non c’è la sfiducia che si registra all’ovest, nella capitale; la
gente crede e attende le elezioni come una svolta decisiva per il Paese e un’uscita
dall’empasse della formula 1+4, un presidente e quattro vicepresidenti, che
di fatto blocca qualunque decisione. La presenza di osservatori internazionali
è molto ben accolta dalla popolazione, che li vede come un’ulteriore garanzia
di legittimità per il voto.
In questo quadro, si
inserisce l’attività dei sessantuno osservatori italiani, coordinati da Beati
i costruttori di pace e Chiama l’Africa. Ormai tutte le équipe coppie di osservatori
sono dislocate sul territorio del Nord e Sud Kivu, nelle città più importanti
(Bukavu, Goma, Beni, Butembo, Uvira) e nei centri dove la tensione è più alta
(da Matanda a Minemwe, da Luvungi a Walungu, da Rutshuru a Masisi).
Le attività delle équipe
procedono a pieno ritmo in questi giorni: la presentazione alle autorità del
luogo, tra cui i responsabili della Commissione Elettorale Indipendente, e la
conoscenza del territorio, in particolare dei luoghi allestiti come seggi elettorali.
Da tutti loro arrivano messaggi positivi sull’accoglienza ricevuta dalla popolazione
e dalle autorità.
Il clima generalmente
positivo e di grande attesa che si respira nel Kivu è in contrasto con le notizie
che giungono da altre parti del Paese. In particolare, la Chiesa Cattolica in
queste zone è da mesi protagonista di un intenso lavoro di formazione della
popolazione, a cui viene spiegato come votare e con quale criterio scegliere
i candidati. Folti gruppi di volontari hanno girato per tutta la provincia,
fino nei villaggi più remoti, per fare incontri di educazione civica.
In relazione a quanto
scritto da alcuni vescovi nei giorni scorsi, che hanno assunto una posizione
critica verso il processo elettorale, Lisa Clark e Albino Bizzotto, responsabili
di Beati i Costruttori di Pace, spiegano: “Viene dato molto credito a dichiarazioni
fatte a titolo personale da due vescovi, che sono diffuse come notizia principale
se non unica. Tutte queste informazioni vengono però prontamente e sistematicamente
smentite, col risultato di ottenere un’informazione distorta. Andrebbero invece
maggiormente pubblicizzate le dichiarazioni collettive dei vescovi: lo sforzo
della Chiesa, a tutti i livelli, nella formazione e nell’educazione civica,
è stato enorme e continua senza interruzione”.
In questi giorni riferisce
sempre l’Associazione Beati i Costruttori di Pace insieme alla delegazione di
osservatori si trova nel Paese anche Emilio Lonati, rappresentante sindacale
della FIM-Cisl. La sua presenza a Bukavu, capoluogo della regione del Sud Kivu,
è stata l’occasione per due incontri con i rappresentanti sindacali locali:
uno scambio informale ma fecondo tra esperienze sindacali molto diverse, un’organizzazione
occidentale con decenni di esperienza da un lato e dall’altro un sindacato nascente
in un paese che esce da decenni di dittatura e guerre.
Il sindacalista italiano
ha incontrato il 27 luglio, Padyrj Kyalumba Lugano, responsabile provinciale
del sindacato ufficiale UNTC, l’Union nationale de travailleurs congolais. Fino
al ’90 esisteva infatti quest’unico sindacato nel Paese, con iscrizione obbligatoria,
voluto dal dittatore Mobutu. Il quale, avvertita aria di tempesta con il crollo
del muro di Berlino, decise di mettere fine al partito e al sindacato unico,
aprendo così al pluralismo sindacale. “Da lì – spiega Emilio Lonati – ha avuto
avvio una polverizzazione, che ha portato alla nascita di 278 sindacati nel
paese. Anche gli immobili di proprietà di questo sindacato unico sono stati
rivendicati dai vari gruppi e si è arrivati a una divisione del patrimonio”.
