INFORM - N. 132 - 5 luglio 2006


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Su “Tribuna Italiana” del 5.7.2006  l’editoriale del direttore Marco Basti

Che cosa vogliamo?

 

BUENOS AIRES - “Cosa vogliono gli italiani residenti in Argentina? Quali i problemi che vogliono che siano risolti con priorità?” Queste sono le domande che mi hanno fatto alcuni colleghi italiani pochi giorni fa a Roma. La risposta è scattata subito, quasi che non fosse necessario nemmeno il tempo per pensarci su: il problema dei connazionali emigrati in Argentina che non hanno fatto l’America e attendono qualche forma di aiuto, non avendo altri mezzi di sostentamento, il problema dei Consolati, specialmente di quelli di Buenos Aires, Morón e Lomas de Zamora e, in parte collegato ad esso, l’anagrafe, sia consolare che elettorale.

E probabilmente sono proprio questi i tre problemi che stanno più a cuore alla nostra comunità, quelli per i quali una soluzione è stata più insistentemente richiesta e reclamata da anni e poi ancora durante la recente campagna elettorale. Soluzione urgente!

Il problema della pensione sociale, dell’assegno sociale o assegno di solidarietà o che sia chiamato con il nome che meglio si creda. E’ il problema di poche migliaia di italiani nati in Italia, emigrati in Argentina che oggi, settantenni oppure ottantenni, non hanno la forza per lavorare e non hanno nemmeno una pensione argentina o italiana che gli consenta di sbarcare il lunario e non hanno nemmeno una rendita alla quale attingere per far fronte ai bisogni più elementari. Sono italiani che a volte riescono ad avere un sussidio del Consolato per poche centinaia di pesos all’anno, ma tali fondi non sono sufficienti per tutti e comunque sono concessi saltuariamente. Pur se i fondi destinati all’assistenza agli italiani in situazioni di disagio residenti in Argentina sono tra i più consistenti nel bilancio che il MAE destina a questo capitolo in tutto il mondo, essi sono insufficienti e nei fatti non sono una soluzione per chi vive una situazione del genere, così grave.

Da anni si discute dell’assegno sociale per risolvere questo problema che, tra l’altro, col passare degli anni, è destinato a sparire, perché i presunti beneficiari, per ragioni biologiche, sono sempre meno.  Gli  esperti dicono che non si deve parlare di assegno sociale, perché l’esportazione di tale assegno è espressamente vietata dalla legge che lo ha creato. A parte il fatto che ogni legge può essere modificata da una legge nuova, non è il caso di impuntarsi sul nome del beneficio. Si tratta invece di far capire che è un gesto di solidarietà con poche migliaia di connazionali (diecimila, dodicimila) nati in Italia da almeno settanta anni, che, costretti ad emigrare dalla situazione italiana dell’ultimo dopoguerra, vennero in Argentina e in altri pochi Paesi nei quali non ci sono ammortizzatori sociali per chi non ha fatto l’America. Si tratta quindi in un certo senso di un risarcimento a questi italiani, per la dolorosa scelta di allora di emigrare e per la situazione di oggi in cui, non potendo più lavorare per ragioni di età, non hanno nemmeno un ingresso minimo per assicurare una vecchiaia degna. La soluzione è a portata di mano, perché non sono molti i connazionali che avrebbero diritto a questo risarcimento, è una spesa destinata a estinguersi nel giro di pochi anni e sarebbe un atto di giustizia e di solidarietà degna di un Paese civile quale, crediamo, sia l’Italia.

