RASSEGNA
STAMPA
Intervista
al Capo dello Stato del direttore de
“
Il presidente Napolitano: "Quando
"In questo orgoglio nazionale l'Italia
recupera serenità"
Nel cassetto un po' di corni li ho, ma
non li ho portati a Berlino. Prima di partire ho chiesto a Prodi di prestarmi
il famoso Fattore C
ROMA - "Ho alzato gli occhi dal campo un minuto
prima dell'ultimo rigore, quello decisivo, mentre Grosso stava sistemando la
palla sul dischetto. Quello stadio magnifico, le bandiere tricolori, l'urlo
"Italia, Italia". Ero felice di esserci, di rappresentare il nostro
Paese, la sua gente. Non avevo né amuleti né superstizioni: mi sono semplicemente
fidato della squadra. Poi il tiro, il goal, e la festa, una festa incredibile.
Una grande gioia, un grande orgoglio. E' una bella cosa per l'Italia, tornare
a casa con
Giorgio Napolitano è al Quirinale dopo il viaggio a Berlino,
l'incontro con gli azzurri nell'ultimo allenamento, la partita vista dalla tribuna
d'onore e la festa del trionfo negli spogliatoi. Un Capo dello Stato lontano
dalla retorica e soprattutto dal populismo, abituato a gesti sobri, all'autocontrollo,
ad un'interpretazione fortemente istituzionale del suo ruolo. Ma dodici ore
dopo la conquista della Coppa, il presidente rivela la sua profonda partecipazione,
di cittadino, di appassionato e di tifoso dell'Italia: "Le dirò la verità.
Tutti attorno a noi saltavano e ballavano, come impazziti di gioia. E io, dentro
di me, quando l'Italia ha vinto ho fatto un salto altissimo, come non mi sarei
mai immaginato".
Presidente,
prima di andare a Berlino ha fatto calcoli, ha studiato i precedenti, ha valutato
prudenza e convenienza oppure ha deciso d'impulso?
"Non ho avuto dubbi. All'inizio non ci avevo pensato,
questi campionati sono avventure lunghe e difficili, come scalare una montagna.
Poi, via via, tutti abbiamo capito che potevamo giocarcela, stavamo crescendo,
potevamo arrivare fino in fondo. Infine, la sera della vittoria con
E durante la
partita non ha mai avuto dubbi di aver fatto la scelta giusta?
"Mai. Esserci è stato bellissimo, e non solo per
la vittoria. Ma tutta la giornata è stata straordinaria, al di là del colore
e dell'enfasi. Ho visto molti italiani per strada a Berlino, i nostri colori
dovunque, e soprattutto dentro lo stadio si percepiva molto spirito di squadra.
I francesi gridavano: "Zidane, Zidane". Noi invece urlavamo: "Italia,
Italia". C'è una differenza, e io credo che sia positiva per noi. Paradossalmente,
il fatto di non avere in questo Mondiale un'individualità di spicco, un campione
indiscutibilmente sopra gli altri, ci ha dato una squadra".
C'è un simbolo
di questo spirito di squadra, per lei?
"Potrei dire l'allenatore, che ha formato il gruppo.
Ma dico Grosso, un ragazzo totalmente sconosciuto al grande pubblico internazionale
che pure conosce tutti i campioni attraverso i satelliti, le coppe, gli spot.
Grosso giocava in serie C fino a pochi anni fa, e ha fatto goal decisivi. La
squadra, come la intendo io e non solo nello sport, è questa".
Le hanno fatto
i complimenti in tribuna?
"C'è stato molto fair play, e molta simpatia per
l'Italia, anche prima del risultato. Dunque genuina, spontanea, e gratuita,
fin dal ricevimento offerto dal presidente Kohler per i Capi di Stato e di governo
presenti a Berlino. Con Chirac non ci eravamo ancora visti dopo la mia nomina,
e allora abbiamo rievocato vecchi incontri quando ero ministro dell'Interno.
Prima dell'inizio lui mi ha detto "vinca il migliore", la formula
classica, poi alla fine si è felicitato, con un bel sorriso. Ho salutato anche
il terribile Platini che aveva fatto quell'intervista abbastanza orribile per
gli azzurri, e gli ho detto che speravo non fosse troppo amareggiato: "no,
no - mi ha detto - nessuna amarezza, chi vince i Mondiali li merita"".
E' questo che
lei ha detto a Lippi?