Fino a quando, nel 2004, viene varata una legge per la rappresentanza sindacale
che, attraverso rinnovi delle rappresentanze con elezioni periodiche, consente
di identificare i sindacati maggiormente rappresentativi e ha riportato l’UNTC
in posizione di preminenza, insieme a una decina d’altri. La legge prevederebbe
al massimo cinque sindacati e dunque c’è ancora uno sforzo da compiere per concentrare
quelli esistenti, in genere unioni sindacali che rappresentano le varie categorie.
Prosegue Lonati: “Per le elezioni che si terranno domenica nessuno dei candidati
alla presidenza ha inserito nel programma dei punti specifici sul lavoro. Così,
i sindacati hanno presentato il loro candidato presidente e altri due candidati
per il Parlamento”. Dall’incontro con il responsabile dell’UNTC sono scaturite
non solo informazioni generali, ma anche belle storie personali: “Kyalumba Lugano
ci ha raccontato che nel ’92 ha guidato la lotta in un’azienda mineraria (la
Sominki, un’azienda per il 70% in mano ai belgi e per il resto al governo congolese,
che estraeva oro e cassiterite) ed è stato arrestato, pur essendo nel sindacato
governativo, per aver portato avanti una lotta con 54 giorni di sciopero”.
“Oltre alle esperienze
sindacali derivanti dal vecchio regime – spiega ancora Emilio Lonati –, ci sono
i sindacati emergenti, ancora senza riconoscimento ufficiale ma che hanno già
portato avanti iniziative e lotte”. Nella regione del Sud Kivu in cui si trova,
l’unico sindacato autonomo organizzato è quello degli insegnanti delle scuole
cattoliche, nato spontaneamente dalla base. Lonati ne ha incontrato il responsabile,
Pièrre. “Con il loro sindacato sono riusciti a ottenere già buoni risultati,
primo fra tutti l’aumento della retribuzione da 8$ al mese a 30$. Questa rivendicazione
li accomuna tra l’altro a militari e polizia, le altre due categorie di lavoratori
che percepiscono (quando li percepiscono) stipendi ridottissimi. Per “ovviare”,
soldati e poliziotti spesso taglieggiano la gente, mentre gli insegnanti sono
costretti a chiedere alle famiglie di pagare per mandare i figli a scuola, cosa
che ha causato un abbandono scolastico del 40%”.
Un piccolo ma significativo
esempio che mostra come una questione sindacale influisca in maniera decisiva
sul futuro di un paese. “È essenziale che si crei una confederalità sindacale
– commenta Lonati – perché se non si mettono insieme, mai potranno avere forza
contrattuale per fare rivendicazioni e lobbing sul nuovo governo che sarà in
carica nei prossimi mesi”.“Mentre i sindacati che derivano dal precedente regime
hanno mantenuto un minimo di struttura ed esperienza, queste nuove forme sindacali
non ne hanno alcuna e per questo mi hanno chiesto la possibilità di fare degli
stage. La CISL internazionale (la Confederazione Internazionale dei Sindacati
dei Lavoratori), che ha sede a Ginevra, dovrà seguire con attenzione l’evolversi
della situazione e favorirla, perché con la nuova Costituzione e il sindacato
nascente si è creata una condizione ottimale”.
“In questa fase di transizione
– conclude Lonati – i sindacati sopravvivono in qualche maniera, dato che l’iscrizione
obbligatoria è stata tolta nel 2000. Qui nella regione del Sud Kivu esistono
47 grosse imprese con seimila addetti, eppure il sindacato ufficiale ha un piccolo
ufficio con solo una vecchia fotocopiatrice e una macchina da scrivere anni
’70, in cui riceve la gente che ogni giorno arriva con contenziosi di lavoro.
L’unico pagamento che ottengono è una piccola percentuale sulla somma che riescono
eventualmente a recuperare con la trattativa con il datore di lavoro. Stanno
cercando forme di mutualità sulla sanità, che sono le prime cose che il sindacato
nascente ha realizzato in Europa nell’Ottocento: c’è dunque ancora tanto cammino
da fare”. (Inform)