Il secondo problema riguarda la rete consolare e in modo speciale il Consolato generale d’Italia in Buenos Aires con le due Agenzie consolari di Morón e di Lomas de Zamora. Pur accettando che funzionari e impiegati si impegnino al massimo, non si può non riconoscere che la situazione non è degna di un Paese civile. C’è la nuova sede di via Reconquista, verso la quale si attende da tempo il trasloco - perché di inaugurazioni ce ne sono state tre - ma vanamente. Durante la riunione che ha avuto l’Ambasciatore d’Italia Stefano Ronca con i direttori di giornali di collettività due settimane fa, è stato assicurato che tale trasloco ci sarà tra i due e i quattro mesi. C’è da augurarsi che finalmente sia così, anche per mettere a tacere le voci incontrollate che dei ritardi danno spiegazioni, non si sa con quali elementi di veridicità, che certamente non sono favorevoli all’immagine dell’Italia e dei suoi funzionari. Ma soprattutto perché chi si reca al Consolato non sia più costretto a fare per ore la fila per strada. Non sarà certo una panacea. Si sa già che l’organico continuerà ad essere insufficiente perché non ci sono fondi per mandare impiegati dall’Italia e perché non si vuole assumere personale in loco, perché le leggi e la giurisprudenza dei tribunali locali cambiati negli ultimi anni, rendono problematici tali rapporti lavorativi.

Per Morón e per Lomas de Zamora non ci sono novità in vista e, per le stesse ragioni per le quali non si vuole assumere personale locale, non si pensa all’apertura di viceconsolati onorari, anche se questi costano circa trenta volte meno che una agenzia consolare di prima categoria come quelle di Lomas e di Morón.

Durante l‘intervista che ci ha concesso recentemente, il sen. Pallaro ha citato un dato interessante: i Consolati percepiscono più fondi dalle tasse consolari, che i fondi messi a disposizione dallo Stato per l’assistenza. Il senatore ha aggiunto che parlando sulla questione con Prodi, il premier - ha ricordato Pallaro - gli rispose che conosceva il dato. E allora?

Il terzo problema che richiede una soluzione urgente è quello dell’Anagrafe. Come è noto, a causa delle operazioni di aggiornamento e di mailing messe in opera in occasione delle recenti elezioni, la situazione non solo non è migliorata, ma è peggiorata. Infatti, se alla fine del 2004 le anagrafi consolari in Argentina registravano 618.443 italiani (secondo l’Annuario Statistico del MAE), ora secondo gli ultimi dati siamo 505.915, cioè 112.528 in meno, quasi un 20 per cento. Non è che oltre centomila emigrati sono rientrati in Italia o che hanno intrapreso il viaggio all’aldilà. E’ che sono stati depennati dalle successive operazioni di aggiornamento, alcuni perché non rintracciati dalla posta, ma la maggior parte, perché o nelle sedi consolari o nelle sedi comunali, i loro dati non sono stati trasmessi e quindi sono stati cancellati in attesa che, se hanno interesse, si facciano vivi. Ma perché dovrebbero farsi vivi di nuovo?

Queste sono le tre urgenze della nostra comunità. Purtroppo di come e quando saranno risolte non ci sono certezze. Al massimo ci sono pronostici, come quello fatto in Ambasciata sulla futura apertura, (entro ottobre?) della nuova sede consolare di Buenos Aires o come quello fatto dal senatore Pallaro venerdì scorso durante la riunione del Consiglio Federale di FEDIBA al Club Italiano, quando ha detto che “a settembre cominceremo a raccogliere i primi frutti del nostro lavoro”.

Forse chi deve fare la fila per fare una pratica nel Consolato vorrebbe, se non risposte alle domande sui perché del tempo che passa senza che la nuova sede venga aperta, almeno maggiori assicurazioni sulla data di apertura. E chi attende da anni un aiuto che non arriva mai, vorrebbe che la speranza riposta nei parlamentari che abbiamo eletto non sia delusa. E chi senza colpa ma per inefficienze altrui è stato cancellato dall’Anagrafe, vorrebbe che almeno i nomi che non sono stati trasmessi, siano messi senza ritardi negli elenchi e che una verifica efficace e definitiva venga fatta al più presto.

Sicuramente questi italiani all’estero che hanno votato alle recenti elezioni sono consapevoli delle difficoltà dell’Italia e della necessità di un periodo di rodaggio da parte dei nostri parlamentari. Ma meritano qualcosa di più delle vaghe assicurazioni su ciò che succederà. Almeno che i nostri parlamentari facciano la voce grossa per reclamare quanto reclamiamo da anni. (Marco Basti-Tribuna Italiana/Inform)  


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