"Lo avevo sentito l'altra sera in televisione: "non
vogliamo sentirci dire che siamo stati bravi comunque, l'unica cosa che conta
è vincere". Allora, quando sono andato sul campo alla fine dell'allenamento,
l'ho salutato così: "Lippi, so che lei non vuole, dunque per ora non le
dico che siete stati straordinari". Così dopo la partita nello spogliatoio
ho potuto riprendere il discorso proprio da lì: "Adesso glielo posso dire,
siete stati straordinari dall'inizio alla fine e la freddezza con cui i cinque
italiani hanno tirato i rigori è un vero esempio di autocontrollo: complimenti"".
Quei rigori
lassù in tribuna le hanno fatto paura?
"Ma io ho avuto paura, sinceramente, durante tutto
il secondo tempo, perché nel primo l'Italia ha giocato benissimo, ha reagito
al rigore con grinta e poteva anche fare un secondo goal. Poi nel secondo tempo
c'è stato un calo, e ho cominciato a temere il peggio. Per i rigori, dico la
verità, non avevo quell'ossessione che provano molti, non li vedevo come una
maledizione. La cancelliera Merkel, che è simpaticissima, mi ha detto che a
tre minuti dalla fine del match con
E davvero nessun'altra
scaramanzia napoletana?
"Guardi, io qui nel mio cassetto un po' di corni
li ho. Ma non ne ho portato nessuno a Berlino. Ho voluto affrontare la prova,
come dire, a mani nude".
Qual è il calciatore
azzurro che le piace di più?
"Quel Cannavaro è formidabile. E' stato un pilastro
in tutte le partite, e anche domenica sera. In più è di Fuorigrotta, il collegio
in cui sono stato eletto nel '94, insomma per me un motivo di simpatia e di
vicinanza particolare. E poi Grosso, che quando segna ha la felicità dipinta
sul volto da ragazzo".
Ma lei è un
vero appassionato di calcio?
"Io guardo le partite in televisione come tutti,
come tanti, e siccome sono un vecchio abbonato Rai non ho il satellite Sky come
gli ultratifosi. Da parecchi anni ho vissuto il calcio anche attraverso mio
figlio che da bambino è stato un tifoso sfortunato della Lazio ed è diventato
un gran competente. E' professore di Diritto amministrativo, ma si è occupato
molto anche di Diritto dello sport, è membro della Camera arbitrale del Coni:
diciamo che me lo sono portato dietro come esperto".
C'è qualche
campione a cui lei è legato?
"Ma sa, sono i campioni della mia generazione, come
capita a tutti da ragazzo. Te li porti dietro tutta la vita. Poi, io sono stato
folgorato da Maradona. Non solo perché giocava nel Napoli, ma perché veramente
è stato un campione straordinario. E poi, chi ricorda quella notte dello scudetto
sa che è indimenticabile".
Domenica c'è
stato il dramma di un altro grande campione, Zidane. Lei dalla tribuna come
ha visto il gesto folle del francese?
"Noi avevamo lo sguardo sull'altra metà del campo,
dov'era il pallone. Non abbiamo capito cos'era successo. Poi Angela Merkel si
è alzata, è andata ad informarsi e ci ha raccontato la testata. Ma la folla
dello stadio, in larga parte, non sapeva nulla. Ecco perché quel fischio ininterrotto
dei francesi fino ai rigori, contro di noi. Non sapevano la ragione, che era
una brutta ragione, del cartellino rosso, e lo hanno preso come un'offesa sanguinosa.
Invece l'arbitro aveva deciso giustamente. E a mio avviso sarebbe stato meglio
mandare un replay di quell'episodio sul maxischermo dello stadio. Così tutti
avrebbero capito cos'era successo".
Presidente,
che ricordo le resta della notte di Berlino?
"Quei ragazzi in festa con
Lei ha detto
che
"Non è retorica, è qualcosa che io penso. In questa
festa popolare con gli applausi del mondo, in questo orgoglio nazionale c'è
un recupero di serenità, di tono del Paese. Lasciamo pure stare i calcoli sulla
ricaduta positiva sul Pil, che mi auguro siano corretti, ma certo questa vittoria
mondiale fa bene al Paese. Guardi la riscoperta della bandiera nazionale. E'
una cosa molto importante, e qui c'è veramente un grande merito di Ciampi. Insomma,
è una bella festa. Poi, come ho detto a Berlino, è bene non dimenticare che
ci sono altri campionati da vincere". (Ezio Mauro –
Inform